luigi di maio

ERA DI MAIO – DAL VAFFA ALLA WATERLOO, IL TRISTE DESTINO DEL BIBITARO-MINISTRO. FRANCESCO MERLO: “NON C'È MAI STATA UNA PARABOLA COSÌ ARCITALIANA E COSÌ NAPOLEONICA, PER GLI ALTARI DOVE VENNE INNALZATO E PER LA POLVERE CHE ORA GLI STANNO FACENDO MANGIARE. FORSE È PER QUESTO CHE DA SEMPRE PORTA APPICCICATO SULLA FACCIA UN PERENNE SORRISO, PERCHÉ ERA NATO PER LA LETTERATURA. ‘FARAI LA FINE DI DI MAIO’ SI DIRÀ UN GIORNO SENZA BISOGNO DI AGGIUNGERE ALTRO”

Francesco Merlo per “il Venerdì - la Repubblica”

 

LUIGI DI MAIO

Eppure lo meritava, l'applauso da sipario, al posto dei tanti sberleffi feroci, perché non c'è un altro Di Maio nella nostra storia politica e non c'è mai stata una parabola così arcitaliana e così napoleonica, per gli altari dove venne innalzato e per la polvere che ora gli stanno facendo mangiare senza la pietà di un miserere di Vivaldi e neppure il saluto malinconico di una marcetta impettita di Sanremo.

 

E forse è per questo che da sempre porta appiccicato sulla faccia un perenne sorriso, fisso come un ghigno, perché era nato per la letteratura, predestinato a diventare un personaggio stilizzato come L'Uomo che ride di Victor Hugo: il "tipo Di Maio" sarà infatti proverbiale e "farai la fine di Di Maio" si dirà un giorno senza bisogno di aggiungere altro.

 

la dirty dancing di luigi di maio 1

Ma sarà un nome sussurrato, biografia-documento e speciale ricordo della generazione drogata e irripetibile del vaffa, un nome cantato con la malinconia della poesia-canzone di Salvatore Di Giacomo e con la voce di Franco Battiato: non più Era de maggio ma Era Di Maio "e te cadéano 'nzino / a schiocche a schiocche li ccerase rosse", - era Di Maio e ti cadevano in grembo, a ciocche a ciocche, le ciliege rosse.

 

Davvero, mai c'era stato nella Dc, nel Pci e neppure nel Psi di Craxi un turbinìo così caotico e incandescente di onori e di insulti che ormai si infettano ogni giorno di più e diventano spietati; ci sono video dove gli gridano "munnezza, iatevinni", e lo hanno costretto a scappare dai social e gli hanno persino "tolto" la fidanzata, "troppo bella per un tacchino": "Virginia l'ha lasciato".

la dirty dancing di luigi di maio 3

 

E non importa che non sia vero, basta che sia verosimile nella stessa Italia che oggi deride feroce il bravo ministro e ieri celebrava entusiasta lo squinternato d'assalto che si perdeva sia nei congiuntivi, "mi facci il piacere" e "mi facci finire", e sia nella famosa geografia dei 5 Stelle con le Marche al posto del Molise, il Venezuela in Cile, Matera in Puglia.

 

Il migliore dei peggiori

Nessuno allora si accorgeva che "l'uomo che ride", annunciando dal balcone di palazzo Chigi l'abolizione della povertà, stava sporcando la politica ma al tempo stesso dalla politica si stava facendo ripulire, e proprio mentre cercava di corrompere il Palazzo e di aprirlo come una scatoletta, il Palazzo lo sgrossava, lo sbozzava e lo dirozzava. E difatti non ce n'è un altro, tra i tanti disperati a 5 stelle, che come lui incarni l'epopea del popolano che davvero era diventato élite.

 

meme luigi di maio prossimo concorrente del gf vip

La fine di Di Maio è il tonfo dell'utopia realizzata di Casaleggio e di Dario Fo. Nello 0,6 per cento al bibitaro ministro c'è l'intero universo grillino, che appunto un giorno ricorderemo solo con il suo nome - "era il tempo di Di Maio" - accanto a quello di Grillo e non certo di Conte che  fu invenzione di Di Maio e ancora oggi prende le forme che gli altri via via gli danno. 

 

Conservato su YouTube, che più di un archivio è il frigorifero della storia, c'è il video del primo discorso da presidente del Consiglio che Conte pronunciò alla Camera il 7 giugno del 2018: "Posso dire che...?" il premier chiede impaurito al suo vice che, chiaro e autoritario, gli risponde: no. Proprio come nei versi di Era Di Maio: "Fa' de me chello che vuo'". È lo sconfitto, è vero, il deriso, il perdente, ma solo Era di Maio racconta la matta stagione della Cretinocrazia, perché è stato l'unico che è riuscito a incarnarla sino ad uscirne superandola, fino a diventare, ecco lo scandalo imperdonabile, un apprezzato ministro degli Esteri del governo Draghi, il migliore dei peggiori che aveva ormai rinnegato la politica pericolosamente filocinese del memorandum siglato da Conte e Xi Jinping: "Pechino" dice il Di Maio di poi "è un'autocrazia che non aderisce alle regole multilaterali".

LUIGI DI MAIO DIRTY DANCING - MEME

 

Si è infatti affidato ai sapienti diplomatici e a tutta la struttura della Farnesina: "La sua mente assorbe, accumula e poi corre come un fiume". Si era scelto come tutore Ettore Francesco Sequi, che gli preparava i dossier e glieli faceva capire e studiare, si era pure impadronito dell'inglese alzandosi ogni mattina alle 4.30 per le lezioni one to one, e intanto conosceva e ri-conosceva capi di Stato e ministri,  Zelensky e Von der Leyen, e sempre Draghi lo proteggeva e lo accreditava, "my young friend".

 

luigi di maio a napoli

 Dal vaffa a Waterloo

E dunque alla fine neppure somigliava alla maschera che in visita ufficiale a Shanghai aveva chiamato per ben due volte "Ping" il presidente Xi Jinping. Si sa che le gaffe, come quelle sulla Francia "democrazia millenaria", sono la leggerezza dell'umorismo involontario. Ma stava al governo l'odiatore di tutti i governi e dunque le sue gaffe divennero tanti piccoli momenti fatali che, con l'innocenza della verità, esprimevano la tensione tra il vaffa day e l'istituzione, facendogli vedere quanto sia facile bruciarsi quando si gira attorno al Sole.

LUIGI DI MAIO E ENRICO LETTA

 

Non resterà nulla dei vari Fico e Toninelli, Crimi, Lombardi e Taverna, perché nei 5 Stelle c'è solo un Icaro che è volato troppo vicino al Sole: "Era Di Maio, fresca era ll'aria e tutto lu ciardino / addurava de rose a ciente passe". "Era di Maio" vuole anche dire che in tanti alle elezioni sono stati sconfitti, non ce l'hanno fatta, sono stati bocciati, esclusi o semplicemente non sono stati eletti. Ma solo per Di Maio il 25 settembre è arrivato come una Waterloo, un bum bum bum alla napoletana.

 

Nel bibitaro battuto a Napoli da quel Sergio Costa che lui aveva inventato e fatto per due volte ministro, c'è la disfatta della troppo scandalosa ambizione di un modesto, della forza oscura dell'umile che era quasi a un passo dal dimostrare che davvero "uno vale uno" e che "io speriamo che me la cavo" è la strada migliore per diventare Napoleone. Di Maio è la morte per sete accanto alla fontana.

 

beppe grillo luigi di maio alessandro di battista virginia raggi

L'ometto di Grillo, che lo chiamava "il fantastico napoletano", si era ormai strappato le orecchie d'asino, aveva scritto mille lettere di scuse e persino un libro all'Italia e a tutte le vittime del vaffa, e si era fatto perdonare pure da Sergio Mattarella che ora lo tratta con affetto paterno benché il guaglione, anzi il picciotto, avesse un giorno chiesto l'impeachment del presidente nientemeno che per alto tradimento. Ed è bene ricordare a futura memoria, sempre che la memoria abbia un futuro, che a gridare all'impeachment era stata per prima Giorgia Meloni.

 

LUIGI DI MAIO MEME

È vero che Di Maio li aveva lasciati e pure male i suoi amati 5 Stelle, ma abbandonandoli era l'unico che ne stava incarnando l'epica. L'ex commesso dello stadio San Paolo, "il bibitaro", Giggino, era il più affidabile europeista e atlantista dopo avere declamato con indignazione tutti i luoghi comuni di tutti gli estremismi di destra e di sinistra degli ultimi quarant'anni e dopo avere persino provocato una crisi diplomatica andando a Parigi, con Di Battista, a sostenere la violenza redentrice dei Gilet gialli che aggredivano con le ruspe i poliziotti.

 

Di Maio era il governo italiano contro la Francia di Macron, "quel matto che beve Champagne", quel "chiacchierone", "ipocrita e cinico",  e persino (Beppe Grillo) "quel vibratore con le pile scariche di Madame Brigitte". E intanto Giorgia Meloni, in gran spolvero di reginetta di Coattonia, gridava in tv che Macron sfrutta i bambini africani per arricchirsi. "Ci vuole un incidente diplomatico" aveva detto Di Battista, e Di Maio lo aveva provocato.

 

luigi di maio a napoli 2

 "Era Di Maio" evoca il miracolo del bibitaro che, battute tutte le strade della scombiccherata eversione a 5 Stelle, spostando la poesia del Manzoni dal 5 maggio al 25 settembre, "giunge, e tiene un premio ch'era follia sperar". Ecco perché non è una storia personale quel finale "cadde, risorse e giacque" ma in metafora ci sono anche i professori-paperini dell'era Casaleggio senior, quando veniva elogiato lo Zeitgeist di un tal Peter Joseph ed evocate le scie chimiche, i microchip sotto la pelle, e i vaccini erano "o inutili o dannosi", e "il tumore si cura con il limone e la cacca di capra" e "l'Aids è la più grande bufala del secolo".

 

Di Maio, che è l'unico ad essersi mutato nel suo contrario, rimarrà per sempre il loro Napoléon le petit, sia pure nella versione  di  Renato Rascel , "Napoleon, Napoleon, Napoleon", che "offriva la fronte alla gloria" e diceva: "E allora che abbiamo combattuto a fare se poi non sappiamo zufolare?".

 

BEPPE GRILLO LUIGI DI MAIO

Di Maio ha un super curriculum di super zufolatore. Era vicepresidente della Camera a soli 26 anni e poi, a 31, vicepresidente del Consiglio; ed era anche il leader del partito di maggioranza relativa quando si dissipava  in bêtises borgesiane come l'uomo d'acqua ("Per più del 90 per cento siamo fatti di acqua"), e ministro del Lavoro e poi degli Esteri, descamisado  che "si camisava" anche ai tempi dell'odio, giacca e cravatta in controtendenza rispetto a se stesso, un guastatore che mentre guastava l'Italia, l'Italia rendeva migliore: "Calenda per offendermi ha detto che non assumerebbe mai un venditore di bibite in un'azienda. Io non ne posso più di queste discriminazioni nei confronti di giovani che fanno lavori come il cameriere, lo steward o il venditore di bibite".

 

volodymyr zelensky luigi di maio 1

Leader dello sbeffeggiamento da canaglia, ora ne è la vittima e torna a Pomigliano d'Arco, il suo punto di partenza, a cercare il senso di questo lungo romanzo di formazione. È provincia, ma non è il Meridione delle mozzarelle. È la Napoli dell'Alfasud e della modernità tradita, l'ex roccaforte rossa, il sobborgo industriale dove Landini sfidò Marchionne, con intorno la campagna fertile del vulcano e dell'acqua e dove anche il parroco, che fu comunista, divenne grillino devoto a Di Maio.

 

L'odio come politica

Il padre, che era il piccolo imprenditore benestante e riverito, il "quasi borghese" meridionale, si sentì morire quando le Jene scoprirono che pagava in nero gli operai e chiese scusa in diretta Facebook. Pomigliano è la famiglia, le abitudini, la piazza Giovanni Leone, e poi la messa la domenica, capelli sempre corti, la voglia di sembrare compassati e dignitosi come milanesi del Sud, e ovviamente di destra, con Almirante come idea d'uomo: "Nel Movimento 5 Stelle" disse il Di Maio di prima "c'è chi guarda a Berlinguer, chi alla Dc, chi ad Almirante".

luigi di maio bruno tabacci

 

 In quella provincia e in quella piazza sono anni che si parla solo di Di Maio e per molti anni ancora se ne parlerà: la polvere e l'altare, l'odio come politica e l'addio al vaffa, il passo più lungo della gamba, lo 0,6 per cento. Entrato nella categoria dei vincenti che si sono smarriti, è ormai il come eravamo, "cchiù tiempo passa e cchiù mme n'allicordo, fresca era ll'aria e la canzona doce": era Di Maio, tanto tempo fa.

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