filippo facci censura giornalisti carcere

FINALMENTE HANNO ABOLITO IL CARCERE PER I GIORNALISTI - FILIPPO FACCI: "LA CORTE COSTITUZIONALE AVEVA DATO UN ANNO DI TEMPO AL PARLAMENTO AFFINCHÉ LEGIFERASSE SULLE NORME CHE PREVEDONO LA GALERA FINO A SEI ANNI IN CASO DI CONDANNA PER DIFFAMAZIONE A MEZZO STAMPA. E IL PARLAMENTO UGUALMENTE SE NE È FOTTUTO. ORA LA CONSULTA È COSTRETTA A TORNARCI SOPRA CON UNA SENTENZA CHE FA CADERE L'OBBLIGO DEL CARCERE. ANCHE SE IN TEORIA UN CRONISTA DIETRO LE SBARRE POTREBBE FINIRCI LO STESSO PERCHÉ..."

Filippo Facci per “Libero Quotidiano

 

FILIPPO FACCI

Niente che non fosse previsto, visto che la Corte Costituzionale aveva dato un anno di tempo al Parlamento (era appunto il 22 giugno del 2020) affinché legiferasse finalmente sulle norme che prevedevano il carcere per i giornalisti. La Corte peraltro era presieduta dall'attuale guardasigilli Marta Cartabia, che forse se ne ricordava.

 

Un anno per metter mano a una legge evidentemente incostituzionale, come si recitava vanamente da una vita: la legge quella che pretende la galera per i giornalisti in caso di condanna per diffamazione a mezzo stampa.

 

MARTA CARTABIA

Ma dodici mesi non sono niente, per pretendere che un Parlamento faccia quello per cui esiste: l'aveva già dimostrato il caso Cappato sul «fine vita» (2019) e rischia di dimostrarlo ancora (2022) sull'ergastolo a vita per i mafiosi che non collaborano.

 

In sintesi: la Consulta segnala una legge anticostituzionale, concede al Parlamento un ampio lasso di tempo per porvi rimedio, e il Parlamento ugualmente se ne fotte. Così la Consulta è costretta a tornarci sopra. La sentenza resa nota ieri fa cadere l'obbligo del carcere previsto dall'articolo 13 della legge sulla stampa, quello che in caso di diffamazione faceva scattare obbligatoriamente la reclusione da uno a sei anni con anche il pagamento di una multa.

 

CARCERE PER I CRONISTI

In teoria un giornalista, sempre per diffamazione, in galera potrebbe finirci lo stesso: perché resta valido e costituzionale l'articolo 595 (terzo comma del Codice penale) che prevede la reclusione da sei mesi a tre anni, o in alternativa il pagamento di una multa: ma i giudici, potendo scegliere, optano per il carcere solo in casi eccezionali che per clamore finiscono infatti su tutti i giornali (vedi caso Sallusti, ottobre 2012) e in genere ripiegano appunto sulla sanzione pecuniaria, insomma la multa.

 

GALERA PER I GIORNALISTI

Ora l’intervento della Consulta non toglie che una legge adeguata sulla materia manchi: resta perciò «attuale la necessità di un complessivo intervento del legislatore in grado di assicurare un più adeguato bilanciamento - che la Corte non ha gli strumenti per compiere tra libertà di manifestazione del pensiero e tutela della reputazione individuale, anche alla luce dei pericoli sempre maggiori connessi all'evoluzione dei mezzi di comunicazione».

 

CARCERE PER I GIORNALISTI

Tipo i social. E chi se ne frega, ha risposto il Parlamento in buona sostanza: anche se la legge a cui rimetter mano è del 1948 ed è vecchia bacucca, lo sapevano tutti, e tanti parlamentari lo ripetevano in cento talkshow mettendo sempre i verbi al futuro: ma era una recita, perché i primi a sapere che era un bluff erano gli stessi giornalisti: i quali, adesso, sono ovviamente contenti. «Sentenza storica, ma è fondamentale l'intervento del Parlamento» ripetono i vari segretari della Federazione della Stampa italiana e dei sindacati unitari della categoria.

 

carlo verna 1

Carlo Verna, che è il presidente dell'Ordine Nazionale dei Giornalisti, ha ripetuto ciò che pure era noto: «La Corte Costituzionale ha fatto la sua parte portando l'Italia nel solco della giurisprudenza di Strasburgo». E la legge? «Quando ci sarà la politica, il Lancillotto di questa vicenda». Quasi una gaffe: Lancilllotto era un cavaliere.

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