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“CHE IL TEMPO DI MARIO DRAGHI FOSSE GIUNTO AL TERMINE E CHE LUI SEMBRASSE STANCO SI ERA CAPITO GIÀ DAL G7 DI ELMAU, DEL 26 GIUGNO” – IL DIRETTORE DI “DIE ZEIT”, GIOVANNI DI LORENZO, CONFERMA LA VOGLIA DI MARIOPIO DI TOGLIERE LE TENDE DA PALAZZO CHIGI: “IL CANCELLIERE TEDESCO SCHOLZ NON NE AVEVA FATTO MISTERO CON IL SUO ENTOURAGE. SCHOLZ È STATO INOLTRE FRA I LEADER EUROPEI CHE HANNO PREGATO DRAGHI DI RESTARE ALLA GUIDA DELL'ITALIA…” – IL 21 LUGLIO DRAGHI HA PRESENTATO LE SUE DIMISSIONI IRREVOCABILI…

Francesca Sforza per “la Stampa”

 

GIOVANNI DI LORENZO

«Che il tempo di Mario Draghi fosse giunto al termine e che lui sembrasse stanco si era capito già dal G7 di Elmau, e il cancelliere tedesco Scholz non ne aveva fatto mistero con il suo entourage. Scholz è stato inoltre fra i leader europei che hanno pregato Draghi di restare alla guida dell'Italia, ma oggi, di fronte alla campagna elettorale, gli unici che devono esprimere la loro opinione sono gli italiani».

 

A parlare è Giovanni di Lorenzo, direttore del settimanale tedesco Die Zeit, che oggi vende oltre 620 mila copie ed è uno dei pochi giornali che negli ultimi due anni ha aumentato la tiratura, in controtendenza assoluta con la crisi del giornalismo europeo.

draghi scholz

Profondo conoscitore della politica tedesca e attento osservatore del nostro Paese, Di Lorenzo individua per la Germania un'unica prospettiva davvero irrinunciabile rispetto alla situazione italiana: «"Pacta sunt servanda", l'Agenda Draghi è un punto fermo».

 

Che cosa significa per la Germania un'Italia guidata da una coalizione di centrodestra e una forte presenza di Fratelli d'Italia?

«La cosa un po' spaventa, ma finora a livello politico è stata rimossa, in parte perché la Germania è presa dalle discussioni interne, sui temi dell'energia e delle diseguaglianze, poi per le vacanze, ma soprattutto perché il governo tedesco non vuole intromettersi in una campagna in cui anche l'intervento più banale può essere catalogato come interferenza da parte di potenze straniere».

 

Nei giorni scorsi è stata diffusa in più lingue una condanna di Giorgia Meloni al fascismo e alle leggi razziali. Siamo di fronte a una destra moderna?

DRAGHI SCHOLZ

«Senz' altro il messaggio è stato captato, ed è vero che quello che si sente nei toni della Meloni è più moderato di quanto dice ad esempio l'Afd tedesca, ma tutto ciò che riguarda il passato fascista o nazista, sia in versione light sia in versione edulcorata, in Germania è sempre visto con molto allarme. L'altro giorno, in un'intervista alla Faz, Meloni ha definito Fratelli d'Italia un partito conservatore e lei stessa si è dichiarata "non antitedesca", anche questo può essere letto come messaggio distensivo».

 

Quali sono gli elementi che possono contribuire a un distacco dell'Italia dal gruppo di testa europeo?

giovanni di lorenzo die zeit 9

«Se un distacco del genere ci fosse, potrebbe partire soltanto da un'iniziativa italiana, e avvenire con le modalità di quello ungherese, con limitazioni alla libertà di stampa e leggi in contrasto con le direttive comunitarie. Ma al momento mi sembra che anche Meloni non voglia staccarsi dall'Europa né dalla Nato».

 

Il blocco navale come metodo di contrasto alle migrazioni che tipo di reazione potrebbe suscitare in Germania?

«Quello dei profughi sarà un tema molto scottante nei prossimi anni, anche perché la Germania si fa carico di un numero di migranti molto maggiore di quello dell'Italia, che pure è una terra di sbarco. Più che di blocchi bisognerebbe parlare di ripartizioni e di responsabilità. Meloni parla di hotspot in territorio africano e chiede di distinguere chi scappa dalle guerre dai migranti economici, per cui ritiene vada chiesto il rimpatrio. Per l'opinione pubblica tedesca un'opzione del genere, con tutte le conseguenze che il rimpatrio comporta per le persone, sarebbe inaccettabile».

 

Vede il rischio di un'Italia che prenda decisioni economiche autonome rispetto al disegno comunitario? Ad esempio sul debito, o sulle modalità di accesso ai fondi del Pnrr?

olaf scholz mario draghi 2

«Quella è la vera paura dei tedeschi: la Germania continua a guardare con preoccupazione all'indebitamento e allo spread, consapevole che la nuova politica della Bce porta vantaggi all'Italia». Il governo tedesco si aspetta un proseguimento dell'agenda Draghi? «Sì, qui l'aspettativa è chiara: "pacta sunt servanda". Sia sul fronte economico sia sul fatto che bisogna mantenere unita l'Europa di fronte all'aggressione russa, l'ipotesi che l'Italia possa rimanere fuori è un fattore che spaventa moltissimo».

 

Dall'America alla Francia l'onda populista torna a lambire l'Europa. Perché?

G7 IN GERMANIA - BORIS JOHNSON - JOE BIDEN - OLAF SCHOLZ - EMMANUEL MACRON - MARIO DRAGHI 1

«Il fenomeno dell'andare a destra in tempi di crisi è un fenomeno internazionale, credo che i partiti e gli establishment della sinistra debbano fare molta attenzione a non rafforzare ulteriormente la spaccatura che c'è nella società, perché è un dato che nel momento in cui le ingiustizie o i conflitti sociali o le paure aumentano, la sinistra non ne approfitta mai. Dovrebbe cercare un messaggio integrativo, e allo stesso tempo non perdere l'elettorato di riferimento».

 

Che margini ci sono invece per il centro e i moderati?

«Se guardiamo alla Cdu tedesca, dopo un passaggio all'opposizione si è molto rafforzata, è primo partito nei sondaggi e ha vinto due importanti elezioni regionali, in Schleswig Holstein e Nordreno Westfalia. Il centro moderato vince però se ha un messaggio chiaro».

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Qual è stato il messaggio che ha fatto vincere l'Spd l'ultima volta?

«La parola chiave è stata "Rispetto" per le fasce che erano state più colpite dagli scompensi sociali e la misura vincente è stata quella sul salario minimo. È stata una campagna elettorale semplice ed efficace, so che anche qualche partito italiano, in particolare il Pd, ha chiesto in questi giorni qualche consiglio ai colleghi tedeschi».

 

Giorgia Meloni, Marine Le Pen e la nipote Marion Maréchal, Alice Weidel, come mai secondo lei l'estrema destra europea conta così tante donne?

«Paradossalmente a destra ci sono stati più spazi, ma forse è anche il segno di una maggiore parità che è stata conquistata, anche se non nella direzione che il movimento femminista si augurava».

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