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“DRAGHI DEVE RESTARE DOV'È, TEMIAMO UN GOVERNO SENZA LEGA", I DEM SI SMARCANO DA LETTA SULL’IPOTESI MARIOPIO AL COLLE – ORLANDO, FRANCESCHINI E GUERINI GUIDANO LA TRUPPA PIDDINA CHE VUOLE DRAGHI ANCORA PALAZZO CHIGI. NESSUNO CREDE CHE SALVINI ACCETTERÀ MAI DI CONTINUARE LE LARGHE INTESE CON UN "SUPPLENTE" DI DRAGHI (E POI LA “FREGATURA” MONTI PESA ANCORA DALLE PARTI DEL NAZARENO) - IL 13 GENNAIO LA DISCUSSIONE UFFICIALE DEL PARTITO SUL QUIRINALE

ALESSANDRO DI MATTEO PER LA STAMPA

 

draghi letta

La discussione ufficiale sul Quirinale il Pd la farà all'assemblea convocata da Enrico Letta per il 13 gennaio, ma nel partito già non si parla d'altro e non potrebbe essere diversamente dopo il passo avanti di Mario Draghi nella conferenza stampa di fine anno. Una mossa che il Pd, a differenza della maggior parte degli altri partiti, ha accolto con parole di apertura, ma che sta comunque mandando in agitazione le correnti e i parlamentari.

 

Nessuno ha da obiettare su un profilo come quello del premier, ma quasi tutti sono preoccupati dalle conseguenze che deriverebbero dalla sua elezione al Colle. Discorsi su cui si trovano d'accordo - a quanto pare - l'area di Andrea Orlando, quella di Dario Franceschini e quella di Lorenzo Guerini e che un dirigente Pd riassume così: «Noi Draghi lo votiamo pure. Ma deve essere chiaro che non siamo in grado di reggere un governo guidato da una sorta di suo portavoce con la Lega che si tira fuori. Le fregatura di Monti l'abbiamo già presa».

ENRICO LETTA PARLA DI DRAGHI A PORTA A PORTA

 

Per questo, racconta un parlamentare, tutte le principali aree del partito sono d'accordo che Draghi debba restare a palazzo Chigi. Nessuno crede che Matteo Salvini accetterà mai di continuare le larghe intese con un "supplente" di Draghi, come ammette anche un esponente di Leu:

 

dario franceschini

«È chiaro che per la Lega - ma in realtà per tutti - una cosa è lavorare con Draghi, ingoiare rospi con Draghi, e altra cosa è se il premier è qualcun altro». Non a caso Enrico Letta insiste a dire che per le elezioni del presidente si deve lavorare a un nome condiviso, che la legislatura deve arrivare alla scadenza naturale e che la partita del Quirinale va tenuta insieme a quella del governo.

 

Tre condizioni rivolte ai partiti, ma che di fatto finiscono per riguardare anche Draghi, perché lo stesso premier deve provare a realizzare questa quadratura del cerchio. Un senatore dem è netto: «Il governo c'è se c'è questa maggioranza, non nascerà nessun governo se la Lega si sfila. Servirà davvero un tavolo di tutti: solo così potremo cercare una via d'uscita».

andrea orlando 4

 

Peraltro, in Leu c'è anche diffidenza verso un approccio che ridimensiona ancora l'autonomia della politica: l'insofferenza verso le parole di Draghi traspare anche dal commento di Arturo Scotto: «Non ci può esser e automatismo tra la maggioranza per il Quirinale e quella per il governo. Questa è un'affermazione quanto meno discutibile». Ecco allora che il Pd «gioca di rimessa», come dice ancora un altro parlamentare. «E il primo enigma da sciogliere è la candidatura di Berlusconi. Finché il centrodestra non la toglie dal tavolo è impossibile dialogare».

 

Ma l'altro «enigma», appunto, è Draghi: «Noi siamo anche disposti a votarlo. Ma deve essere chiaro che poi difficilmente si formerà un altro governo». Sono i malumori dei parlamentari, e Letta sa che bisognerà tenerne conto.

lorenzo guerini fine della missione italiana in afghanistan 5.

 

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