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“I SANTORI, I TRAVAGLI, I PURGATORI, I RANUCCI: ADESSO DOVRANNO OSSERVARE UN PO’ DI SILENZIO” – SANSONETTI ESULTA PER LA SENTENZA SULLA TRATTATIVA STATO-MAFIA: “PERCHÉ SI È VOLUTO COSTRUIRE QUESTA MOSTRUOSITÀ? CI SONO TRE RAGIONI. QUELLA POLITICA: BISOGNAVA COLPIRE SILVIO BERLUSCONI. LA SECONDA È GIUDIZIARIA: I MAGISTRATI NON ERANO TUTTI PREPARATISSIMI. TERZA DI COSTUME: SI È COSTRUITA TUTTA LA LEGGENDA DELL’ANTIMAFIA MILITANTE, QUALE ALIMENTATA POLITICI, MOLTI GIORNALISTI, MORALIZZATORI, TUTTA GENTE CHE DI MAFIA NON SA NULLA E CHE ALLA MAFIA NON HA MAI TORTO UN CAPELLO…”

Piero Sansonetti per “Il Riformista”

 

PIERO SANSONETTI

Datemi retta, segnatevelo questo giorno: 23 settembre 2021. La sentenza di Palermo farà storia. Forse è finita la caccia alle streghe. È durata tanto, tanto, troppo. L’hanno guidata dei Pm pasticcioni, alcuni anche in buonafede, e un bel po’ di giornalisti spregiudicati al loro servizio. È stata il pilastro sul quale hanno costruito quella “società antimafia” che della mafia non sapeva niente ma sapeva fare affari economici e profitti politici, e giudicava, e metteva al ghetto, e condannava e puniva e faceva le liste di proscrizione, e si impanicava, e vendeva etica a prezzi vantaggiosissimi.

 

Segnatevelo il 23 settembre. Forse è finita la storia dei processi costruiti per realizzare show politici. E il ripetersi periodico delle trasmissioni della Rai e della Sette realizzate senza nessun rispetto per la verità. Fondate sulla calunnia, sul falso, sull’isteria. I Santori, i Travagli, i Purgatori, i Ranucci: adesso dovranno osservare un po’ di silenzio, forse. Non potranno più mettersi sul petto la medaglia di chi ha infilzato Marcello Dell’Utri e il valoroso generale Mori, e li ha sputtanati, e ha denunciato la loro amicizia coi mafiosi che non c’è mai stata. 

MARCO TRAVAGLIO

 

Avranno qualche scrupolo in più a calunniare. Forse si sta chiudendo proprio la stagione della repubblica mediatico giudiziaria, quella iniziata nel ‘92, trent’anni fa, e poi cresciuta, cresciuta, cresciuta. Quella che ha travolto la politica, la democrazia, la libertà, la vita vissuta di centinaia di persone per bene. Forse sta facendo capolino di nuovo il diritto. Poi nei prossimi giorni avremo il tempo per elencare la lunga teoria di vittime innocenti. Anche quelli che non ci sono più, molti. Quelli che hanno pagato con la vita la furia dei linciatori.

 

PIERO SANSONETTI

La sentenza pronunciata ieri pomeriggio dalla Corte d’Assise d’appello di Palermo è importantissima. Non perché ci fossero molti dubbi su questa storia della trattativa Stato-mafia. Chiunque si fosse occupato un po’ della questione e disponesse di qualche neurone nel cervello e di un po’ di onestà intellettuale dentro al sangue, sapeva benissimo come stavano le cose. Sapeva che non c’è mai stata questa trattativa. Che i carabinieri di Mori, che erano la punta di lancia della squadra di Falcone e Borsellino, avevano avvicinato i mafiosi solo per arrestarli. E per beccare Riina, latitante imprendibile da decenni. E lo avevano preso. E sapevano che Marcello dell’Utri con tutto questo non c’entrava niente di niente. Non solo non c’era una prova che è una della loro colpevolezza. C’erano montagne di prove a discarico.

 

marcello dell'utri dopo la scarcerazione

Contro di loro solo le parole folli di due farabutti noti come Salvatore Brusca e Massimo Ciancimino. Brusca è un assassino seriale, Ciancimino un calunniatore grossolano portato sugli scudi e in Tv da Michele Santoro e solo per questo considerato attendibile. Del resto tutto quello che sto scrivendo era stato affermato in modo solenne in almeno tre processi, nei quali Mori era stato ampiamente assolto, insieme al generale Subranni e al colonnello De Donno.

GIUSEPPE DE DONNO

 

E poi era stato assolto, dopo anni di carcere e di persecuzioni anche Calogero Mannino, ex ministro Dc, che era stato indicato come il capo della trattativa. Alla fine pure i Pm, credo, si erano un po’ convinti di aver preso una cantonata. Ma andavano avanti a testa bassa, testardi, tenaci, convinti che comunque, alla fin fine, specialmente in un processo così politico, l’accusa avrebbe avuto ragione perché è suo diritto avere ragione.

 

E così è stato in primo grado: una sentenza demenziale, fondata sull’acqua fresca, aveva condannato Mori e De Donno e Subranni e Dell’Utri a pene fino a 12 anni. Follia. Poi però c’è stato l’appello e nonostante il tentativo di influenzare la corte con varie trasmissioni Tv, degne di un paese a diritto zero, persino trasmissioni del servizio pubblico, anche recenti, i giudici hanno serenamente riconosciuto che le accuse erano solo un castello pazzo da eliminare al più presto. Hanno raso al suolo le accuse. C’è una domanda che è impossibile non porsi. Perché la Procura di Palermo, e poi la Procura generale, hanno voluto costruire questa mostruosità?

piero sansonetti foto di bacco

 

Io penso che ci siano tre ragioni, che si sono intrecciate e sommate. Una politica, una giudiziaria, una di costume.

Quella politica ha un cognome e un nome: Berlusconi Silvio. La teoria della trattativa aveva quell’obiettivo lì: colpire Berlusconi. Che quando è iniziata questa corsa folle era Presidente del Consiglio. Era molto potente e il suo partito era il primo partito in Italia. L’idea che si fecero Pm e giornalisti è che la trattativa potesse in qualche modo coinvolgere Berlusconi. Ricordo, ancora dopo la sentenza di primo grado, quindi nel 2018 (quando era ormai chiaro a tutti che la trattativa non c’era stata) uno scontro furibondo che ebbi in Tv con un giornalista del Fatto il quale sosteneva che comunque Berlusconi aveva delle responsabilità oggettive.

mori de donno

 

 Del resto, ancora ieri il Fatto Quotidiano, in attesa della sentenza di appello, ha pubblicato un lungo articolo sull’ipotesi dei rapporti tra Berlusconi e la mafia. Nell’articolo, per la verità, era del tutto smentita, anche con un certo segno, la tesi del titolo. Ma il titolo era quello. La forza del processo è sempre stata politica: l’antiberlusconismo e la convinzione che prima o poi fosse possibile coinvolgere Berlusconi. Chi ha fatto le spese di questa tendenza è stato naturalmente Marcello Dell’Utri, individuato come l’anello debole del berlusconismo e aggredito con una vera e propria, lunga, feroce persecuzione.

berlusconi dell'utri

 

La seconda ragione è quella giudiziaria. I magistrati che entrarono in azione dopo l’uccisione di Falcone, e poi di Borsellino, nel 1992, non erano tutti preparatissimi. Alcuni, molto probabilmente, erano anche corrotti. Almeno, questo è quello che pensavano Falcone e Borsellino. E così commisero degli errori tragici. La maggior parte di loro li commise involontariamente.

 

falcone borsellino

L’errore più noto è stato quello di credere al falso pentito Scarantino, che raccontò una montagna di balle su l’uccisione di Borsellino e della scorta, sviò le indagini, nonostante gli ammonimenti della Ilda Boccassini che diceva: “non gli credete, non gli credete…” e rese praticamente impossibile l’accertamento della verità. Il secondo errore macroscopico fu l’archiviazione del dossier “mafia- appalti” preparato dall’allora colonnello Mori, insieme a Falcone, e che scoperchiava il vaso di Pandora dei rapporti di Cosa Nostra con le imprese del Nord.

 

dell utri 25

Borsellino chiese di poter lavorare lui a quel dossier, ma Scarpinato (oggi Procuratore generale di Palermo, cioè capo della Procura che è stata sconfitta dalla difesa di Mori e Dell’Utri) e Lo Forte chiesero l’archiviazione, pochi giorni prima della morte di Borsellino (che non sapeva di questa richiesta) e la ottennero pochi giorni dopo l’eccidio di via D’Amelio. Probabilmente Mori è stato messo in mezzo in questo folle processo, anche per quella colpa. Lui è stato uno dei pochi che la lotta alla mafia l’ha fatta davvero, che la sapeva fare, che portava i risultati. Dava molto fastidio, andava stangato. Gli hanno rovinato la vecchiaia, ma non sono riusciti a stangarlo. Mori è una roccia. Piccolo, magro magro, ma fatto di fil di ferro. Ha sconfitto le Brigate Rosse, ha dato un colpo micidiale alla mafia e ora ha sconfitto anche i calunniatori. Complimenti, generale.

 

PAOLO BORSELLINO - LA STRAGE DI VIA D AMELIO

La terza ragione è quella che ho definito di costume. Cosa intendo dire? Intorno a questo processo si è costruita tutta la leggenda dell’antimafia militante, quale alimentata da persone varie, politici, molti giornalisti, moralizzatori di vario genere, tutta gente che di mafia non sa nulla e che alla mafia non ha mai torto un capello, ma che sa far spettacolo, sa mostrarsi pura, sa indicare gli impuri da mettere sul rogo insieme a Giordano Bruno. Rinunciare alle teorie del processo Trattativa, mollare la presa su Dell’Utri e Mori sarebbe stato un colpo di immagine molto forte. E avrebbe colpito al cuore una organizzazione che oggi ha un enorme potere politico, che condizione e intimidisce intellettuali e giornalisti, e intorno alla quale ruota anche un discreto giro d’affari.

 

giovanni falcone e paolo borsellino

Bene: 23 settembre. Tutta questa storia è finita. Un giudice serio, una Corte d’assise onesta hanno scritto la parola fine. Dai, che forse possiamo anche cominciare a lavorare per restituire a questo paese una magistratura. Una magistratura, dico. Non quella raccontata da Palamara, non un centro di poteri e di inguacchi e di persecuzioni e di torbidi accordi. No: dico una magistratura vera.

travaglioFALCONE BORSELLINOandrea purgatori foto di baccoPALERMO 19 LUGLIO 1992 - STRAGE IN VIA D'AMELIOscazzo tra michele santoro e lucia annunziatastrage di capaci 1STRAGE CAPACIstrage di capaci 2CAPACICAPACIcapaci falcone moglie e ragazzi della scortamarco travaglio

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