alexei navalny daniel roher

“IL VELENO ERA NELLE MUTANDE” - IACOBONI RACCONTA LE SCENE CLOU DI “NAVALNY”, IL FILM DOCUMENTARIO DI DANIEL ROHER IN CUI UNA SPIA DEL KGB  CONFESSA DI AVER CERCATO DI FAR FUORI IL DISSIDENTE RUSSO SU ORDINE DEL PRESIDENTE: “TUTTO AVVIENE DAVANTI ALLA TELECAMERE, COME SE FOSSE APPUNTO UN FILM, FICTION, INVECE È PURISSIMA, DRAMMATICA REALTÀ” - “IL REGISTA DICE CHE LA SUA VERA SPERANZA SAREBBE LA LIBERAZIONE DI NAVALNY E CHE CI FOSSE “INDIGNAZIONE MONDIALE” PER LA SUA DETENZIONE. L’INDIGNAZIONE È GRATIS, E LA AVRÀ, LA SECONDA COSA SARÀ UN POCHINO PIÙ DIFFICILE DA OTTENERE…”

 

 

 

Jacopo Iacoboni per www.lastampa.it

 

daniel roher

«L'abbiamo fatto proprio come previsto, nel modo in cui l'abbiamo provato molte volte. Ma nella nostra professione, come sai, ci sono molte incognite e sfumature. Il veleno era nelle mutande».

 

In quella che è forse la scena clou di “Navalny”, il film documentario di Daniel Roher che alla fine si è svelato come l’atteso e misteriosissimo evento a sorpresa del Sundance Festival, Konstantin Kudryavstev – uno degli agenti operativi del Kgb che hanno seguito e avvelenato Navalny in Siberia – ammette al telefono, incredibilmente, che sì, lo hanno avvelenato loro, gli sgherri di Putin.

 

Ma tutto avviene davanti alla telecamere, come se fosse appunto un film, fiction, invece è purissima, drammatica realtà: Navalny parla (fingendosi un superiore di Kudryavstev), Roher filma tutto, accanto c’è Christo Grozev di Bellingcat, il reporter investigativo bulgaro che ha ricostruito, in collaborazione con The Insider, Cnn e Spiegel tutte le tracce dello squadrone della morte dell’Fsb che ha prima seguito, poi tentato di assassinare Navalny con il novichok, un veleno di grado militare preparato nei Labs russi a San Pietroburgo.

 

navalny documentario di daniel roher

In buona sostanza, dopo quattro telefonate ad altre spie dello squadrone che non hanno risposto o messo giù, Kudryastev sta confessando un omicidio di stato ordinato da uno stato, la Russia, e un presidente, Vladimir Putin.

 

"Navalny” era un film necessario, e La Stampa è in grado ora di raccontarvelo. Roher ha incontrato per la prima volta il dissidente più famoso in Russia nel novembre del 2020, tre mesi dopo il suo avvelenamento a Omsk.

 

navalny daniel roher

Ha iniziato a girare il giorno dopo, in Germania, nella Foresta Nera, dove si trovava Navalny, e l’ha seguito per 500 ore di girato, fino al rientro e all’arresto a Mosca (la Russia lo accusa di aver violato la libertà su parola, in sostanza lo accusa di non essersi presentato davanti all’autorità mentre era in un lettino di ospedale a Berlino, avvelenato appunto dai servizi russi).

 

La prima cosa che ha detto a Roher, il regista canadese recente autore di "Once Were Brothers: Robbie Robertson and The Band”, è stata: «Giralo come un thriller». E fin qui i due erano d’accordo. Sul resto, Navalny pensava a qualcosa di gigantesco e hollywoodiano, Roher a un doc scarno e scabro, roba da Sundance, appunto: «Quello che abbiamo capito andando con Grozev a quell'incontro – ha raccontato a Hollywood reporter – è che erano aperti all'idea di fare un documentario, e siamo stati abbastanza fortunati da esserci stati.

 

In seguito ho appreso che quando Alexei si è svegliato dal coma a Berlino, ha avuto due visioni: una era quella di realizzare questo gigantesco video investigativo sul palazzo di Vladimir Putin e sulla sua ricchezza illecita. E l'altro era fare questo grande film documentario, che , nella sua mente immaginava stile Hollywood».

navalny documentario di daniel roher

 

 

Le cose sono andate diversamente, ma il doc è davvero toccante, anche se non contiene novità rispetto alle investigazioni sul caso. Molti dettagli però sì. Soprattutto, è utile a chiarire per quale motivo Putin teme così tanto quello che si rifiuta di chiamare anche per nome – si riferì a lui dicendo «questo cittadino», oppure «il paziente di Berlino»: «questo paziente della clinica di Berlino sta ricevendo il sostegno della Cia.

 

Navalny 3

Ma ciò non significa che debba essere avvelenato. Chi se ne frega di lui? E poi se i servizi segreti russi avessero voluto ucciderlo, avrebbero portato a termine il lavoro», disse una volta con una inquietante smorfia sul volto. Il motivo per cui lo teme è semplice, e il film lo spiega con un suo portato emotivo: Navalny lo attacca non solo sul piano della democrazia e dei diritti, argomenti ai quali sono sensibili in tanti nelle metropoli russe ma molti meno nella sterminata provincia, quanto sulla corruzione: l’accusa di essere il capo di una cleptocrazia composta dai ranghi dei suoi oligarchi, che fanno la bella vita in Occidente e in Europa (Londra e Italia in primis), senza che l’occidente riesca a combatterlo, insomma, «un ladro».

alexei navalny vladimir putin

 

Ma più che la politica, per esempio la richiesta di sanzionare davero Putin e gli oligarchi, nel documentario prevale il pugno al petto di certi momenti. In una scena di “Navalny” si vede una manifestazione del dissidente prima dell’avvelenamento, in cui arringa la folla: «Le persone al potere sono ladri corrotti. Chi è Vladimir Putin? Chi è Vladimir Putin?». E la gente risponde urlando: «Ladro!». Lo ripetono diverse volte, con lui che grida «Putin!», e le persone «ladro!». «L'avete detto voi, non io. Ora la polizia ci ha filmati tutti». Gli agenti soon effettivamente non lontano.

alexei navalny in carcere

 

“Navalny” non fa uso di effetti, mentre attinge a materiale open source o proveniente dai social, per esempio il video ripreso sull’aereo dove crolla, con Navalny che entra in coma e inizia a gridare orribilmente – percependo cosa sta avvenendo, una specie di distacco della sua mente dal suo corpo –, l’atterraggio d’emergenza a Omsk, le scene nervose di sua moglie Julia nell’ospedale in Siberia, con i medici che, si scoprirà poi, parlano quotidianamente con le spie del del Cremlino.

vladimir putin

 

 O le ultime scene, con la camicia a scacchi, dalla Colonia penale numero 2 di Pokrov, dove Navalny conserva quel suo umorismo noir quasi di bambini, vista la situazione. «Sarò un specie di martire fino alla fine dei miei giorni», dice all'inizio del film Navalny. Alla fine però «il paziente berlinese» parla in russo. Il suo è una specie di appello all’umanità. Il film neanche traduce le sue parole in inglese.

alexei navalny

 

Il regista dice che la sua vera speranza sarebbe la liberazione di Navalny, le sue speranze subordinate «vorrei che ci fosse indignazione mondiale per la sua detenzione, e anche che si smettesse di fare affari con la Russia». L’indignazione è gratis, e la avrà, la seconda cosa sarà un pochino più difficile da ottenere.

LEONID VOLKOVNavalny 4proteste pro navalny in russiaAlexei NavalnyMANIFESTAZIONE PER Alexei NavalnyNavalny 5Navalny 2

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