PALAMARA, L'AMARA ''VERITÀ'' - IL QUOTIDIANO DI BELPIETRO METTE IL DITONE NELLA PIAGA DI ''REPUBBLICA'', CHE PARLA DEL CASO CSM SOLO QUANDO GLI FA COMODO. DOPO UN ANNO DI INABISSAMENTO E SILENZIO, HA MANDATO I SUOI SEGUGI A INDAGARE SU UN CHIOSCO SARDO IN CUI PALAMARA AVREBBE INVESTITO 23MILA EURO - NON SI SCIOGLIE IL DUBBIO DEL PERCHÉ IL TROJAN ABBIA CAPTATO LE CONVERSAZIONI COI PARLAMENTARI MA NON QUELLE CON L'EX PROCURATORE CAPO PIGNATONE

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Giacomo Amadori per ''La Verità''

 

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La Repubblica l'anno scorso aprì le danze del caso Palamara con un articolo intitolato «Corruzione al Csm». Lo scoop anticipava un'ipotesi investigativa relativa al pagamento di mazzette in cambio di nomine, congettura che nel procedimento penale in corso a Perugia si è dimostrata priva di fondamento. Eppure quella discesa in campo, ispirata da suggeritori ben informati sulle indagini in corso, contribuì a far saltare la nomina di Marcello Viola a procuratore di Roma, considerato candidato in controtendenza rispetto all'ex procuratore Giuseppe Pignatone.

 

Raggiunto l'obiettivo, il sommergibile di Repubblica si è inabissato ed è rimasto sott' acqua per circa un anno, nonostante ad aprile siano state depositate dai pm di Perugia 49.000 pagine di chat ben più succulente dei brandelli di informative, a volte solo orecchiate, pubblicate con ardore e sprezzo delle querele un anno fa. Ma in vista dell'udienza stralcio riguardante Luca Palamara del prossimo 16 luglio in cui si dovrà decidere quali intercettazioni salvare e quali distruggere e dell'udienza del 21 luglio davanti alla sezione disciplinare del Csm per Palamara e altri sei incolpati, il sottomarino ha ritirato fuori il periscopio e sparato un paio di missili a salve.

 

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Dopo mesi di quasi totale assenza il quotidiano ha spedito un cronista su una spiaggia sarda per indagare su un chiosco di cui Palamara ha acquistato una quota attraverso il commercialista Andrea De Giorgio, il quale avrebbe ricevuto incarichi sospetti da parte del tribunale di Roma. Questo servizio, che non ci sembra in grado di far tremare il modo della magistratura, ha permesso ai cronisti di ribadire quella che ci sembra la loro principale preoccupazione: che l'inchiesta di Perugia e le intercettazioni captate dal Gico non hanno ombre né buchi.

 

Di fronte a ciò gli avvocati di Palamara, Roberto Rampioni, Mariano e Benedetto Buratti, hanno inviato alle agenzie un comunicato così intitolato: «Falsa la notizia del lido in proprietà. Palamara non si farà intimorire da pressioni volte a cercare di manipolare l'esito del giudizio disciplinare del 21 luglio». A proposito del chiosco i legali hanno scritto che «Palamara non ha la titolarità di nessun lido in Sardegna come enfaticamente afferma il titolo dell'articolo, essendosi più modestamente limitato ad acquistare nell'interesse dei figli (all'epoca minorenni, ndr) una piccola quota, per un valore di 23.000, di un chiosco adibito alla vendita di panini, gelati e bibite».

 

 Hanno, inoltre, precisato che dai pm perugini «non è stato ravvisato alcun profilo di rilevanza penale» sulla questione, che «la legge consente ai magistrati la possibilità di acquistare quote societarie» e che il commercialista a cui «in via fiduciaria» è stata intestata la partecipazione è un amico d'infanzia. Quanto agli incarichi i difensori hanno puntualizzato che «il dottor De Giorgio è stato nominato consulente tecnico non su indicazione del dottor Palamara», ma di altri magistrati.

 

giuseppe pignatone giuseppe pignatone

Quindi hanno citato una nota del presidente della Corte d'appello di Roma di un anno fa che escludeva «qualsiasi interessamento del dottor Palamara su procedimenti giudiziari in corso». Di fronte al risveglio di Repubblica gli avvocati di Palamara, in vista delle udienze del 16 e del 21 luglio, hanno voluto far presente che il loro assistito intende difendersi «senza farsi intimorire da comunicati di gruppi associativi (le toghe progressiste di Area, ndr) o da articoli di giornali» che, a loro dire, hanno «il chiaro intento di cercare di influenzare e di anticipare il giudizio della sezione disciplinare».

 

Sull'ulteriore allusione a una presunta appartenenza di Palamara ad associazioni massoniche i legali giudicano «agevole» dimostrare «l'assoluta inesistenza di qualsiasi adesione» a logge segrete da parte del loro assistito e annunciano querele. Infine, sul tema degli svarioni investigativi, i difensori hanno fatto presente come sia stata «disattesa» la disposizione della pm Gemma Miliani di spegnere il microfono ogni qualvolta nelle conversazioni di Palamara fosse stato coinvolto un parlamentare.

 

Riguardo alla presunta infallibilità del trojan gli avvocati hanno ricordato che «in data 21 maggio 2019, il Gico trascriveva "carabinieroni" anziché "Pignatone"» e hanno rammentato come «nella giornata del 9 maggio del 2019 le registrazioni delle conversazioni si interrompevano alle ore 16.02 dopo che il dottor Palamara riferiva al suo interlocutore che la sera stessa sarebbe stato a cena con il dottor Pignatone». Prima o poi qualcuno dovrà giustificare l'interruzione di quel servizio di captazione.

 

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