mario draghi carlo azeglio ciampi

IL PASTICCIACCIO BRUTTO DEI DERIVATI, CIAMPI, DRAGHI E LA CORTE DEI CONTI CHE METTE SOTTO INCHIESTA I VERTICI DEL TESORO, DA SINISCALCO A MARIA CANNATA, DA GRILLI A LA VIA. TUTTI TRANNE SUPERMARIO, ALL’EPOCA DIRETTORE GENERALE CHE FIRMÒ I CONTRATTI - CHI PAGHERÀ L’EVENTUALE DANNO ERARIALE? SE SI ARRIVA A CONDANNA, LE BANCHE COME MORGAN STANLEY SI RIFIUTERANNO DI PIAZZARE IL NOSTRO MOSTRUOSO DEBITO?

Winston Churchill per www.lettera43.it

scalfari guarda ciampi che abbraccia draghi

 

Le colpe dei padri ricadono sempre sui figli. Ne parlo a ragion veduta, sia come figlio di Lord Randolph Henry Spencer Churchill, morto nel gennaio 1895 a soli 46 anni dopo essere stato un politico molto influente nell’Inghilterra vittoriana, sia come padre di cinque figli – avuti dalla mia amata Clementine Hozier – due dei quali sono volati cielo prima di me (Marigold Frances morta a soli 3 anni per setticemia, e Diane, suicida con un’overdose di barbiturici nel 1963, due anni prima che mancassi io) mentre gli altri tre (Randolph, Sarah e Mary) mi hanno seppellito dopo avermi riempito di nipoti.

 

L'ACCUSA A MORGAN STANLEY.

mario draghi carlo azeglio ciampi

Ma quello di cui voglio parlarvi oggi non è la storia della blasonata famiglia Churchill, bensì la triste storia dei derivati della finanza pubblica made in Italy. Una storia che ora finisce alla Corte dei Conti che, non avendo niente di meglio da fare, accusa l’americana Morgan Stanley e i benemeriti funzionari del Tesoro italiano – magari li avessero i nostri cancellieri dello Scacchiere – di danno erariale per 3,9 miliardi, di cui 2,7 miliardi a carico della banca d’affari e 1,2 miliardi complessivi per quattro dirigenti del Mef (due ex direttori generali, Domenico Siniscalco e Vittorio Grilli, l’attuale loro successore Vincenzo La Via, e Maria Cannata, che per 17 anni ha diretto il pool che gestisce il debito pubblico nazionale).

 

I RISCHI PER IL PAESE.

Tutto questo con gravi conseguenze per quella maledetta montagna di debiti che gravano sulle spalle degli italiani, mi racconta un grande italiano che avrei voluto conoscere in vita, Carlo Azeglio Ciampi. Secondo lui c’è il rischio che alcune banche decidano seriamente di ripensare il loro coinvolgimento come specialisti in titoli di Stato. E ne parla a ragion veduta, visto che in qualche modo è il padre dell’uso dei derivati come forma di assicurazione contro il rischio tassi nella gestione del vostro debito pubblico.

saccomanni ciampi draghi

 

E già, perché le regole dei derivati hanno origini antiche. Era il 1996 e l’Italia, senza questi strumenti finanziari, rischiava di restare fuori dall’Unione monetaria. Così, il 22 gennaio 1997, Ciampi firmò il decreto ministeriale che li definiva nei dettagli; comprese le clausole che prevedevano (sia per le banche specialist sia per lo Stato) l’uscita dal contratto. Tra l’altro, il direttore generale del Tesoro dell’epoca (cioè, chi scrisse materialmente quel provvedimento) era Mario Draghi (che quei falsi coraggiosi della Corte dei Conti si sono dimenticati di perseguire, pur essendo ancora in vita, al contrario di Ciampi).

 

Nel 2001, Draghi avvertì il bisogno di scendere nei dettagli dei derivati. E fece riferimento alla possibilità di utilizzare la swaption per allungare le scadenze del debito pubblico. Proprio le pratiche che la Corte dei Conti ritiene «illegittime», e per le quali chiama a giudizio tutti i direttori generali del Tesoro che sono seguiti a Draghi e il direttore del debito di questi anni. Tutti fuorché colui che ha ideato le operazioni.

d alema premier ciampi ministro del tesoro mario draghi direttore generale

 

LE PASSATE ARCHIVIAZIONI.

Al di là della circostanza che la gestione del debito pubblico venga definita dalla legge «insindacabile», la Corte dei Conti tratta come “incapaci” i dirigenti del Tesoro. Eppure, costoro hanno gestito il terzo debito pubblico del mondo, senza avere alle spalle la terza economia del mondo. E benché negli anni il debito sia continuato ad aumentare, la spesa per interessi rimasta pressoché stabile dimostra come la gestione del debito sia stata alquanto azzeccata. Ciampi me ne parla con le lacrime agli occhi, e a me non rimane che offrirgli un bicchiere del mio malto, mentre rifiuta uno dei miei avana (e me ne dolgo).

 

Ora tutto questo rischia di saltare, mi dice con il groppo alla gola il toscanaccio ormai mio amico. Mi dice: «Winston, pensaci, se gli specialisti vedranno sanzionata Morgan Stanley è assai probabile che rivedano la propria strategia nei confronti dei titoli emessi dalla Repubblica italiana». Allo stesso modo se quella gran donna della Cannata sarà condannata, i funzionari di via XX Settembre saranno indotti alla deresponsabilizzazione. Tutti, banche e dirigenti, diranno un bel “chi ce lo fa fare”, e la mia amata Italia andrà a farsi benedire. Ed è per queste ragioni che il Tribunale di Roma, quello di Trani e il Tribunale dei ministri hanno già archiviato senza indugi procedimenti analoghi.

derivati tra tesoro italiano e morgan stanley

 

L'ALLARME DEFAULT.

Chiedo a Carlo Azeglio se si ricorda come siano andate le cose. Mi racconta come un fiume in piena. Nel 2005, Morgan Stanley chiese al governo italiano di agganciare ai derivati altri contratti collaterali, a garanzia. Il Tesoro respinse la richiesta: all’epoca il debito italiano era risk free, e mostrando di non avere alcuna sudditanza nei confronti della banca d’affari, via XX Settembre fece la cosa giusta.

 

Nel 2011, però, le cose cambiarono. Non tanto per lo spread schizzato alle stelle, quanto per l’analogo andamento dei credit default swap. E a far volare questa forma speculativa erano le voci di un default dell’Italia. Voci che trovavano conferma persino nelle parole di Giorgio Napolitano e di Mario Monti. Entrambi dissero che l’Italia era in condizioni di pre-default.

 

derivati tra tesoro italiano e morgan stanley

Di fronte a tali considerazioni dei massimi livelli istituzionali, Morgan Stanley non applicò le clausole a sua disposizione che l’avrebbero autorizzata a uscire dal derivato, ma avviò un negoziato con il Tesoro. Tant’è che alla fine fu il ministero dell’Economia a decidere di chiudere il contratto. I tecnici si fecero due conti. Se il derivato fosse arrivato alla scadenza naturale, l’esborso per le casse dello Stato sarebbe stato di 5,9 miliardi. Con la rinegoziazione avrebbe versato alla banca 3,109 miliardi. Con un minor costo effettivo per lo Stato italiano di quasi 3 miliardi.

derivati Morgan Stanley

 

UNA SORTA DI POLIZZA ASSICURATIVA.

Superando la mia naturale ritrosia ad ammettere di non conoscere qualcosa, mi violento e chiedo a Carlo Azeglio di spiegarmi come funzionano questi benedetti derivati. Mi spiega con pazienza certosina che sono contratti equiparabili a una polizza assicurativa, nella fattispecie legata all’andamento dei tassi d’interesse. Se questi superano un determinato livello (stabilito nel contratto) è la banca a pagare. Se invece scendono, paga lo Stato. E quando il derivato è stato rinegoziato i tassi erano in discesa.

 

Eppure, per la Corte dei Conti gli uomini e le donne dell’Economia sono un branco di incapaci. Sostiene che gli uomini di Morgan Stanley spadroneggiavano al ministero e svolgevano un ruolo di consulenti. Peccato che agli specialisti delle banche sia proibito dalle misure interne del Mef di fare i consulenti. Sono 20 le banche che operano per il Tesoro, e ognuna può informare il Tesoro solo nella parte relative alle proprie operazioni. E all’epoca quelle di Morgan Stanley riguardavano lo 0,42% del debito pubblico.

 

CHI PAGHERÀ IL DANNO ERARIALE?

corte dei conti1

Insomma, quella che andrà in scena alla Corte dei Conti è una storiaccia di visibilità della magistratura amministrativa, condita di omissioni. E così uno strumento, nato per gestire al meglio il debito pubblico, rischia di diventare un boomerang proprio per il debito stesso. Se le banche specialiste dovessero osservare quel che avviene a Morgan Stanley potrebbero decidere l’uscita. E a quel punto, chi chiederà il danno erariale alla Corte dei Conti?

VINCENZO LA VIADOMENICO SINISCALCOVINCENZO LA VIA PIER CARLO PADOANmaria cannata

Ultimi Dagoreport

sigfrido ranucci valter lavitola

RESPINTO IL RICORSO DI SIGFRIDO RANUCCI CONTRO LA RAI: NON CI SARA' NESSUN REINTEGRO, IL CONDUTTORE NON RIPRENDERA' IL SUO POSTO ALLA GUIDA DI "REPORT" - DALLA RAI FILTRA "SODDISFAZIONE" PER LA SENTENZA DELLA GIUDICE DEL LAVORO DONATELLA CASARI (BOLLATA DALLA STAMPA DI DESTRA COME MAGISTRATO SINISTRORSO) CHE HA RESPINTO IL RICORSO EX ARTICOLO 700 DELL'''AMICO FRATERNO" DEL PESCIVENDOLO-BOMBAROLO DEL "BISTROT CEFALU' - NEI GIORNI SCORSI ERA ARRIVATA ANCHE UNA SOSPENSIONE DI DIECI GIORNI SENZA STIPENDIO - A CONDURRE LA PRIMA PUNTATA DI ''REPORT'', L’8 NOVEMBRE, CI SARANNO CLAUDIA DI PASQUALE E DANIELE PIERVINCENZI - SU TROPPI COMPORTAMENTI, DA LAVITOLA IN GIU', RANUCCI E' ETICAMENTE INDIFENDIBILE - COSA FARA' ORA "SUPERMAN" SIGFRIDO, COME LO DEFINISCE LA POMPEIANA BOCCIA? SE NON HA PIU' LA CREDIBILITA' PER PRESENTARE INCHIESTE SUL POTERE, CHISSA' SE IL CALDO "SIG" AVRA' ANCORA CREDIBILITA' PER CANDIDARSI ALLE PROSSIME POLITICHE...

messina orcel donnet generali

DAGOREPORT - FINITO IL PRIMO TEMPO DEL RISIKO, CON LO STRAORDINARIO SUCCESSO DELL’OPAS DI INTESA SU MONTE DEI PASCHI DI SIENA, SI APRE IL SECONDO ROUND, QUELLO DECISIVO PER ESPUGNARE IL “FORZIERE D’ITALIA”, ASSICURAZIONI GENERALI - L’UNICO ISTITUTO BANCARIO CHE POTREBBE FAR SALTARE IL PIANO INTESA DI CARLO MESSINA E COMPAGNI È UNICREDIT, CHE HA CONVOCATO PER OGGI UN CDA STRAORDINARIO – PARE CHE IL BERSAGLIO DI ANDREA ORCEL SIA LA CONQUISTA DI BANCA GENERALI, DI CUI IL LEONE HA IN TASCA IL 51% - NESSUNO ESCLUDE CHE DOMANI ORCEL POSSA SPEGNERE I SOGNI DI GLORIA DI MESSINA, PORTANDO LA PARTECIPAZIONE DI UNICREDIT NEL LEONE, DAL 9 AL 29,9%, MAGARI RILEVANDO LA QUOTA DEL 10,15% DETENUTA DAL GRUPPO DEL VECCHIO/DELFIN IN GENERALI - NON È NEMMENO DA GETTARE NEL CESTINO L’OPZIONE DI UNA FUSIONE UNICREDIT-GENERALI PER DARE VITA A UNA BANCA-ASSICURAZIONE - NON È FINITA. SI ACCAVALLANO LE VOCI DI INTERLOCUZIONI A IOSA TRA UNICREDIT E CRÉDIT AGRICOLE…

meloni schlein calenda richetti bonetti rosato conte

“IL CAMPO LARGO È UN GRAVE PERICOLO PER L’ITALIA” – CARLO CALENDA RIBADISCE IL SUO NO ASSOLUTO ALL’ALLEANZA CON IL CENTROSINISTRA: “NON SIAMO MAI STATI NÉ SAREMO MAI NEL CAMPO LARGO”. VA BENE CARLETTO, MA CHE FAMO? “AZIONE” FARÀ LA TERZA GAMBA PER GIORGIA MELONI? O CORRERÀ DA SOLA CON IL RISCHIO DI ESSERE ININFLUENTE? - DAGOREPORT: NEL PARTITO DEL “CHURCHILL DEI PARIOLI”, RICHETTI A PARTE, SAREBBERO GIÀ PRONTI A LANCIARSI TRA LE BRACCIA DELLA MELONI. BONETTI, ROSATO E COMPAGNIA SPERANO CHE IL CENTRODESTRA RESTI SOTTO AL 42% PER OFFRIRSI COME STAMPELLINA. MA GLI ELETTORI “AZIONISTI” SOFFRIREBBERO UN PASSAGGIO A DESTRA: SI FIDANO PIÙ DI RENZI CHE DI MELONI, SCHLEIN E CONTE...

malara corsini monteleone

DAGOREPORT - ANTONINO, CHE TIPINO! - IL DIRETTORE DEGLI APPROFONDIMENTI PAOLO CORSINI S'E' STUFATO DI MONTELEONE, IL CUI PROGRAMMA "FILOROSSO" INANELLA UN FLOP DIETRO L'ALTRO - NEL TENTATIVO DI ALZARE GLI ASCOLTI, CORSINI HA CONSIGLIATO ALL'EX "IENA" DI CAMBIARE ROTTA: PIÙ SERVIZI, PIÙ INCHIESTE "ON THE ROAD" E MENO CHIACCHIERE INUTILI IN STUDIO. PECCATO CHE IL CONDUTTORE, IN VERSIONE TORTELLONE RIPIENO DI SÉ, ANZICHÉ DARE ASCOLTO AI CONSIGLI, VADA DRITTO PER LA SUA STRADA - SE GLI ASCOLTI NON MIGLIORERANNO, LA RAI CHIUDERA' "FILOROSSO" A FINE ANNO E POTREBBE SILURARE IL CONDUTTORE, PAGANDO UNA PICCOLA PENALE - LO SCAZZO TELEFONICO IN DIALETTO CALABRESE TRA MALARA E MONTELEONE E LA LUNGA LISTA DI FLOP BY ANTONINO...

giorgia meloni cateno de luca

FLASH! MELONI S-CATENATA: ACCORDO FATTO CON "SUD CHIAMA NORD", IL MOVIMENTO DI CATENO DE LUCA. A LEGGE ELETTORALE APPROVATA, GIORGIA PUNTA ANCHE SU CATENO, QUOTATO ALL’1,5%, PER RAGGIUNGERE QUOTA 42 SENZA VANNACCI - IL SINDACO DI TAORMINA, ALLE REGIONALI SICILIANE DEL 2022, HA PRESO (DA SOLO) PIU’ DI MEZZO MILIONE DI VOTI - LA PROSSIMA SETTIMANA SI FORMERA’ LA COMPONENTE ALLA CAMERA: A FRANCESCO GALLO SI UNIRANNO UN ALTRO PAIO DI DEPUTATI, TRA I QUALI MANLIO MESSINA, CHE RIENTRA IN “AREA MELONI” DOPO AVER LASCIATO IL GRUPPO DI FDI NEL 2025…

urne voto schede elezioni giorgia meloni antonio tajani matteo salvini elly schlein donald trump benjamin netanyahu pedro sanchez

DAGOREPORT – LA CONFUSIONE POLITICA ITALIANA HA RAGGIUNTO LA QUINTA DIMENSIONE, OLTRE LO SPAZIO-TEMPO: QUANDO SI VOTA? - MOLTI SONO CONVINTI CHE LA DATA DA CERCHIARE SIA GIUGNO 2027 (SALVINI E TAJANI PERMETTENDO) - MA CI SONO TROPPE VARIABILI, IN ITALIA E ALL’ESTERO, CHE POSSONO INFLUENZARE IL CALENDARIO ELETTORALE – LE TRE DATE CHIAVE PER IL FUTURO DELL'UNDERDOG DI COLLE OPPIO SONO: LE ELEZIONI IN ISRAELE DEL 27 OTTOBRE, QUELLE DI MEDIO MANDATO NEGLI STATI UNITI DEL 3 NOVEMBRE E LE POLITICHE IN SPAGNA DEL 29 NOVEMBRE - I DESTINI DI NETANYAHU, TRUMP E SANCHEZ SONO IN QUALCHE MODO LEGATI A QUELLO DELLL'ARMATA BRANCA-MELONI. I PRIMI DUE PERCHÉ GRANDI ALLEATI, AL NETTO DI QUALCHE “VAFFA”, IL TERZO PERCHÉ GRANDE NEMICO E PRINCIPALE RAPPRESENTANTE DEL PARTITO SOCIALISTA EUROPEO IN UE - NEL CASO DI UNA SCONFITTA DI TRUMP, SIA ALLA CAMERA SIA AL SENATO, BISOGNA CAPIRE CHE POTRA' SUCCEDERE: IL RISCHIO CHE GLI PARTA L'EMBOLO È ALTISSIMO...