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PERCHÉ CONTE SI DÀ I PIENI POTERI SULLE CARRIERE DEI NOSTRI 007 – CON IL PRETESTO DI ACCONTENTARE IL PD, SANANDO UN PROBLEMA NON DA POCO CHE SI È FORMATO ALL'AISI GUIDATO DA MARIO PARENTE, CONTE HA LA POSSIBILITÀ DI PROLUNGARE IL SUO FEDELISSIMO CAPO DEL DIS, GENNARO VECCHIONE, IN SCADENZA IL PROSSIMO NOVEMBRE,– LE TRAME DI CONTE/VECCHIONE PER NOMINARE MARCO MANCINI VICE DI CARAVELLI ALL’AISE STOPPATE, PER ORA, DA MATTARELLA – LA CACCIATA DI CARTA DALL’AISE PER IL SUO ATTEGGIAMENTO SULLO SCANDALO MIFSUD/LINK - LA CARTA DI DI MAIO SI CHIAMA AGOVINO

Claudio Antonelli per “la Verità”

 

giuseppe conte gennaro vecchione

«Una proroga allo stato di emergenza legata al rischio pandemia è inevitabile», ha esordito così il 28 luglio scorso Giuseppe Conte di fronte ai banchi del Senato. Per sua scelta e per raffreddare le polemiche sui pieni poteri, il premier ha deciso di chiedere preventivamente l'autorizzazione alle due Camere per poter prorogare le deleghe e i poteri straordinari di Palazzo Chigi fino al prossimo 15 ottobre.

 

Virginia Raggi Mario Parente Foto Mezzelani

Il Senato dopo averlo ascoltato ha detto sì con 157 voti. Opposizione contraria anche alla Camera, ma senza riuscire a smontare lo schema. Infatti, dopo aver elencato le prerogative valide fino all'autunno, Conte si è presentato in Cdm e ha fatto approvare il decreto, firmato poi dal presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, e finito in Gazzetta Ufficiale tre giorni fa.

 

Ma la trasparenza non è il forte del presidente del Consiglio che si è dimenticato una novità non da poco. Il dettaglio non l'ha raccontato preventivamente all'Aula, né l'ha comunicato a fine Cdm con la consueta nota di Palazzo Chigi. Eppure il comma 6 dell'articolo 1 del decreto sull'emergenza cambia in modo strutturale la legge che norma gli apparati di sicurezza e amplia in modo spropositato il ruolo della politica.

mario parente

 

O meglio, il ruolo dello stesso Conte che fin dal suo primo incarico con i gialloblù tiene saldamente tra le mani le deleghe ai servizi. Adesso con la scusa del Covid è riuscito a fare ancor di più. Il testo del decreto va a modificare un passaggio della legge 124 del 2007, considerata la bibbia statutaria delle agenzie di intelligence.

 

Le parole «una sola volta» sono state sostituite da una frase più ampia: «Con successivi provvedimenti per una durata complessiva massima di ulteriori quattro anni». Tradotto, fino a tre giorni fa i vertici dei servizi venivano nominati di prassi per due anni e poi potevano essere rinnovati per una sola volta.

 

conte vecchione

In teoria la durata complessiva di un incarico poteva essere di otto anni totali, nella prassi (sempre rispettata dagli ultimi governi) tra incarico e rinnovo non si andava mai oltre i quattro anni complessivi. Non un calcolo a caso, ma una scelta basata sull'equilibrio delle istituzioni democratiche.

 

GABRIELE ROSSI ROCCO CASALINO

I direttori delle agenzie non potevano avere incarichi troppo brevi per permettere loro di svolgere serenamente gli incarichi e non potevano aver incarichi troppo lunghi per evitare che la durata superasse quella della singola legislatura. Adesso, invece, Conte potrà rinnovare più volte i capi dell'intelligence anche per brevi periodi di un anno e prima di andarsene potrebbe rinnovare un suo preferito affinché sia operativo anche quando arriverà un successore a Palazzo Chigi.

 

Ieri mattina il portavoce Rocco Casalino ha tenuto a diffondere una breve nota nel tentativo di smentire l'articolo del Corriere della Sera che ha fatto lo scoop. Nella nota si spiega che il mandato complessivo non potrà andare oltre gli otto anni e che tali limiti non sono stati modificati. Esatto. Ma il tema non è questo. Anzi, ci mancherebbe fosse questo.

 

giuseppe conte gennaro vecchione 1

L'accrescimento del potere politico non sta nel consentire periodi più lunghi, giacché vorrebbe dire equipararci a Stati come il vecchio Iraq o il Venezuela, dove i vertici dei servizi stanno in carica per periodi indefiniti se non spariscono nel nulla prima. Ma sta nella possibilità di fare rinnovi mirati per brevi periodi (e quindi implicitamente far pesare la direttiva politica) o permettere un ulteriore rinnovo a fine legislatura.

 

In molti hanno visto in questa mossa un segno o meglio la possibilità per Conte di prolungare il capo del Dis, Gennaro Vecchione per un periodo ben oltre la prassi già il prossimo novembre, quando sarà al primo giro di boa. In realtà il blitz notturno del premier sembra destinato ad andare a sanare un problema non da poco che si è formato all'Aisi, guidato dal generale dei carabinieri Mario Parente.

 

ROCCO CASALINO GIUSEPPE CONTE

Il responsabile del servizio interno è stato prorogato a metà giugno per mezzo di un atto amministrativo. Nel Dpcm si spiegava la scelta per motivi di ordine pubblico e sicurezza nazionale in fase post Covid. Il problema è però sorto quando, prima del decreto emergenziale, la Corte dei conti ha bocciato il Dpcm ritenendolo un veicolo non idoneo per rinnovare un direttore dei servizi.

 

A quel punto il governo si è ritrovato con una patata bollente da gestire. Ed ecco la soluzione. Inserire senza avvisare, come abbiamo detto sopra, il Parlamento, e per giunta nemmeno il Copasir, la modifica sostanziale allo statuto dell'intelligence. Con una soluzione dal punto di vista di Palazzo Chigi molto efficace, visto che la norma è studiata bene.

gennaro vecchione raffaele volpi

 

A chi si chiede come possa essere retroattiva e quindi mantenere in carica Parente (si può rinnovare una nomina già scaduta?) la risposta sta nei cavilli. Le tre paroline «con successivi provvedimenti» stanno a indicare sia con successivi rinnovi, ma anche con successivi interventi o decreti. Molto semplice.

 

Resta però da porsi la domanda finale. Perché Conte sente la necessità di blindare i suoi poteri nell'apparato dei servizi con tale dedizione? Non solo non molla le deleghe, ma dal punto di vista politico le raddoppia. Abbiamo un Parlamento, dovrebbe spiegarlo senza omettere nulla.

 

Adolfo Urso

CONTE, DOPPIO SERVIZIO

Adolfo Urso (Fdi), membro del Copasir: "La norma stravolge e distorce la legge 124 del 2007 perché crea un rapporto eccessivamente discrezionale e, quindi, di marcata subordinazione dei vertici dei servizi all'autorità politica al punto tale che credo che questo possa violare il dettato costituzionale. In teoria, nei secondi quattro anni, il direttore potrebbe essere rinnovato anche ogni tre mesi e questo rischia di trasformarlo in un attendente".

 

LE MANOVRE DI MINNITI PER TUTELARE IL SUO UOMO

Luca Fazzo per “il Giornale” - ESTRATTO

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Ma perché tutelare Parente è così importante? La risposta che circola con più insistenza dice che non era il premier Conte a considerare così indispensabile un terzo mandato del generale. Conte è molto attento alla gestione dei servizi segreti, ha tenuto per sé la delega, sta imparando a conoscerne i meccanismi interni. Ma proprio per questo pensava che un avvicendamento, anche in una fase difficile come l'attuale, non costituisse un trauma.

 

Lorenzo Guerini

A intervenire con forza per trovare una soluzione che consentisse a Parente di continuare a essere lo zar della sicurezza interna sarebbe stato Lorenzo Guerini, ministro Pd della Difesa: che in quanto tale, anche se non formalmente coinvolto nella scelta, è un interlocutore cui il capo del governo non può non prestare ascolto. Anche perché dietro Guerini, come vero sponsor della riconferma di Parente si è intuito da subito il ruolo di Marco Minniti (nel tondo), ex ministro dell'Interno.

 

D'altronde era Minniti, come sottosegretario, a detenere la delega ai servizi segreti sotto i governi Letta e Renzi, fu lui a individuare Parente per la vicedirezione dell'Aisi e poi per la direzione. Il filo diretto tra i due non si è mai interrotto, e per Minniti potrebbe risultare prezioso avere un suo uomo ai servizi se - come fanno ipotizzare alcune sue recenti uscite - si stesse preparando un suo ritorno al Viminale.

marco minniti

 

Nel frattempo c'è chi si chiede: se la continuità nella guida dei servizi segreti è così importante, perché pochi mesi fa il governo ha spedito il capo dell'Aise Luciano Carta a fare il presidente di Leonardo?

 

CONTE, DI MAIO, ZINGARETTI LA GUERRA SUI SERVIZI SPACCA IL GOVERNO

Carlo Bonini per “la Repubblica” - ESTRATTO

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gennaro vecchione flavia giacobbe

Dai giorni di inizio maggio, quando Giuseppe Conte viene convinto da Gennaro Vecchione (l'uomo che gli sussurra all'orecchio perché a lui legato da vincoli personali e amicali, e che nella stagione giallo-verde ha voluto al vertice del Dis contro ogni logica e competenza), di liberarsi dei due direttori di Aise (Luciano Carta) e Aisi (Mario Parente). Vecchione ne soffre la capacità e la considerazione internazionale, di cui lui è privo anche in ragione di una certa disinvoltura della sua vita privata.

 

Soprattutto, rimprovera a entrambi la mancanza di "lealtà", quale lui la intende: fedeltà non alla Presidenza del Consiglio ma alla persona del Presidente del Consiglio. A un'idea dei Servizi come "moschettieri del Re". Il piano di Vecchione prevede che il licenziamento di Carta dall'Aise veda l'ingresso al vertice del Servizio di un "ticket" costituito dal generale Giovanni Caravelli e, come vice, dal Kaiser Soze dell'Intelligence italiana dai tempi del Sismi di Pollari. Marco Mancini.

Gennaro Vecchione

 

Un uomo che Repubblica ha a lungo raccontato, sopravvissuto al sequestro di Abu Omar, alla morte di Nicola Calipari, alla vicenda dello spionaggio Telecom, parcheggiato da anni al Dis e in cerca da sempre di una riabilitazione che lo riporti nella stanza dei bottoni dell'Intelligence, anche in forza di una ventina d'anni di segreti dell'Intelligence su cui è seduto. E per questo pronto a mettersi a disposizione.

 

gennaro vecchione annalisa chirico foto di bacco

Di Salvini, nella stagione giallo-verde. Di Conte, nella stagione giallo- rossa. Le cose, come sappiamo, vanno come Conte e Vecchione vogliono solo in parte. A metà maggio, Carta viene licenziato, ma, grazie anche all'opposizione del Quirinale, Conte non riesce a imporre Mancini come vicedirettore di Caravelli all'Aise. Né riesce a liberarsi di Parente all'Aisi ("Per mancanza di alternative", farà sapere Palazzo Chigi), che tuttavia umilia, riconfermandolo per un solo anno nell'incarico alle 11 di sera del 15 giugno.

 

marco mancini

Un'ora prima della sua decadenza (la mezzanotte del 16). La mossa ha una logica. Tenere aperta la partita per la collocazione di Marco Mancini nel primo slot disponibile e, soprattutto tenersi le mani libere per una partita autunnale che vede la scadenza del mandato di Vecchione al Dis e la fine del mandato (non prorogabile) di Giovanni Nistri al Comando generale dell'Arma.

 

Il gioco di Di Maio A Di Maio, quella norma sembra un'occasione eccellente per far ballare Palazzo Chigi, mettere a rumore le opposizioni, e mantenere l'incertezza del quadro. Perché anche il ministro degli Esteri ha una sua agenda per gli apparati. Che non coincide con quella del Presidente del Consiglio.

 

Marco Mancini

Dopo aver rivendicato come proprio uomo l'ex direttore dell'Aise Luciano Carta (facendo un torto alla sua storia professionale), al punto da trasferirlo come una figurina dalla direzione di un Servizio segreto a una partecipata di Stato (Leonardo), Di Maio ha infatti il problema di costruire le condizioni che consegnino a un altro suo uomo o il Comando Generale dell'Arma o la direzione di un Servizio.

 

angelo agovino

Parliamo del generale di corpo d'armata dei carabinieri Angelo Agovino, pupillo del fu comandante generale Gallitelli, e voluto proprio da Di Maio, nell'estate del 2019, a vicedirettore dell'Aise, dove è oggi. A maggior ragione come risposta all'offensiva che Conte si preparerebbe a lanciare ancora una volta sul nome di Marco Mancini, "sedato" in queste settimane dalla promessa di una vicedirezione del Dis destinata a trasformarsi in direzione quando, in autunno, Vecchione dovrà lasciare.

 

Bettini e Zingaretti

Zingaretti e voglia di Viminale Il Pd, apparentemente, osserva. Anche se, Nicola Zingaretti sembra essere sempre più sensibile alle sirene di uno suo antico consigliere, Goffredo Bettini, che lo avrebbe convinto a entrare nella compagine di governo rivendicando a sé il Viminale. Per una ragione: proteggere se stesso in quella che si annuncia come una stagione dei veleni da segretario del Pd e ministro dell'Interno e non solo da segretario del Pd. Ammesso ce ne fosse bisogno, un altro segnale dell'aria che tira dentro il governo. 

 

 

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