salvini papeete

LA RAGIONE PER CUI SALVINI NON ANDRA’ MAI A PALAZZO CHIGI E’ CHE NON E’ AFFIDABILE - CAMBIA IDEA A CONVENIENZA: PUTINIANO E POI PACIFISTA, GOVERNISTA E POI "TRUCE" DEL PAPEETE, S’ATTEGGIAVA DA STATISTA “FAREMO IL BENE DELL'ITALIA” E POI MANDA IL PAESE NEL CAOS FACENDO SALTARE DRAGHI - FRANCESCO MERLO: “E VA BENE CHE SIAMO NEL PAESE DELLE MILLE IDENTITÀ, MA PIÙ CHE IL SOLITO, ABUSATO MACHIAVELLI CI VORREBBE ADESSO UN COMICO PER RACCONTARE QUEL CAPITAN SALVINI CHE, IN COMBATTIMENTO CONTRO SE STESSO, PER TUTTA LA DURATA DEL GOVERNO DRAGHI SI ATTEGGIAVA A CHURCHILL: ‘SONO PRAGMATICO, SONO UN UOMO CONCRETO’”

MATTEO SALVINI BRINDA ALLA FINE DEL GOVERNO DRAGHI CON UNA COCA COLA INSIEME A DURIGON

Francesco Merlo per “la Repubblica”

 

Più imprevedibile di un manicomio, la politica ha messo in scena l'inedito, goffo duello finale tra Matteo Salvini e Pierferdinando Casini, il gabbamondo sempre gabbato contro il più astuto di tutti, gatto e al tempo stesso volpe dell'eternità italiana. Incredibilmente, hanno perso entrambi, Salvini e Casini, ma solo perché Berlusconi non ha perdonato Pierfurby, come per sempre lo ha battezzato Dagospia catturandone l'anima, e mai avrebbe permesso proprio a lui - "il traditore" - di salvare Mario Draghi e il suo governo.

 

matteo salvini roberto calderoli

Salvini non se l'aspettava, sognava di avere imprigionato Draghi in un'altra tela, una supertela da Uomo Ragno, e di essere diventato, proprio lui così ruvido e maldestro, il nuovo finissimo tessitore di Palazzo, nascosto come il papa absconditus del diritto ecclesiastico. E ora è furioso perché, in una giornata-babele ha invece aiutato Draghi a dimostrare che, anche in Italia, ci si può dimettere non solo quando ci si sente "al di sotto", ma anche quando ci si sente "al di sopra", come fu, per esempio, il caso di De Gaulle che andò via senza dare spiegazioni e perciò permise a Raymond Aron di scrivere: «È un piacere ascoltare il silenzio di quest' uomo ».

matteo salvini dopo il discorso di draghi

 

Matteo Salvini lo aveva pure detto: non temo Giorgia Meloni, temo Giuseppe Conte. Non che ancora lo temesse come l'avversario che solo tre anni fa - sembra un secolo - lo aveva castigato e umiliato. Salvini temeva Conte come destino finale. Non solo aveva paura che la Lega si sgretolasse come i 5stelle, ma che "l'effetto Draghi" continuasse a immiserire la sua leadership, sino a renderlo appunto insignificante: un altro Conte.

 

Ovviamente il capitano ha ancora il terrore di non essere più capace di sedurre, riscaldare e caricare i ragazzi padani che a settembre lo aspettano a Pontida, «i rivoluzionari da scuola Radioelettra» li chiama Giorgetti, che ieri sera gli ha detto: «La tua partita comincia adesso, dopo i novanta minuti in campo».

MATTEO SALVINI MARIO DRAGHI

 

Ieri Salvini implorava Berlusconi - non fatemi "marciare" con Giorgia Meloni né "marcire" con Giancarlo Giorgetti - quando si è messa vorticosamente a girare la sua doppia identità. La scenografia era la Villa Grande che fu di Zeffirelli, il teatro del colpo di scena, del grande spettacolo, dell'eccesso che prende la mano. Dunque si sentiva smarrito, Matteo Salvini, come l'omino volante di Chagall, ma nella versione dell'omaccio volante, deturpato dal rancore, il meno zeffirelliano di tutti gli uomini.

 

E perciò alle 13, con Berlusconi, Salvini posava a statista: «Faremo il bene dell'Italia». Alle 14 telefonava, addirittura, a Giorgia Meloni: «Preparati alla campagna elettorale, torneremo insieme». E poi alle 15, al telefono con Mattarella, di nuovo: «Presidente, faremo il bene dell'Italia ». E ancora alle 20, quando tutto ormai sarà finito, dirà: «Faremo il bene dell'Italia».

 

matteo salvini ascolta draghi

Salvini si era pure preso le sberle di Draghi ma, obbedendo a quell'altro se stesso, paziente e strategico, che non riuscirà mai a diventare, aveva indossato la tunica penitenziale, si era adornato di umiltà e aveva scelto di non parlare al mattino in Senato. Avrebbe voluto farlo nel pomeriggio per battezzare il Partito unico, «il centrodestra di governo per Salvini presidente». Non che avesse rinunciato a fare il regista: aveva ceduto il suo posto al capogruppo Romeo e si era messo a trattare, ma questa volta senza esporsi per non ripetere il disastro del gennaio scorso quando, alle grandi manovre per il Quirinale, bruciava "nomi" a ripetizione, persino quelli di Sabino Cassese e di Elisabetta Belloni.

 

salvini draghi

E va bene che siamo nel Paese delle mille identità, ma più che il solito, abusato Machiavelli ci vorrebbe adesso un comico per raccontare quel capitan Salvini che, in combattimento contro se stesso, per tutta la durata del governo Draghi si atteggiava a Churchill: «Sono pragmatico, sono un uomo concreto, lascio agli altri le etichette: fascista, comunista».

 

salvini papeete

Studiava i codici della moderazione da quando a Bologna lo avevano sconfitto - ricordate? - le sardine. Mascherato da Cherubino di Mozart, «non so più cosa son, cosa faccio», si tratteneva in maniera sgangherata davanti a Draghi che fingeva di credere al suo travestimento pur sapendo che, prima o poi, Salvini sarebbe tornato se stesso. E se all'inizio ci volevano i nomi "Elsa Fornero" o "Carola Rackete" per farlo tornare, magari per un momento, l'incredibile Hulk, quello che più insultava e più seduceva una certa Italia in decomposizione: «sbruffoncella, fuorilegge, complice dei trafficanti, assassina, delinquente, criminale».

 

salvini papeete

E invece, dopo l'aggressione dell'Ucraina, erano i raggi gamma di Putin a risvegliare il capitan Fracassa dei "pieni poteri", diventato pacifista e filorusso. Anche "la ciambella" con cui aveva sognato ieri di salvare e imprigionare Mario Draghi in una camicia di forza, la mozione presentata dal suo fido Calderoli, deve essergli sembrata una sapienza di filosofia politica anglosassone alla Isaiah Berlin e non la solita furbizia politica meridiana, la destrezza di mano del terrone padano: «Il Senato accorda il sostegno all'azione di un governo profondamente rinnovato sia per le scelte politiche sia nella composizione ». Ma poi, all'improvviso, come Clint Eastwood, è arrivato Pierfurby, con il suo rigo appena: «Il Senato, udite le comunicazioni del presidente del Consiglio dei ministri, le approva»: al cuore, Ramon, al cuore.

SALVINI AL PAPEETESALVINI AL PAPEETESALVINI PAPEETE

Ultimi Dagoreport

gian marco chiocci giorgia meloni palazzo chigi

DAGOREPORT: ‘STA RIFORMA NON SERVE A UN CAZZO –  LE MODIFICHE ALLA GOVERNANCE DELLA RAI, IMPOSTE DALL’UE, AVREBBERO DOVUTO ESSERE OPERATIVE ENTRO GIUGNO. E INVECE, IL GOVERNO SE NE FOTTE – SE IERI PALAZZO CHIGI SOGNAVA UNA RIFORMA “AGGRESSIVA”, CON L’OBIETTIVO DI “MILITARIZZARE” VIALE MAZZINI IN VISTA DELLE ELEZIONI DEL 2027, L’ESITO DISASTROSO DEL REFERENDUM SULLA GIUSTIZIA HA COSTRETTO LA “FIAMMA TRAGICA” DI MELONI A RICONSIDERARE L’EFFICACIA DI RAI E MEDIASET – SOLO IL TG1 DI CHIOCCI FUNZIONA COME STRUMENTO DI PROPAGANDA: GLI ALTRI NON SONO DETERMINANTI, O PERCHÉ NON LI VEDE NESSUNO (RAINEWS) O PERCHÉ NON CONTROLLABILI (IL TG5-AFTER-MARINA, MA ANCHE TG2 E TG3) - INOLTRE, È IL “MODELLO” STESSO DEL TELEGIORNALE A ESSERE ORMAI OBSOLETO, QUANDO SI HA IN TASCA UN TELEFONINO SPARA-SOCIAL O UN COMPUTER SUL TAVOLO CHE INFORMA IN TEMPO REALE...

giorgia meloni riforma legge elettorale stabilicum

DAGOREPORT: ‘STA RIFORMA ELETTORALE, DITEMI A CHI CAZZO CONVIENE? – LA MELONA AZZOPPATA DAL REFERENDUM SAREBBE PRONTA A RITOCCARE IN BASSO L'ABNORME PREMIO DI MAGGIORANZA DELLO “STABILICUM” PUR DI FAR CONVERGERE IL SI' DELL’OPPOSIZIONE – MA LA FU DUCETTA HA DAVANTI DUE OSTACOLI: NON È SICURA DEI VOTI, A SCRUTINIO SEGRETO, DI LEGA E DI FORZA ITALIA CHE TEMONO UN TRAPPOLONE SUI SEGGI - IL SECONDO PROBLEMA SERPEGGIA IN FDI: IN CASO DI SCONFITTA, MOLTI DI LORO RISCHIANO DI FINIRE TROMBATI PROPRIO A CAUSA DEL PREMIO DI MAGGIORANZA – A SINISTRA, SE IL M5S E' ABBASTANZA FAVOREVOLE ALLA RIFORMA, IL DUPLEX PD-AVS E' DI AVVISO CONTRARIO (IL SOLITO ''DIVIDI E PERDI'', NON CONOSCENDO LA REGOLA DI OGNI COALIZIONE DI SUCCESSO: “PRIMA SI PORTA A CASA IL POTERE, POI SI REGOLANO I CONTI”)

beatrice venezi

DAGOREPORT! UNA NOTTE CON "BEATROCE" VENEZI: LA "FU BACCHETTA NERA" RICICCIA NEL RUOLO DI PRESENTATRICE DEL PROGRAMMA DI ''SKY ARTE", “RINASCIMENTI SEGRETI” - NON STIAMO SCHERZANDO, MEGLIO DI UNA DILETTA LEOTTA, LA VENEZI, CHIODO DI PELLE NERA E PANTA ADERENTI, RIPRESA PIÙ DA DIETRO CHE DA DAVANTI, HA VOCE SUADENTE, LEGGE IL GOBBO CON CAPACITÀ E GUARDA IL TELESPETTATORE CON UNA CERTA INNATA MALIZIA - ALLA VENEZI ANDREBBE AFFIDATO UN PROGRAMMA PER LA DIVULGAZIONE DELLA MUSICA CLASSICA, NON LA FENICE! SAREBBE DI AIUTO PER LA SOLITA TIRITERA DI “AVVICINARE I GIOVANI ALLA MUSICA CLASSICA”. L’AMICHETTISMO FA SCHIFO, MA SE INOLTRE GLI AMICI LI METTI FUORI POSTO, DALLA BACCHETTA AL PENNELLO… - VIDEO

buttafuoco giuli arianna giorgia meloni emanuele merlino elena proietti fazzolari

DAGOREPORT - UTERINO COM'È, GIULI NON HA RETTO ALL'ELEVAZIONE DI BUTTAFUOCO A NUOVO IDOLO DELLA SINISTRA LIBERALE E DELLA DESTRA RADICALE: VUOLE ANCHE LUI DIVENTARE LO ‘’STUPOR MUNDI’’ E PIETRA DELLO SCANDALO. E PER DIMOSTRARE DI ESSERE LIBERO DAL ‘’CENTRO DI SMISTAMENTO DI PALAZZO CHIGI’’, HA SFANCULATO IL SUO “MINISTRO-OMBRA”, IL FAZZO-BOY MERLINO – IL CASO GIULI NON È SOLO L’ENNESIMO ATTO DEL CREPUSCOLO DEL MELONISMO-AFTER-REFERENDUM: È IL RISULTATO DEL FALLIMENTO DI RIMPIAZZARE LA MANCANZA DI UNA CLASSE DIRIGENTE CAPACE CON LA FEDELTÀ DEI CAMERATI, FINO A TOCCARE IL CLIMAX DEL FAMILISMO METTENDO A CAPO DEL PARTITO LA SORELLINA ARIANNA, LA CUI GESTIONE IN VIA DELLA SCROFA HA SGRANATO UN ROSARIO DI DISASTRI, GAFFE, RIPICCHE, NON AZZECCANDO MAI UNA NOMINA (MICHETTI, TAGLIAFERRI, GHIGLIA,  SANGIULIANO, CACCIAMANI, DI FOGGIA, MESSINA, ETC) - FINIRÀ COSI': L'ALESSANDRO MIGNON DELL'EGEMONIA CULTURALE SCRIVERÀ UN ALTRO LIBRO: DOPO “IL PASSO DELLE OCHE”, ‘’IL PASSO DEI CAPPONI’’ (UN POLLAIO DI CUI FA PARTE...)

nigel farage keir starmer elly schlein giuseppe conte

DAGOREPORT – “TAFAZZISMO” BRITISH”! A LONDRA, COME A ROMA, LA SINISTRA È CAPACE SOLO DI DARSI LE MARTELLATE SULLE PALLE: A FAR PROSPERARE QUEL DISTURBATO MENTALE DI FARAGE  È LA SPACCATURA DELLE FORZE “DI SISTEMA”, CHE NON RIESCONO A FARE ASSE E FERMARE I SOVRANISTI “FISH AND CHIPS” - È MORTO E SEPOLTO IL BIPARTITISMO DI IERI E LA FRAMMENTAZIONE È TOTALE, TRA VERDI, LIB-LAB, LABOUR, TORY E CORNUTI DI NUOVO E VECCHIO CONIO – IL CASO MELONI INSEGNA: NEL 2022, LA DUCETTA VINSE SOLO PERCHÉ IL CENTROSINISTRA SI PRESENTÒ DIVISO, PER MERITO DI QUEI GENI DI ENRICO LETTA E DI GIUSEPPE CONTE – APPUNTI PER FRANCIA E GERMANIA, DOVE SI SCALDANO LE PEN E AFD (E L’EUROPA TREMA…)