RENZI LANCIA “ITALIA VIVA” E FULVIO ABBATE SPENNELLA: “PER LA SCELTA DI UN SIMILE NOME C’È DA IMMAGINARE GLI SPASMI DELLE MENINGI DEI PENSATORI DELLA LEOPOLDA - FORSE I BARICCO, E MAGARI PSICANALISTI PER CETI MEDI RIFLESSIVI QUALE MASSIMO RECALCATI. C’È PERFINO UN PO’ DI JOVANOTTI E DEL SUO TOUR BALNEARE NEL NOME SCELTO, RICHIAMI ALLA MEMORIA D’ALTRE EDIFICANTI BANALITÀ, TRA NOSTALGIE KENNEDIANE, VELTRONIANE”

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Fulvio Abbate per https://www.huffingtonpost.it

 

FULVIO ABBATE FULVIO ABBATE

“Il nome della nostra nuova sfida sarà “Italia Viva”, annuncia Renzi, aggiungendo il dettaglio dei fedelissimi che lo seguiranno nella traversata del deserto: “Sono più di 40 i nostri parlamentari, saranno 25 deputati e 15 senatori e ci sarà un sottosegretario, non due”. Puntiglioso.

 

Italia Viva, dunque. Se c’è un’Italia Viva, occorre immaginarne l’opposto, il suo doppio negativo, un’Italia mortuaria, trapassata, spettrale, infelice, antiquata, “rosicona” (cit.) cui appunto opporre un’Italia vitale, convinta di sé, gagliarda, propositiva, giovane, ergo Viva l’Italia e, già che ci siamo, Forza Italia.

 

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Esistono numerosi modi per declinare in termini iconico-elettoralistici l’Italia, sia in senso neo-risorgimentale sia in senso turistico, variante da diportisti, in possesso di un’ideale patente nautica della politica. E questo Renzi lo ha spiegato molto bene, con la banalità e il luogo comune che gli sono propri, schiuma di parole, flatus vocis: “Il tema è parlare, non fare una cosa in politichese, antipatica, noiosa, ma parlare a quella gente che ha voglia di tornare a credere nella politica” (sic). Parlare, esatto, parlare.

 

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E ancora, nell’ordine: antipatia, noia, convincersi d’essere necessari (soprattutto a se stessi) e dire ciao ciao, anzi, “ciaone” ai parenti serpenti: “Io voglio molto bene al popolo del Pd, per 7 anni ho cercato disperatamente giorno dopo giorno di dedicare loro la mia esperienza politica. Dopo di che le polemiche, i litigi, le divisioni erano la quotidianità”. L’altruismo del protomartire. Traduzione: ogni supplizio ha un limite, e io mi rifiuto di finire come San Sebastiano. Amor proprio.

 

Dunque, occorre qualcosa di vivo, di “nuovo”, assodato, ascoltate bene, che “il partito novecentesco non funziona più. Voglio fare una cosa nuova, allegra e divertente ma che metta al centro i problemi. I parlamentari li ho lasciati tutti a Zingaretti. Basta con questa cosa che se faccio una cosa io c’è sempre un retropensiero” (sic). Italia Viva, Italia Allegra, Italia Tarantella post-ideologica, Italia come una rotonda sul mare con vista possibilmente non a sinistra.

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Italia Viva, dunque. Per la scelta di un simile nome, non nuovo e neppure particolarmente allegro, c’è da immaginare gli spasmi delle meningi dei pensatori della Leopolda - forse i Baricco, e magari anche psicanalisti per ceti medi riflessivi con prenotazione obbligatoria quale Massimo Recalcati - convocati per le manovre del varo. E perfino Sgarbi, che quella dicitura già utilizzava nel 2014 per suoi simposi tra arte e tribuna politica da assessorato di provincia.

 

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Italia Viva, cioè noi, sì, fattivi, trasmettiamo un pensiero positivo. Per restare nella schiuma, c’è perfino un po’ di Jovanotti e del suo tour balneare nel nome scelto, doverosi richiami alla memoria d’altre edificanti banalità, tra cocker e nostalgie kennediane, veltroniane, come assai presto scopriremo. Viva, o resuscitata che sia, l’Italia immaginata, minacciata dall’attivismo di Matteo Renzi, accanto al riferimento alla propria esistenza in vita, si nutre di un concetto, come da sempre spiegano i filosofi, assolutamente aleatorio, improbabile, inavvicinabile, cioè il “futuro”.

 

Illustra infatti Aristotele che l’affermazione secondo cui “domani vi sarà una battaglia navale oppure non vi sarà una battaglia navale” è indimostrabile. Assodato quindi che il futuro in sé non esiste, restano piuttosto le molte sciocchezze che si pronunciano in nome di esso, anche in occasione della nascita di una nuova formazione politica che giunge a noi insieme al ghigno del suo promotore. Pensandoci bene, è stato proprio un Baricco, anni addietro, a pronunciare una banale sentenza-manifesto nutrita di feticismo letterario per circostanze analoghe, Melville declinato, appunto, alla maniera di un Jovanotti: “Occorre lanciare un arpione al futuro”.

fulvio abbate fulvio abbate

 

Sentenze che, nel migliore dei casi, esistono nelle canzoni, “… e se è una femmina si chiamerà Futura, il suo nome questa notte mette già paura”. E ancora: “Sarà diversa, bella come una stella, sarai tu in miniatura…” un’immagine dove sembra quasi di vedere Maria Elena Boschi, tornata a imporsi come evento destinato ai taccuini dei cronisti per piccine ragioni contingenti, posto che non siamo né al Teatro San Marco di Livorno nel gennaio del 1921, quando nacque il partito dei comunisti, né nel 1994 quando Berlusconi proclamò in tv che “l’Italia è il Paese che amo”. Da Italia Ama a Italia Viva c’è un passo.

 

Se davvero ancora esistesse un presidio intellettuale, se un Cacciari non fosse ottenebrato dal narcisismo, proprio quest’ultimo - che infatti tuttavia si è prontamente manifestato - avrebbe il dovere civico di spiegare a Matteo e ai suoi che il futuro è, appunto, pura illusione, insieme alla non meno impalpabile speranza.

 

JOVANOTTI ALLO JOVA BEACH PARTY JOVANOTTI ALLO JOVA BEACH PARTY

O forse, al momento, con quel nome da bevanda del mattino, Renzi ha soltanto cura di suggerire pensieri cosiddetti positivi, pensieri che implicitamente, fantasmaticamente, possano indicare la definitiva sconfitta degli odiati “post-comunisti”. I D’Alema, i Bersani, trasfigurati, rottamati.

 

E qui si torna al già citato “futuro”, alla necessità renziana di “fare una cosa nuova, allegra e divertente” (sic). Insomma, qual è la prospettiva che Renzi immagini per un Paese che si pretenda vivo? Finora, l’unica indicazione chiara sembra escludere un intento moderato, centrista, unitario, proclamando in filigrana semmai unicamente la pervicace intenzione di abbattere “questo governo perché è troppo di sinistra”, un augurio, un auspicio che sembra essere ancor più terribile d’ogni invito a “stare sereni”.

cacciari cacciari

 

Nel frattempo, il generoso Andrea Marcucci, attuale presidente dei senatori del Pd, sodale di Renzi, fa eco con spirito entrista: “Resto a fare il mio lavoro nel Pd, non condivido la scelta di Matteo, sono ancora convinto che ci sia uno spazio importante per i liberaldemocratici come me. Non sarò mai un nemico di Matteo, mai diventerò un suo denigratore. Nel Pd mi sento ancora a casa mia, se si dovesse trasformare in un soggetto sempre più simile al Pds, mi sentirei un estraneo”.

 

Come dire, … e l’ultimo chiuda la porta. Non prima di avere falciato ogni residuo stelo d’erba di sinistra. Parafrasando i classici, fecero un deserto e lo chiamarono “vocazione maggioritaria”. L’ho detto che la scritta “Italia Viva” stava già sui pullman di Veltroni, suo slogan nel 2008? Ora lo sai.

 

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