enrico bianca berlinguer

L’ATTENTATO IN BULGARIA, IL SEQUESTRO MORO, IL MALORE A PADOVA E I FUNERALI DI POPOLO: BIANCA BERLINGUER RICORDA A QUARANTA ANNI DI DISTANZA DALLA SUA SCOMPARSA IL PADRE ENRICO, “PRIMA ITALIANO POI COMUNISTA” - “NEL 1973 APPENA TORNATO A ROMA DA SOFIA, CONFIDÒ SUBITO A NOSTRA MADRE: 'È STATO UN ATTENTATO'. MACALUSO SI ERA INSOSPETTITO MA PAPÀ LO VINCOLÒ AL SILENZIO” – "DOPO CHE MORO FU RAPITO CI DISSE: 'SAPPIATE CHE, SE CAPITASSE A ME DI ESSERE SEQUESTRATO DALLE BRIGATE ROSSE, IL MIO DESIDERIO È CHE..'”

Estratti dell’articolo di Raffaele Marmo per www.quotidiano.net

 

enrico berlinguer

Ci sono la vita e la morte, “pubbliche” e “politiche”, del leader più amato del Partito comunista italiano. Ma c’è anche il sorriso tenero del papà che accompagna i figli piccoli al Luna Park dell’Eur, con la ruota panoramica, i pesci rossi, il tiro a segno, i palloncini colorati, o che spiega la filosofia a notte fonda alla figlia più grande.

 

Ci sono gli anni di piombo e il sequestro Moro, la vigilanza dei compagni diventati parte della famiglia, e l’attentato di Sofia. Ma ci sono anche le vacanze in una Stintino selvaggia e senza vincoli e la barca a vela che diventa luogo di libertà. C’è la vita di una famiglia che cerca di essere “normale” e c’è la morte, tragica ed epica, nell’ultimo dei mille comizi.

 

È lungo il filo di una memoria fatta di flashback lucidi e vividi che si svolge il film di Enrico Berlinguer (“prima italiano e poi comunista”, come scolpì la signora Letizia nel viaggio finale), raccontato dalla figlia Bianca, con dolcezza e orgoglio, dolore e compostezza, sentimento e ragione.

 

(...)

Come vi faceva giocare?

bianca berlinguer

“Il Luna Park dell’Eur era una nostra meta fissa. Ci sembrava il più grande del mondo. Facevamo tutti i giochi possibili: c’erano la ruota, i pesci rossi, il tiro a segno. Un’altra cosa che facevamo con lui era la salita di Monte Mario, un’altura nel nord di Roma: abitavamo alla Balduina e arrivavamo a piedi fin dove stava la Madonnina. A noi sembrava una scalata. Ci portavamo sempre i panini per il pranzo al sacco”.

 

Durante la settimana suo padre non c’era: l’attività di partito lasciava ben poco alla famiglia.

“È vero solo in parte però perché, per tutta la vita, ogni volta che poteva abbiamo pranzato tutti insieme. Mangiavamo molto tardi, per aspettarlo, intorno alle due e mezzo, e lui dal partito telefonava: “Sto arrivando”. Era, d’altra parte, l’abitudine di tantissime famiglie italiane”.

bianca enrico berlinguer

 

Quand’è che ha scoperto che suo padre era Enrico Berlinguer il capo dei comunisti italiani?

“Non c’è stato, in realtà, un momento preciso. Ricordo, però, una cosa che ora mi fa sorridere. Quando, nel ’72, divenne segretario, io, dodicenne, stavo in macchina con la mia amica del cuore di allora Daniela e i suoi genitori e c’era la radio accesa che stava dando proprio quella notizia.

 

Ebbene, il papà di questa mia amica dice: “Senti, tuo padre è diventato segretario!”. Ma io non l’avvertivo come una notizia particolare, che avrebbe cambiato la nostra vita. Era, semmai, il mondo esterno che tendeva a rimandarci un’immagine del politico nostro padre. A scuola, per esempio”.

 

Che cosa accadeva a scuola?

“Frequentavo le medie e quando veniva un supplente e faceva l’appello si fermava sempre al mio cognome e diceva: “Parente?”. A quell’età non è una cosa che ti piace tanto perché non vuoi essere considerata diversa dagli altri”.

 

Ci sta raccontando un Berlinguer privato che, nonostante l’impegno politico totalizzante, non rinunciava a essere padre. Anzi.

enrico e letizia berlinguer

“Quando non c’era l’attività politica, c’eravamo solo noi. Era proprio un padre che voleva stare con la sua famiglia. Io pensavo che i genitori dei miei amici, che facevano altri lavori, anche se erano più presenti fisicamente in realtà non lo fossero più di quanto lo era papà”.

 

 

 

Una grande passione era Sardegna: che rapporto aveva con l’isola?

“Era nato a Sassari ed è rimasto sardo tutta la vita. Per dire del legame, ha partecipato tutti gli anni, quando andavamo in vacanza a Stintino, alla tradizionale Festa dei Candelieri che si svolge a Sassari a Ferragosto”.

 

Come erano le vacanze a Stintino?

“Nessuno sapeva allora dove fosse Stintino. Era un piccolo paese dove si affittavano le case dai pescatori che le dividevano con famiglie in genere sassaresi che le prendevano per l’estate. Non c’erano alberghi, non c’era niente. Un bar, uno spaccio dove fare la spesa, una macelleria e la chiesa. Nient’altro.

 

enrico berlinguer achille occhetto

Era un paradiso. Un luogo di libertà assoluta. Già a nove anni potevi uscire da solo e stare fuori fino alle dieci di sera. Ognuno aveva il suo gruppo. Il mare era soprattutto la barca a vela: stavamo lì tutto il giorno".

 

Sua madre non era comunista. Era cattolica. Questo tratto ha avuto conseguenze nel rapporto con suo padre o con voi?

“Sì, lei era cattolica, mio padre non credente. Ma questo non ha mai creato problemi. Mi sorprendevo quando mi chiedevano: “E’ vero che tua madre è cattolica?” e mi stupivo del loro stupore. Per me era una cosa così normale.

 

Accadeva in tante famiglie italiane. Avevano deciso di comune accordo di non sposarsi in Chiesa, perché mamma diceva sempre che non si prende in giro il Padreterno, e lo ripeteva a noi: “Da grandi se vi volete sposare in Chiesa lo farete se sarete credenti e non perché la cerimonia è più bella”. Sempre d’accordo avevano stabilito che noi avremmo fatto il battesimo e la comunione, non la cresima perché ‘la cresima è la scelta consapevole di essere credenti: se vorrete la farete da grandi’”.

berlinguer ti voglio bene 6

 

Veniamo alla dimensione pubblica. Siamo agli inizi degli anni Settanta: l’Italia è dilaniata dalla strategia della tensione e dal dilagare del terrorismo rosso e nero. Il golpe cileno del ’73 sollecita Berlinguer a elaborare la prospettiva del compromesso storico.

“Sapeva bene che il mondo era diviso in due dalla Guerra fredda. L’Italia aveva un sistema politico bloccato e aveva il Partito comunista più grande di tutto l’Occidente. Papà sosteneva che non bastasse un voto in più per poter governare. In questo contesto nasce il tentativo di cercare una via per allargare le basi della democrazia nel Paese e contrastare rischi di derive autoritarie”.

 

In questo quadro, però, si arriva al 3 ottobre del ’73 e all’attentato di Sofia. Quale è il racconto che fa suo padre a casa?

enrico berlinguer achille occhetto

“Appena tornato a Roma da Sofia, lo confida subito a nostra madre: “Non è stato un incidente, è stato un attentato”. Tant’è che non metterà mai più piede in Bulgaria. La dinamica, del resto, era stata tale che non poteva accadere un fatto simile, se non voluto, in un Paese dell’Est”.

 

Perché suo padre non rese pubblico il suo sospetto?

“È facile immaginare che cosa sarebbe accaduto se mio padre, in quel clima, avesse denunciato pubblicamente: i servizi sovietici e bulgari hanno attentato alla vita di Berlinguer”.

 

A essere a conoscenza del segreto è anche Emanuele Macaluso, che lo rivela nel ‘91, facendo indignare i vecchi dirigenti.

berlinguer ti voglio bene 9

“La cosa va così. Macaluso, con cui papà aveva un rapporto molto intenso, si era insospettito per l’incidente. E quando mio padre tornò a Roma, lui entrò nella sua stanza e gli disse: “Enrico, ma questo incidente a me sembra così strano”. E’ a quel punto che papà gli rivelò quello che pensava e lo vincolò al silenzio. Nel ’91, sette anni dopo la sua morte, Macaluso lo dice pubblicamente, provocando le smentite degli altri dirigenti del partito”.

 

A quel punto, però, sua madre conferma.

“A quel punto noi figli e mia madre decidemmo di confermare quanto sapevamo da sempre. Mamma, che era una donna riservatissima, rilascia l’unica intervista della sua vita. A Stefano Di Michele dell’Unità diretta da Walter Veltroni”.

 

Come cambiò la vostra vita con il sequestro Moro?

“Già da prima di quel rapimento era diventata molto più limitata e piena di precauzioni, perché le minacce quotidiane del terrorismo rosso e nero avevano reso più pericolosa la nostra esistenza. Oltre alla scorta della polizia, la vigilanza sulla vita di papà era quella organizzata dal partito. Dopo quel 16 marzo la protezione venne ulteriormente rafforzata: la macchina era blindata e altrettanto lo era l’auto della scorta del Pci”.

 

La vigilanza del partito era diventata come una seconda famiglia?

GIORGIO ALMIRANTE AI FUNERALI DI ENRICO BERLINGUER

“Sì. Il capo della scorta, Alberto Menichelli, è stato per noi davvero un secondo padre, il primo a venire nel 1969. Una figura importantissima della nostra vita non solo quando papà era vivo, ma anche dopo la sua morte. Con lui, Dante Franceschini e le loro famiglie abbiamo mantenuto rapporti costanti.

 

Pensi che quando mi sono sposata è stato Alberto ad accompagnarmi in Campidoglio, mi venne a prendere con la sua Uno Bianca. Non solo: mia sorella Laura aveva 14 anni quando mio padre morì e di solito andava a scuola con papà. Dopo la sua morte, Alberto, per due anni, tutte le mattine è venuto da Cinecittà a prenderla per accompagnarla. Ancora oggi con i figli di Alberto e Dante abbiamo un rapporto di grande familiarità e una chat comune che si chiama ‘fratellastri’”.

 

Che idea si era fatto suo padre, allora e dopo, del sequestro? Perché la fermezza?

BIANCA BERLINGUER - IGNAZIO LA RUSSA - CONFERENZA PROGRAMMATICA DI FDI A PESCARA

“Sosteneva fin dall’inizio che le Brigate Rosse, con il sequestro di Moro, cercassero una legittimazione politica, tentavano cioè di porsi come antagonisti e allo stesso tempo interlocutori dello Stato democratico. Dunque, non bisognava assolutamente cedere anche perché ripeteva “come si fa a trattare quando sono stati uccisi in precedenza poliziotti, magistrati, giornalisti, militanti politici”?”.

 

Pensava che potesse toccare anche a lui? Che cosa avreste fatto?

«Quando cominciano ad arrivare le lettere di Aldo Moro, mio padre ci chiamò, noi figli e mamma, e ci disse: “Sappiate che, se capitasse a me di essere sequestrato dalle Brigate Rosse, il mio desiderio è che non ci sia alcuna trattativa, anche se io dovessi scrivervelo mentre mi trovo nelle mani dei terroristi. E voi dovete, da ora, impegnarvi a rispettare questa mia volontà”».

 

Ha mai avuto ripensamenti sulla fermezza?

schlein tessera pd con berlinguer

“Mai, non ha mai pensato che si potesse fare diversamente”.

 

Arriviamo all’ultimo atto: Padova, il comizio drammatico del 7 giugno. Quale è l’ultimo ricordo di suo padre prima della tragedia?

“Risale a due giorni prima. Andai con lui all’aeroporto: papà partiva per Genova, io per la Sardegna dove viveva allora quello che sarebbe diventato il mio primo marito. Ricordo che mi accompagnò al gate e ci salutammo convinti che ci saremmo rivisti al nostro ritorno”.

 

schlein berlinguer

Come seppe del malore?

“Stavo a Olbia, a casa del mio fidanzato che faceva il giornalista. Intorno alle undici di sera vennero a bussare: “Stefano, devi andare di corsa in redazione”. Lavorava alla Nuova Sardegna e pensammo che si trattasse di una notizia dell’ultim’ora. Poco dopo tornò e mi disse: “Bianca, tuo padre si è sentito male”.

 

Andammo in redazione e chiamai casa. Mia madre era già partita per Padova in auto con mio zio Giovanni. Cercammo di capire e Antonio Tatò, segretario particolare di papà sul palco con lui a Padova, ci disse che mio padre era già in sala operatoria: aveva avuto un’emorragia cerebrale e lo stavano operando”.

 

 

A quel punto di corsa verso Padova.

BENIGNI ENRICO BERLINGUER

“Tornai a Roma la mattina successiva con il primo aereo e ci demmo appuntamento a Fiumicino con i miei fratelli. Quando arrivammo a Padova mia madre ci rivelò subito la verità: ‘Vostro padre non ha nessuna speranza’”.

 

Dal 7 all’11 giugno, giorni terribili.

“Sì, furono giorni terribili. Noi fummo di fatto espropriati. Sento che quei giorni, per come li abbiamo vissuti, ci hanno impedito per sempre di elaborare il lutto della morte di papà”.

 

Ci fu modo di rimanere da soli con lui?

“Quando muore, tutto avviene molto velocemente. Noi restiamo per pochi minuti soli con lui nella sala di rianimazione. Ricordo, però, che, quando ne uscimmo, c’erano tantissimi fotografi e telecamere. Tatò chiede a tutti: “Vi prego di non fotografare né i ragazzi né la signora” e tutti abbassano gli obiettivi senza riprendere una sola immagine. Mia madre, dopo, li volle ringraziare con un biglietto”.

 

Il ritorno a Roma come fu?

ENRICO BERLINGUER - MASSIMO DALEMA - ACHILLE OCCHETTO

“Tornammo a Roma con il presidente Sandro Pertini che ci fu veramente vicino dall’inizio alla fine, al di là del ruolo istituzionale. Aveva con papà un rapporto personale. Pertini era socialista come mio nonno ed erano molto amici. Prima di prendere l’aereo da Venezia, il tragitto Padova-Mestre fu straziante. Dovemmo procedere a passo d’uomo perché tutta la strada, nonostante la pioggia battente, era pienissima di gente venuta a portargli l’ultimo saluto. Ecco, in quel viaggio per la prima volta cominciammo a capire chi era stato papà”.

 

I funerali a Roma segnarono un’epoca.

“Vivere i funerali di tuo padre in mezzo a un milione di persone è un’emozione lacerante. Eppure condividere quel dolore con tanti è stato, nel tempo, una grande consolazione. E ancora oggi quando accade, anche con giovani nati dopo la sua morte, provo un forte sentimento”.

giorgio napolitano e enrico berlinguer

 

Ancora oggi resiste e si moltiplica la sua memoria anche presso le nuove generazioni. Come si spiega?

“Credo che abbia incarnato un’idea della politica che non c’è più e di cui si avverte nostalgia. E’ il riconoscimento per aver creduto in quello che faceva, per aver lavorato, combattuto, vissuto ed essere morto per perseguire un progetto di cambiamento della società in cui si è totalmente identificato.

 

Se, però, papà è stato così tanto amato e continua ad esserlo, lo si deve anche al fatto che ha guidato un partito capace di rappresentare una moltitudine di uomini e donne che si sono riconosciuti in una visione del mondo e in un programma politico”.

 

Che cosa significava, per suo padre, essere un comunista italiano?

“Papà è stato per quindici anni il leader del Partito comunista italiano, ma ha sempre pensato che il destino dell’Italia dovesse venire prima dell’interesse del partito.

ENRICO BERLINGUER E GIORGIO NAPOLITANO

 

Tant’è che quando la sua bara partì da Padova a coprirla c’era sì la bandiera rossa del Pci ma anche il tricolore. Quando arrivammo all’aeroporto di Ciampino e mia madre si accorse che non c’era più la bandiera italiana volle rimetterla e ci disse: ‘Ricordate sempre che papà, prima di essere il segretario del Partito comunista, è stato un italiano che ha amato il suo Paese’”.

ENRICO BERLINGUER ALLA MANIFESTAZIONE DEL 1984 CONTRO I TAGLI ALLA SCALA MOBILE enrico berlinguer eugenio scalfari ciriaco de mita enrico berlinguer e eugenio scalfarienrico berlinguerenrico berlinguer in barca a stintinogianni cervetti enrico berlinguerenrico berlinguer con la moglie letiziaenrico berlinguer enrico berlinguer fiatenrico berlinguer fiatBIANCA BERLINGUER CON IL PADRE ENRICO ENRICO BERLINGUER E FAMIGLIAPALMIRO TOGLIATTI ENRICO BERLINGUER ENRICO BERLINGUERbettino craxi enrico berlinguerENRICO BERLINGUER ALDO MORO 1enrico berlinguer bettino craxi

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