conte mattarella

SUSSURRI DAL QUIRINALE: SE IL GOVERNO VIENE BATTUTO SULLA RIFORMA DEL MES, CONTE SI DEVE DIMETTERE - UN NO DEL PARLAMENTO CI ISOLEREBBE IN EUROPA MA SUONEREBBE COME BOCCIATURA TOTALE DEL GOVERNO - UGO MAGRI: "IN QUELLA DRAMMATICA EVENTUALITÀ, LE DIMISSIONI DI CONTE ANDREBBERO CONSIDERATE UN ATTO PRESSOCHÉ DOVUTO, QUASI DI DECENZA ISTITUZIONALE. LA CRISI SAREBBE INEVITABILE E MOLTO PROBABILMENTE TORNEREMMO A VOTARE"

Ugo Magri per “la Stampa”

 

giuseppe conte sergio mattarella 1

L’«effetto paradosso» preoccupa il Quirinale. Accade in medicina quando certi farmaci ottengono il risultato opposto, per esempio scatenano un paziente anziché calmarlo. Stesso fenomeno in politica: ogni qual volta c’è troppa stabilità, qualcuno puntualmente ne approfitta per tenere comportamenti sopra le righe, col risultato di rimettere tutto in discussione. Lo vediamo in questi giorni con le grandi manovre sul rimpasto che nascono da una falsa certezza: non si può tornare a votare.

 

Lo impedisce il Covid, lo vieta la trattativa con l’Europa sul Recovery Fund, lo sconsiglia la presidenza del G20 che l’anno prossimo toccherà all’Italia. Si dà per scontato che nulla accadrebbe perfino nel caso in cui mercoledì venisse bocciata la riforma del Mes, come desidera la fronda grillina. Il premier dovrebbe registrare la sconfitta e via, come se nulla fosse. Ma purtroppo, osservano al Colle, non è così. Uno strappo del genere sarebbe troppo grave per far finta di nulla.

giuseppe conte sergio mattarella

 

Il governo ci ha messo solennemente la faccia non più tardi di lunedì. Roberto Gualtieri ha dato disco verde al Mes durante un summit con gli altri 18 ministri dell’Eurogruppo a coronamento di una trattativa che andava avanti da anni e aveva registrato non pochi progressi a nostro vantaggio.

 

Un no del Parlamento avrebbe vaste ripercussioni; ci isolerebbe su scala europea (forti segnali in tal senso arrivano dalle varie cancellerie); ma soprattutto, suonerebbe come bocciatura totale del governo, perfino peggio di un voto di sfiducia. In quella drammatica eventualità, le dimissioni di Conte andrebbero considerate un atto pressoché dovuto, quasi di decenza istituzionale. La crisi sarebbe inevitabile.

sergio mattarella riceve il governo

 

E una volta aperta la diga, nessuno può dire come andrebbe a finire. O meglio, già si sa: molto probabilmente torneremmo a votare. Nonostante il Covid; a dispetto dei 209 miliardi da incassare in primavera; e rinunciando al prestigio che ci verrebbe da una guida energica del G20.

 

Questa, perlomeno, è la convinzione raccolta dalle parti di Mattarella. Dove si esclude che il presidente disponga della bacchetta magica capace di estrarre dal cilindro chissà quale nuova maggioranza. Rimetterne insieme i cocci sarebbe impossibile. Ipotizzare soluzioni di «larghe intese», secondo alcuni consiglieri presidenziali, perfino risibile.

GIUSEPPE CONTE PAOLO GENTILONI ROBERTO GUALTIERI

 

A maggior ragione qualora la crisi scoppiasse sulla riforma del Mes: la ferita sarebbe così profonda da rendere impossibile ogni tentativo di sutura, sia pure autorevolmente condotto. Figurarsi se personaggi del calibro di Draghi, ex presidente della Bce, si metterebbero in gioco per guidare governi allo sbando, dal programma contraddittorio, nati sull’onda di un «no» all’Europa.

 

Del resto le crisi cosiddette «al buio» appartengono al passato; ormai si è affermata pure in Italia una sorta di sfiducia costruttiva che, segnala il giurista Dem Stefano Ceccanti, impone a chi volesse cambiare governo di spiegare in anticipo con quale maggioranza, e per fare cosa. In caso contrario le elezioni sarebbero inevitabili.

giuseppe conte roberto gualtieri

 

La Costituzione è chiara al riguardo. Entro la prossima settimana sarà conclusa la revisione dei collegi elettorali, che scenderanno da 945 a 600 come ha deciso nel referendum il popolo sovrano. Mancherà solo la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale, questione di giorni. A quel punto, se la maggioranza commettesse suicidio, nulla impedirebbe al presidente di sciogliere le Camere e convocare nuove elezioni. Con la morte in cuore, ma il più presto possibile.

Stefano Ceccanti

 

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