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“MIO FIGLIO NON VUOLE PIU’ GIOCARE A CALCIO” – PARLA IL PADRE DEL 16ENNE DI ORIGINE MAROCCHINA MOHAMED DEFINITO “NEGRETTO” DALL’ALLENATORE AVVERSARIO IN UNA PARTITA TRA RAGAZZINI IN PROVINCIA DI VARESE – “NELLE PROSSIME ORE SPORGERÒ DENUNCIA, NON STARÒ ZITTO. LA SOCIETÀ DEVE MANDARE A CASA L'ALLENATORE CHE SI È RIVOLTO A LUI IN QUEL MODO” – DOPO IL CASO EGONU, UN ALTRO CASO DI RAZZISMO NELLO SPORT...

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Federica Zaniboni per “il Messaggero”

 

Mohamed, 16 anni, non vuole più giocare a calcio. Il pallone era la sua passione da sempre, ma due giorni fa è tornato a casa dicendo alla famiglia che ha chiuso. Ad infrangere il sogno, una parola: «Negretto». È stato chiamato così dall'allenatore degli avversari domenica mattina, durante quella che doveva essere una tranquilla partita di calcio fra ragazzini.

 

 

La squadra del giovane, il Cas Sacconago quartiere di Busto Arsizio, in provincia di Varese ha abbandonato il campo a cinque minuti dal fischio finale per solidarietà. E quella giornata, in cui il problema più grande doveva essere l'imminente sconfitta contro il Gallarate - altra squadra del Varesotto -, si è trasformata nell'ennesimo grave episodio di razzismo nel mondo dello sport.

 

LA QUERELA Dopo il recente caso della pallavolista della Nazionale, Paola Egonu, che si è sfogata alla fine di una partita per le varie offese razziste ricevute, ad essere discriminato per il colore della pelle stavolta è un ragazzo giovanissimo di origine marocchina.

 

CALCIO GIOVANILE 5

«Nelle prossime ore sporgerò denuncia, non starò zitto - dice il padre Abdelkhalek - La società deve mandare a casa l'allenatore che si è rivolto a lui in quel modo». Espulso dal terreno di gioco subito dopo che all'arbitro è stato riferito quanto accaduto, il mister non avrebbe mai chiesto scusa a Mohamed né alla sua squadra.

 

«Mio figlio ci è rimasto malissimo, ha detto che non vuole più giocare - spiega amareggiato il papà - Lo hanno sentito tutti, anche gli altri ragazzi di colore che fanno parte della formazione. Ce ne sono cinque originari del Marocco, ma un episodio del genere non era mai successo». Il Cas Sacconago stava perdendo 3-1, quando quella parola è rimbombata nel campo sollevando l'indignazione di tutti. «Ero in tribuna a fare il tifo per mio figlio e a un certo punto mi sono accorto che era arrabbiato. Quando sono andato a chiedergli cosa fosse successo, non potevo crederci». La tensione scaturita dal grave epiteto proveniente dalla panchina ha immediatamente spazzato via la serenità di quella domenica mattina.

 

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L'arbitro era troppo distante in quel momento, ma Mohamed ha sentito benissimo e non ha certo fatto finta di niente. Il mister e i compagni di squadra, poi, non ci hanno pensato due volte: dovevano andarsene. Anche a scapito del risultato e di eventuali provvedimenti. «I ragazzi hanno semplicemente abbandonato il campo e sono andati via, alcuni non si sono nemmeno fatti la doccia», spiega Abdelkhalek.

 

LA SOLIDARIETÀ Il gesto di solidarietà è stato mosso anche dalla volontà di «dare un segnale forte alla squadra avversaria», come spiega l'allenatore del Cas Sacconago, Massimo Di Cello. «Abbiamo preso l'iniziativa tutti insieme: io, i ragazzi e il dirigente. Non si poteva andare avanti dopo quello che è successo». I giovani della formazione avversaria non avrebbero protestato. «Probabilmente hanno capito la gravità dell'episodio e sono rimasti fermi in mezzo al campo, tranquilli.

 

Dopo di noi, se ne sono andati anche loro». Ciò che al momento sta più a cuore alla squadra del quartiere di Busto Arsizio «è che il mister avversario si scusi con Mohamed e con tutti gli altri. Non ci interessa nemmeno avere eventualmente la vittoria a tavolino», spiega il tecnico. «Anzi, se ci assegnassero i tre punti per vincere preferiremmo non accettarli». Per il resto, «speriamo che la Federazione prenda provvedimenti». Sconvolti anche i fratelli maggiori di Mohamed, studenti universitari, ai quali «non è mai capitato un episodio così».

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Il 16enne, nato in Italia e residente a Busto Arsizio con la famiglia, gioca a calcio da 11 anni e mai avrebbe potuto immaginare di finire per sentirsi discriminato proprio in quello che da sempre è il suo posto sicuro, il campo da calcio. «Ieri mattina è andato a scuola, ma era tanto arrabbiato e triste», dice il papà. «Conosco benissimo gli italiani: lavoro con loro, mangio con loro. Nessuno aveva mai detto prima questa parola né qualsiasi altra espressione a sfondo razzista». Il presidente del Gallarate sottolinea che «se qualcuno ha sbagliato, pagherà. Ma questo verrà stabilito solo dal referto dell'arbitro e dai comunicati federali. Per noi conta questo. Il resto lascia il tempo che trova». Su quanto accaduto non si sbilancia: «Ci atteniamo alle decisioni ufficiali».

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