“A NAPOLI CON DIEGO ERAVAMO TUTTI NAPOLEONE” – DOPO QUELLE SU TOTTI E ROBERTO BAGGIO ARRIVA LA SERIE SU MARADONA SU AMAZON PRIME VIDEO – EDOARDO DE ANGELIS CHE HA DIRETTO GLI EPISODI NAPOLETANI: "MARADONA NON È MAI STATO SOLO UN CALCIATORE, MA UN DEMIURGO DI SOGNI E DI MIRACOLI, E IN UNA CITTÀ COME NAPOLI, COSÌ AFFEZIONATA E ATTACCATA ALL'IDEA DI MIRACOLO, SIGNIFICA TUTTO” - VIDEO

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Gianmaria Tammaro per “La Stampa”

 

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I calciatori sono i nostri nuovi eroi. Riempiono il piccolo e il grande schermo; sono ricercatissimi e desiderati dalle produzioni, sono esempi, sono leggende viventi, e sono la nostra nuova epica. Le loro vite sono racconti perfetti, pieni di successi e di cadute, e pieni di piccole rivalse e di incredibili vittorie.

 

Hanno fatto, visto, provato; e hanno vinto e hanno perso. Un calciatore deve convivere con il fallimento, e dal punto di vista della finzione, della messa in scena, questa cosa è perfetta: è potentissima. In Speravo de morì prima di Sky, Totti diventa Roma e Roma diventa Totti: le loro storie si accavallano, si abbracciano e si trasformano in una cosa sola. Non è banalmente la loro somma, ma qualcos' altro: dentro ci sono la nostalgia e la poesia.

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Ma Speravo de morì prima è sempre una comedy, e quindi i toni, così come la regia e la sceneggiatura (basata sul libro scritto da Paolo Condò e dallo stesso Totti, Un capitano), sono a metà: perennemente sottili, insinuanti, pronti a dissacrare e a ribaltare il punto di vista. E la narrazione funziona proprio per questo motivo. Poi ci sono i film, come Il Divin Codino di Netflix, che provano a raccontare la vita dei fuoriclasse.

 

Si concentrano sugli alti e bassi, sui grigi, sui chiaroscuri; vogliono la redenzione e il riscatto; si cibano di aneddoti assurdi e impensabili, eppure così stupendi da sentire e da ripetere. Quella su Baggio è un'operazione riuscita solo in parte. C'erano tante belle intuizioni, e soprattutto c'era l'incredibile lavoro del cast. Serviva però più tempo, e servivano anche più idee. Forse, con certi personaggi e certe storie, la cosa migliore è il documentario: un linguaggio che non vuole forzare, che non insiste; ma che vuole sfruttare la realtà per quello che è.

 

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Con Diego Maradona, Asif Kapadia ha ripercorso la vita del Pibe de oro utilizzando materiali inediti, d'archivio, e costruendo un racconto incredibile: epico ed eccezionale nella sua verità. In questo modo, ha usato Maradona per parlare di attualità e di politica, di crisi e pregiudizi: l'Italia nella sua concretezza e nelle sue contraddizioni. Ma Maradona non può essere costretto nello spazio ridottissimo di un film: perché è troppo grande e troppo amato.

 

E allora, da oggi, su Amazon Prime Video arriva Maradona: sogno benedetto, una serie tv che prova a tracciare una linea chiara tra passato e presente, mettendo insieme gli inizi, le polemiche, le sfide e gli innumerevoli sforzi. È divisa in parti, e ogni parte si concentra su un periodo particolare della vita di Maradona. È un prodotto di finzione: alcuni particolari e alcuni passaggi sono stati riscritti e cambiati.

 

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 Edoardo De Angelis ha diretto gli episodi napoletani (il sesto e il settimo, disponibili dal 5 novembre; e l'ottavo, in streaming dal 12 novembre), e ha avuto la fortuna, dice, di essere libero: «Di essere semplicemente me stesso». Più o meno due anni fa, all'ex-stadio San Paolo, oggi stadio Maradona, ha fatto rivivere il Diego gladiatore, il Diego invincibile e fragilissimo, voce ed eroe di una città intera.

 

«Maradona - spiega - non è mai stato solo un calciatore, ma un demiurgo di sogni e di miracoli, e in una città come Napoli, così affezionata e attaccata all'idea di miracolo, significa molto: significa, anzi, tutto». Maradona ha permesso alla città di vivere un sogno, aprendo uno squarcio profondo tra cronaca e realtà. Nei corridoi dello stadio, pieni di persone, di sedie, di camere e di microfoni, sono bastati pochi passi, pochi momenti, per tradurre la finzione di una serie tv in qualcosa di più: l'istantanea di un tempo passato che forse non tornerà più.

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Quando Paolo Sorrentino ha parlato di Maradona, per ricordarlo, è stato capace di catturarne non solo l'essenza di calciatore, ma pure l'importanza di simbolo. Con lui eravamo tutti Napoleone, ha scritto il regista. E quello che succede sul piccolo schermo o in sala è esattamente questo. Ricordiamo queste storie, e usiamo questi personaggi, proprio perché vogliamo rivivere un tempo andato della nostra vita e nella nostra memoria ancora meraviglioso.

 

I calciatori sono i nuovi eroi, certo, e il calcio e lo sport sono la nostra nuova epica: assolutamente. Ma poi ci sono le emozioni e i sentimenti; e c'è tutto quello che, per un campione, abbiamo provato. Insomma, ci siamo noi. E per chi vuole intrattenere, questo è tutto. Perché abbiamo bisogno di storie, sì, ma soprattutto perché abbiamo bisogno di poter essere di nuovo felici.

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