marcel desailly

“IL RAZZISMO È UNA QUESTIONE PIÙ GRANDE DEI GIOCATORI E INGINOCCHIARSI NON E' PIU' UN GESTO FORTE” – MARCEL DESAILLY: “ARCHIVIAMO GLI ALIBI, CHE GLI IDIOTI SIANO 100, 15 O 1 È LO STESSO. TROVARE E PUNIRE SEMPRE. SIAMO ARRIVATI AL PUNTO IN CUI NON RESTA CHE IL CONFLITTO. PERCHE' NON DOVREBBERO ESSERE I NERI I PRIMI A LASCIARE IL CAMPO? PER COLPIRE IL BUSINESS..."

Giulia Zonca per "la Stampa"

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L'ultimo insulto si è sentito in Belgio, giusto ieri. Bruges-Anderlecht, la partita finisce 2-2 e Vincent Kompany, ex capitano del Manchester City e oggi tecnico dell'Anderlecht, racconta che si è sentito dare della «scimmia nera» per tutto il tempo. Solo per stare a questo weekend, una partita di terza divisione tedesca (Duisburg-Osnabruck) è stata interrotta dall'arbitro per razzismo e la Premier ha aperto un'inchiesta sui buu piovuti addosso alla panchina dell'Arsenal nell'incrocio con il Leeds.

 

 Succede a ogni turno, dovunque. Marcel Desailly ha giocato in Francia, in Italia, in Inghilterra e in Qatar, dove ha chiuso la carriera e dove ora torna come testimonial del Mondiale per la Fifa, un Mondiale che si gioca praticamente in una sola città e che mescolerà i tifosi del mondo per la prima volta in un Paese arabo. 

 

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Il suo compagno di nazionale Thuram ha detto: «Per contrastare il razzismo i calciatori bianchi dovrebbero uscire dal campo». 

«Perché? Non capisco. Il razzismo è una questione più grande dei giocatori. Oggi le amministrazioni, le federazioni, i club devono essere più aggressivi. Non tocca a chi sta in campo, tocca a chi ormai ha tutti i mezzi tecnologici per controllare il pubblico, si può trovare e punire il responsabile di ogni atto incivile». 

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È abbastanza? 

«Iniziamo a farlo davvero. A educare gli arbitri a reazioni pronte e ferme. Chiediamoci: la procedura in atto ora è la più dura ed efficace possibile? Archiviamo gli alibi, che gli idioti siano 100, 15 o 1 è lo stesso. Trovare e punire sempre. Se tutto il sistema, nelle parole e nelle azioni, stabilisce che il razzismo, in uno stadio, nel 2021, non ci può stare chi non è d'accordo cambia aria. Lo sport è l'opposto, è integrazione». 

 

Lo sport non è immune dai beceri o dai violenti. 

«Sì, ma non siamo arrivati al punto in cui non resta che il conflitto. Mostriamo al mondo che non c'è dubbio o tentennamento. Anche inginocchiarsi non è più un gesto forte, è il passato e, ancora, mette tutta l'attenzione sul giocatore ma è il movimento che deve essere compatto contro il razzismo».

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 Lei si sarebbe inginocchiato? 

«Quando giocavo io, quel gesto era legato a lotte per la libertà più globali, mi sembravano lontane dal calcio». 

 

I giocatori non possono fare nulla? 

«Il mondo del pallone, nella sua totalità, non si muove ancora come dovrebbe. Vediamo se si riesce a mettere di più in questa lotta. Serve uno sforzo. Se poi non succede, perché non dovrebbero essere i neri i primi a lasciare il campo? Per colpire il business. Se ce ne andiamo si ferma il gioco. Eppure non sarebbe un grande messaggio arrivare fino a lì. Significherebbe che non si è fatto quel che si doveva». 

 

L'Italia rischia da saltare i mondiali. 

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«L'Italia non ha solo vinto l'Europeo, ci ha messo la firma sopra, ha mostrato un gioco e qualcosa di speciale: purtroppo non è quello che ti può dare la continuità, è quello che fa la sorpresa. Ora servono leader, sotto pressione cambia tutto. Il calcio è performance, per questo è stressante e all'Italia forse manca quel nucleo di esperienza e carisma che regge lo stress». 

 

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E ora che succede? 

«Gli azzurri hanno pure il problema del confronto costante con il passato, solo se si guarda al 2006 c'erano Del Piero, Totti, De Rossi. Ogni singolo giocatore sa che se non è all'altezza di chi c'è stato prima sarà una delusione. È difficile. Comunque abbiamo bisogno dell'Italia ai Mondiali e della filosofia di Mancini». 

 

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La sua Francia torna da campione del mondo. 

«Deschamps è stato bravo perché gli Europei sono andati male ma lui ha tenuto il punto, il suoi schemi, la sua mentalità. Ha ristabilito che è lui l'uomo forte. Quando abbiamo vinto noi, nel 1998, eravamo trentenni e nel 2002 abbiamo smesso. Questo gruppo è giovane, travolgente. Parte sempre da favorito». 

 

Un occhio alla serie A lo dà ancora? 

«La Juve per nove anni ha monopolizzato la Serie A e ucciso le ambizioni altrui. Ora si è chiuso un ciclo e l'Inter è tornata dentro il sistema, ma con la voglia di essere più internazionale e il Milan prova a recuperare il livello che ha perso, anche se in Champions ha deluso. La serie A riprende a suscitare interesse, ma ancora fatica a tenersi i migliori».

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