totti

"I 10 GIORNI PIÙ BRUTTI DELLA MIA VITA, DEVO DIRTI SCUSA E GRAZIE" - LO STRUGGENTE MESSAGGIO D'ADDIO DI TOTTI AL PADRE – A “VANITY” IL CAPITANO SI RACCONTA: "SPALLETTI PROVOCAVA. DECIDEVO TUTTO IO? CAZZATE. PER ANNI ASCOLTARE TANTE COSE FALSE SUL MIO CONTO MI HA FATTO SOFFRIRE. SONO UN PERMALOSO, UN ROSICONE - IL MIO DOMANI NELLA ROMA? NON CI PENSO – FARE L’ALLENATORE? IMPAZZIREI. SE NON CI NASCI, FIGLIO DI MIGNOTTA, NON CI DIVENTI" – IL VIDEO DEL FUNERALE DI ENZO TOTTI

 

Dal profilo Instagram di Francesco Totti

 

francesco totti

Ciao papà, ho trascorso i 10 giorni più brutti della mia vita, sapendo che stavi là “da solo” combattendo contro il male e non potendoti vedere, parlare, abbracciarti, stringerti, avrei fatto qualsiasi cosa pur di stare là vicino a te.

 

Ora la mia vita sarà diversa, perché sono cresciuto con dei valori importanti ed è per questo che voglio ringraziarti papà, per tutto quello che hai fatto per me, per avermi reso un uomo forte e coraggioso, ti vorrò sempre bene papà mio!! Vorrei poter ancora sentire la tua voce, mi mancano le risate che ci facevamo, mi manca il tuo sorriso, i tuoi occhi, mi manca vederti sul divano a guardare la tv. Devo dirti scusa e grazie...

enzo francesco totti

 

Scusa per tutte le volte che non ho capito, per tutte le volte che non ti ho detto T.V.B, scusa per gli abbracci mancati, per le parole non dette, per gli sbagli che ho fatto, ma soprattutto grazie perché sei stato un padre e non smetterai mai di esserlo. Senza di te non ce l'avrei mai fatta, anche se non sei più con noi il tuo ricordo e il tuo sorriso non sarà mai dimenticato!!!!

 

Avevi tanti amici che ti volevano bene, perché tu avevi qualcosa di diverso, eri sempre presente, sempre disponibile, eri l'amico di tutti, eri e sei il mio orgoglio “(spero di esserlo stato anch’io per te)”?!!!!!! Oggi più che mai ho capito quanto sei stato importante nella mia vita, e nei prossimi anni terrò questi preziosi ricordi nel mio cuore. Ciao papà...anzi...ciao sceriffo.....fai buon viaggio ?? tuo Francesco

enzo francesco totti

 

 

TOTTI

Da vanityfair.it

 

«È lunedì sera, stiamo per chiudere le ultime pagine del giornale e come ogni settimana a breve si va in stampa. È tutto pronto quando una telefonata ci avvisa che Enzo Totti, il padre di Francesco Totti , “lo sceriffo” come tutti lo chiamano a Roma, è appena deceduto all’Ospedale Spallanzani dove era ricoverato per essere risultato positivo al Covid. Aveva 76 anni.

 

enzo totti

Che fare, ci chiediamo. Abbiamo pensato questo intero numero di Vanity Fair per celebrare suo figlio, l’eroe, l’uomo, il calciatore che da sabato 17 ottobre sarà sul grande schermo nel documentario Mi chiamo Francesco Totti firmato da Alex Infascelli.

 

Sul numero in edicola dal 14 ottobre, l’ex storico capitano della Roma si rivela in un’intervista a Malcom Pagani come raramente ha fatto prima, durante la sua lunga, lunghissima carriera. Siamo senza parole, anche molto emozionati perché sul set, durante il servizio fotografico, Francesco non aveva detto nulla, era stato come sempre professionale, disponibile, sorridente. Totti, appunto.

 

francesco totti

“Quando entro in campo, Francesco resta fuori e io divento Totti. Perché Totti ha tutto quello che serve per stare là dentro”, racconta il capitano. Me lo immagino come gli eroi di Omero, Achille, oppure Ettore, che vanno incontro al proprio destino anche quando sanno come andrà a finire. Fieri, sicuri. Gloriosi, appunto. I primi tiri di palla in spiaggia. Le partite a calcio da bambino, quando i più grandi non lo volevano in squadra ed Enzo, suo padre, diceva “fatelo giocare”. Perché appena Francesco mette i piedi sul pallone, restano tutti a bocca aperta. Il primo ingaggio, il primo assegno.

 

La convocazione in serie A, la Nazionale, l’infortunio, il Mondiale, lo scudetto. Gli alti e bassi, i colpi inferti e quelli subiti, le glorie e gli errori, i rigori segnati, il destro micidiale, la rabbia da rosicone, la gioia da campione. Enzo era sempre accanto al figlio mentre Francesco diventa Totti e Totti era la Roma. Difficile misurare la forza, la grandezza di questo atleta.

enzo francesco totti

 

L’unico modo che mi viene in mente è ricordare una partita, per altro nemmeno una delle più importanti. Sugli spalti, per la prima volta, Francesco ha invitato la futura moglie Ilary Blasi. Prima di entrare in campo, decide di mettere una maglietta bianca con la scritta “6 unica” sotto quella col numero 10 da capitano. Se segnerà, la toglierà e dichiarerà così il suo amore a lei. La partita sta per finire, lui ha fatto tre assist che hanno generato tre goal. Manca poco al fischio finale, le speranze stanno per svanire.

 

Poi, all’improvviso, col suo destro micidiale mette a segno un altro goal. Corre verso gli spalti, alza la maglietta. Il resto è storia. Ecco, se penso a cosa sia il destino, il destino di questo eroe, quello di suo padre, forse quello di tutti, allora mi rendo conto che il destino è mettersi una maglia, un sogno sotto la vita di sempre e sperare che si realizzerà senza sapere se si realizzerà.

riccardo enzo francesco totti

 

In quel gesto, in quel “comunque vada”, c’è tutto. L’amore, la pazienza, l’orgoglio di un padre che non ti ha mai detto bravo ma che ti ha sempre dimostrato di essere lì, dietro, vicino, accanto. E la grandezza di un figlio che non ha mai detto molto ma ha sempre dimostrato di saper fare di più. Arrivederci Enzo. Lo vorrebbero tutti un papà così», commenta Simone Marchetti, direttore di Vanity Fair.

 

Che cosa è davvero importante per lo storico capitano? «Oltre i figli, la famiglia, le cose che contano davvero? La parola data. Non servono firme, contratti o avvocati. Basta una stretta di mano. Basta guardarsi negli occhi. Certe cose me le hanno insegnate fin da quando ero bambino e io a certe cose credo ancora».

 

Vanity Fair ha deciso di rispettare la parola data all‘ex calciatore che in questo numero si racconta senza filtri nella bellissima e rara intervista che ha rilasciato a Malcom Pagani ricordando il suo passato, come ha affrontato il difficile ritiro dai campi da calcio e il suo rapporto con Luciano Spalletti.

 

enzo francesco totti

In trent’anni, ha rilasciato pochissime interviste. «Non sono egocentrico. Non sono uno a cui piace parlare, che sogna di apparire o che smania per stare davanti alla telecamera come tanti altri. Preferisco fare tre passi indietro, nascondermi, sparire, se è possibile. Perché con me c’era sempre un rischio.

 

A me piace scherzare, essere ironico e sdrammatizzare, ma dietro una battuta c’è spesso la verità. E la verità certe volte era meglio non esprimerla. Dire quello che sapevo, o che pensavo, avrebbe creato problemi. Avrei fatto solo danni: a me stesso e alla società. Preferivo evitare». «Per anni ascoltare tante cose false sul mio conto mi ha fatto soffrire. C’erano momenti in cui per smentire le bugie che raccontavano sui giornali, in radio o in tv, sarei andato in guerra. Sono un permaloso. Come dicono a Roma, un rosicone».

 

ENZO FRANCESCO TOTTI

 

Sull’incontro – con Maurizio Costanzo e Maria De Filippi – che più lo ha aiutato, suggerendogli che l’ironia gli avrebbe reso l’esistenza più leggera: «Due persone che non mi tradirebbero mai. Furono bravi a farmi capire che da un atteggiamento diverso nei confronti della pressione avrei potuto trarre solo giovamento. Gli diedi retta e non dico che da quel giorno mi sia cambiata la vita, ma quasi».

 

A proposito della sua gioventù, del primo assegno ricevuto, del suo idolo e del primo goal, racconta:« Soprattutto quando sei giovane, i soldi ti cambiano totalmente la vita. Cominci a pensare in grande e trovare una misura è complesso. Il primo assegno cospicuo lo ricevetti di venerdì: troppo tardi per poterlo cambiare in banca. Lo covammo in famiglia, come un uovo, fino al lunedì mattina».

 

ENZO FRANCESCO TOTTI

L’ambizione? «Essere come Peppe Giannini, il capitano della Roma della mia giovinezza. Lo identificavo come il principe di Roma, il numero 10 per eccellenza. Quando mi convocarono in prima squadra chiesi se era possibile dividere la stanza con Peppe. Me lo concessero. Era un sogno ad occhi aperti. Lì, nel letto accanto al mio dormiva la persona di cui avevo il poster in camera. Mi faceva effetto».

 

Su cosa provò dopo aver segnato il primo goal ricorda: «Mi sentii come i bambini a cui regalano la pista elettrica delle macchinine. Avevo preparato un’esultanza sotto la sud dove ero stato tante volte a tifare, ma segnai sotto la nord e la dimenticai. Fu un momento di pazzia felice. Andavo a destra e a sinistra, avrei voluto le ali in quel momento».

 

ENZO TOTTI

Sul fatto che si dicesse che lui nella Roma decidesse campagne acquisti, formazioni, allenatori, commenta: «Tutte cazzate. Non c’è un solo compagno o allenatore tra i tantissimi che ho conosciuto che possa dirmi in faccia: “Hai deciso, hai chiesto, hai preteso”. Camminerò sempre a testa alta perché mi sono allenato sul campo e non ho mai detto “fai giocare questo o fai giocare quello”. Non ho mai chiesto niente, a parte di poter vincere. È vero, volevo. Volevo giocatori forti come Buffon, Thuram e Cannavaro perché non avevo nessuna voglia di fare il bamboccio mentre gli altri festeggiavano. Qual è la colpa? Dov’è?».

 

Sul suo ritiro: «Sapevo che prima o poi quel momento sarebbe arrivato, ma ho iniziato a considerare l’ipotesi solo nell’ultimo anno. Nella stagione precedente avevo capito che non avrebbero voluto rinnovarmi il contratto: però, poi, ogni volta che subentravo cambiavo le partite e facevo goal. Dopo quella con il Torino, dove entrando a 4 minuti dalla fine ne feci due, me lo rinnovarono a furor di popolo. Mi sarei dovuto ritirare in quella sera perfetta, dopo l’apoteosi, come mi suggerì Ilary e ci pensai anche. Poi dopo una notte insonne decisi di continuare, ma il rapporto con lui purtroppo era già compromesso».

totti capello

 

Sul rapporto con Spalletti racconta: «Voglio fare una premessa: l’allenatore sceglie chi mettere in campo in assoluta autonomia. È giustamente padrone delle decisioni e io non mi sono mai permesso di metterle in discussione né di contestarle. Poi c’è un discorso di umanità e lì le cose cambiano. Più mi impegnavo, più lui cercava la rottura, la provocazione, il litigio o il pretesto. Capii in fretta che in quelle condizioni proseguire sarebbe stato impossibile. Così, per la prima volta in 25 anni di Roma, tra gennaio e febbraio, mollai». Dopo aver rischiato lo scontro fisico a Bergamo, ad oggi sulla possibilità di stringergli la mano, risponde: «Nel calcio si sbaglia, sbagliamo tutti. Diciamo che dovrei capire in che luna sto quel giorno, come mi sveglio, se sono di buon umore».

totti

 

Sul rapporto con i compagni di squadra ricorda: «Alcuni temevano la reazione del mister, che potesse dire: “Voi state con lui”. È triste? È brutto? Purtroppo è umano e i rapporti fraterni nel calcio sono ben pochi. Quell’ultimo anno comunque fu un incubo. In quei giorni iniziai a ripensare a come si comportava agli inizi, quando ero il capitano, il simbolo, il giocatore indiscusso. E capire che mi stavano dicendo: “Hai quarant’anni, fatti da parte, non rompere i coglioni”, mi fece male».

 

Alla domanda se farebbe mai l’allenatore, risponde: «Sarebbe impossibile. Impazzirei. Sono uno che vuole sempre il massimo e pensa che certi errori in serie A non si possano fare. Dovrei diventare severo, aspro, antipatico. Se non ci nasci, figlio di mignotta, non ci diventi».

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