LA VERSIONE DI MUGHINI – SONO D’ACCORDO FINO ALL’ULTIMA RIGA CON QUANTO SOSTENUTO DA VITTORIO SGARBI: A UNA MOSTRA CHE METTESSE IN RISALTO I QUADRI DI UN TIPINO (QUALCUNO DIREBBE UN TIPACCIO) QUALE JULIUS EVOLA, MI CI PRECIPITEREI DOMATTINA. SONO OPERE FRA LE PIÙ IMPORTANTI DELL’AVANGUARDIA ITALIANA DEGLI ANNI VENTI E PIÙ PRECISAMENTE DEL SUO MINUSCOLO NUCLEO DADAISTA, UN’AVANGUARDIA DI CUI IN QUEL MOMENTO EVOLA ERA UN PROTAGONISTA PRIMARIO. POI VENNE QUELLA SUA SECONDA VITA…

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Giampiero Mughini per Dagospia

 

giampiero mughini foto di bacco giampiero mughini foto di bacco

Caro Dago, quanto alla disputa se siano o no da mettere in mostra i quadri del periodo dadaista di un tipino (qualcuno direbbe un tipaccio) quale Julius Evola, sono d’accordo fino all’ultima riga con quanto sostenuto da Vittorio Sgarbi.

 

A una mostra che mettesse in risalto quei quadri mi ci precipiterei domattina. Sono opere fra le più importanti dell’avanguardia italiana degli anni Venti e più precisamente del suo minuscolo nucleo dadaista, un’avanguardia di cui in quel momento Evola era un protagonista primario.

 

julius evola julius evola

Poi venne quella sua seconda vita, e questo per tutta la durata del fascismo, di teorico di una forma “spirituale” di antisemitismo che lo portò a rifugiarsi nella Germania nazi al tempo delle ultime battute della Seconda guerra mondiale.

 

Lesionato alla spina dorsale dall’esplosione di una bomba lanciata dagli aerei alleati, passò l’ultimo segmento della sua vita inchiodato alla poltrona e al letto di un appartamento al quinto piano di un palazzo romano a Corso Vittorio Emanuele di proprietà di una famiglia ultrafascista, dove morì l’11 giugno 1974.

 

Non ricordo chi mi raccontò che negli ultimi sgoccioli della sua agonia chiese a qualcuno dei suoi sodali di portarlo sino alla finestra del suo appartamento, a poter guardare per l’ultima volta il cielo. Per tutto il secondo dopoguerra quella casa romana era stata una sorta di tempio cui attingevano alcuni giovani intellettuali orgogliosi del dirsi fascisti, Pino Rauti uno di questi.

 

julius evola julius evola

Evola negli anni Cinquanta venne messo sotto accusa come ispiratore di alcune loro sporcaccionerie fatte a Roma, ad esempio l’assalto e il danneggiamento della Libreria Rinascita lì al pianterreno del palazzone di via Botteghe Oscure. In aula lo difese il celebre avvocato Francesco Carnelutti, che di certo non era un fascista. Evola venne assolto.

 

Nella casa in cui l’Evola paralizzato alle gambe trascorse gli ultimi venti e passa anni della sua vita ci sono stato. Alle pareti di quel piccolo appartamento c’erano i quadri dadaisti di Evola. Bellissimi. Solo che erano delle copie. Era successo che nei primi anni Cinquanta Achille Perilli, uno dei primattori dell’avanguardia artistica romana del secondo dopoguerra, uno che quei mirabili quadri li conosceva, portasse a casa di Evola il gallerista e collezionista ebreo milanese Arturo Schwartz, quello che nel frattempo era divenuto il più grande esperto di dadaismo al mondo.

evola evola

 

E’ stato Perilli a raccontarmelo. Schwartz ci mise meno di un minuto a chiedere a Evola che glieli vendesse tutti. Evola che non aveva di che vivere disse di sì, solo che se ne fece delle copie per averne un ricordo.

 

Arturo Schwarz Arturo Schwarz

Quando sono entrato in casa di Evola, solo una cosa era originale di quelle che arredavano la casa. Un tavolo basso in legno il cui ripiano Evola aveva disegnato nel suo periodo dadaista. Una meraviglia. So che un altro grande collezionista romano, il mio amico Pablo Echaurren, aveva tentato in tutti i modi di comprarlo. Non c’era riuscito. Non so che ne sia accaduto di quel tavolo. Non fossi il poveraccio che sono sempre stato, avrei fatto di tutto per acquistarlo. Quanto ai quadri dadaisti di Evola, credo facciano parte della donazione che l’ebreo Schwartz ha fatto a Israele o forse mi sbaglio e a Israele lui ha donato solo il comparto libri della sua magnificente collezione di dadaismo.

vittorio sgarbi foto di bacco (2) vittorio sgarbi foto di bacco (2)

 

E a proposito di libri, nella mia collezione di prime edizioni del Novecento italiano mancano i due mirabolanti libri dadaisti di Evola, pubblicati entrambi a Roma in pochissime copie. Mi sono sfuggiti dalle dita due volte. L’ultima a un’asta parigina dov’era in vendita la strepitosa collezione novecentesca di un collezionista francese ebreo.

 

C’era uno dei due libri italiani di Evola. Io che sono un morto di fame, l’ho battuto sino a 10mila euro. E’ andato venduto a 13mila più i diritti. Una meraviglia. Da morire da quanto era smagliante di creatività. Da mettere in mostra? A dire poco.

 

 

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