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RUGA NON TI TEMO – INVECCHIARE NON È SOLO UNA QUESTIONE DI GENETICA, CI SONO DIVERSE COSE CHE SI POSSONO FARE PER RALLENTARE IL PROCESSO: SVOLGERE ATTIVITÀ FISICA, NON PERDERE LA CURIOSITA', COLTIVARE INTERESSI E RIDURRE IL PIU' POSSIBILE L'USO DEI FARMACI – LE COSE DA EVITARE? PASSARE TROPPO TEMPO DAVANTI ALLA TV, ISOLARSI, ABUSARE DI ALCOL E FUMO...

Paolo Virtuani per il "Corriere della Sera"

vecchiaia

 

Invecchiare bene è il sogno di tutti. Sbaglia però chi crede che si tratti solo di una questione di fortuna (o di genetica) e che l'invecchiamento non possa trasformarsi da un accadimento inevitabile e passivo a uno stato «attivo», in cui si possa incidere in maniera significativa. «Ci sono tre regole che ormai conosciamo bene», dice il professore Marco Trabucchi, presidente dell'Associazione italiana di psicogeriatria. «Svolgere attività fisica, mantenere una buona curiosità intellettuale e avere un controllo sereno della propria salute: questi sono i fattori fondamentali».

 

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È altrettanto vero, tuttavia, che sul piano psicologico e clinico l'invecchiamento è una vicenda individuale. Detto in parole più semplici: ognuno invecchia a modo suo, a causa di ragioni diverse. «Senza dubbio», specifica Trabucchi, «la differenza nel modo di invecchiare ha anche una componente genetica che non è stata ancora messa bene in luce. Ci sono quindi motivi biologici ma sono altrettanto importanti le scelte individuali, cioè lo stile di vita condotto da una persona durante tutta la sua esistenza e la decisione di come invecchiare. Sempre che sia possibile scegliere».

 

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 «Se non sono presenti ostacoli gravi al movimento, mantenere un minimo di attività fisica è la base dell'invecchiamento attivo. Numerosi studi scientifici indicano i vantaggi, anche psicologici, offerti dall'attività fisica», aggiunge. «Funziona a qualsiasi età, non bisogna mai pensare che sia troppo tardi per praticarla, mantiene giovani gli organi e soprattutto il cervello». Si vedono ultraottantenni correre la maratona: è questo l'esempio da seguire? «L'importante è muoversi nella vita quotidiana, per esempio fare le scale. È del tutto inutile andare a correre al parco tutte le mattine se poi, quando si torna a casa, si prende l'ascensore per evitare di fare pochi piani di scale».

 

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Il secondo pilastro dell'invecchiamento attivo è il mantenimento dell'interesse per ciò che ci circonda, la curiosità, mantenere attivi non solo i muscoli ma anche il cervello. Quello che gli esperti chiamano l'attività psichica. «Divano e televisione sono due grandi nemici dell'invecchiamento, anche se la tv può essere in alcuni casi uno stimolo per la memoria, l'interesse e l'attenzione», ammonisce il prof. Trabucchi. «Dobbiamo cercare di stare il meno possibile davanti alla tv, ma credo che per la stimolazione del cervello la cosa più importante sia la lettura e l'interesse per gli eventi. Non sono contro la televisione, ma non sia un'attività passiva. Per invecchiare bene importante è mantenere la curiosità, entrare nel perché delle cose e non lasciare che queste ci passino sopra la testa».

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Il terzo componente per l'invecchiamento attivo è avere il controllo della propria salute. «Un controllo sereno, senza diventare dipendenti dai medicinali e dai medici, senza fissarsi con il controllo della pressione due volte al giorno», è la ricetta suggerita dall'esperto. «Se si è ipertesi o diabetici di certo bisogna curarsi, ma dobbiamo avere un rapporto di fiducia con la medicina e i medici, non di dipendenza».

 

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La pandemia, con le restrizioni che ha comportato come il distanziamento sociale e il restare a casa ha inciso moltissimo nella vita degli anziani. «Gli studi indicano che c'è stato un aumento delle dipendenze legate al fumo e al cibo. La chiusura dentro le case è stata drammatica per molte persone», ricorda Trabucchi, «ma sappiamo anche che gli anziani ne sono usciti meglio rispetto ad altre classi di età: l'anziano ha una sua corazza, una sua abitudine ad affrontare le difficoltà dovute a una maggiore esperienza. L'anziano si è adattato, eccetto nei casi di una malattia o di una solitudine pre-esistente, che invece hanno provocato gravi crolli psicologici. La sindrome del telefono muto è stata devastante. In questi casi è stato importante avere animali domestici da accudire. Cani e gatti sono utili, ma non bastano. La relazione con l'animale dev' essere un arricchimento ulteriore, ma la solitudine non si combatte in questo modo: c'è sempre bisogno della relazione con gli altri esseri umani. Lo stesso vale per le Rsa che devono essere luoghi dove si gestisce una vita, pur con tutti i limiti. Devono essere contenitori di vita, non di fallimenti».

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