burnout stress da lavoro

SOFFRO LO STRESS – IL “BURNOUT” È UNA SINDROME IN CRESCITA CHE HA ALLA BASE UN TRIO MICIDIALE: ESAURIMENTO O DEBOLEZZA ENERGETICA, AUMENTO DELL'ISOLAMENTO DAL PROPRIO LAVORO CON SENTIMENTI DI NEGATIVISMO O CINISMO E, INFINE, RIDOTTA EFFICACIA PROFESSIONALE – UN VADEMECUM PER SUPERARLO NON ESISTE, MA NON AFFIDATEVI AI FARMACI: LA SOLUZIONE MIGLIORE È RICORDARSI CHE C’È UNA VITA OLTRE LA SCRIVANIA…

Fabio Di Todaro per “la Stampa”

 

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Una stanchezza che non va mai via. Un aumento dell' ansia oltre la soglia di guardia. L' assenza di motivazioni e anche di tempo da dedicare a se stessi. E il pensiero ricorrente, che non sfuma nemmeno quando si è in vacanza: quello del ritorno tra i corridoi dell' ufficio e delle responsabilità a cui si è costretti.

 

Di fronte a questi campanelli d' allarme, una volta esclusa la presenza di altre malattie, un medico è oggi autorizzato a mettere nero su bianco il nome eloquente di una sindrome sempre più diffusa: il «burnout».

 

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Essere colpiti da stress da lavoro d' ora in avanti non sarà più materia esclusiva dei giudici del lavoro. L' Oms, l' Organizzazione Mondiale della Sanità, ha infatti sdoganato quello che viene definito come «un fenomeno occupazionale per il quale si può cercare una cura, pur non trattandosi di una condizione medica».

 

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L' Oms definisce lo stress da lavoro «una sindrome concettualizzata come conseguenza di stress cronico sul posto di lavoro non gestito con successo». Sono tre le caratteristiche-chiave individuate dagli studiosi: «Senso di esaurimento o debolezza energetica, aumento dell' isolamento dal proprio lavoro con sentimenti di negativismo o cinismo e, infine, ridotta efficacia professionale». Il «burnout», quindi, è una realtà molto specifica: si riferisce - secondo la classificazione dell' Oms - proprio a una serie di fenomeni legati al «contesto occupazionale» e non dev' essere confusa con esperienze simili, ma scatenate da altri ambiti della vita.

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Le motivazioni . Il primo ad occuparsi di questo problema, nel 1974, fu lo psicologo Herbert Freudenberger.

La sua esperienza si riferiva principalmente a professioni cosiddette «di aiuto» (come quelle di infermieri e medici) e si estese nel tempo a tutti coloro che vivevano a contatto con il disagio altrui. Poi, anno dopo anno, se n' è parlato sempre di più come un fenomeno sociale in crescita.

 

Ma al momento non ci sono ancora dati definitivi sull' estensione del fenomeno.

«La velocità con cui si opera oggi è sicuramente un fattore di rischio, ma non credo che andare in miniera agli inizi del '900 fosse piacevole», morde il freno Cristina Colombo, responsabile del centro dei disturbi dell' umore dell' ospedale San Raffaele di Milano. «I ritmi odierni portano le persone più responsabili ad avvertire la percezione di lavorare male. Questo disagio può determinare l' instaurarsi di uno stato d' ansia cronico che, se protratto a lungo, porta anche all' esaurimento delle proprie risorse».

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Accade, così, di sentirsi svuotati, privi di energie e schiacciati dagli impegni. Non è in gioco solo il sovraccarico di responsabilità: il «burnout» può dipendere dall' insoddisfazione sempre più marcata nei confronti del proprio lavoro. «Il termine, infatti, non indica soltanto una situazione dovuta all' eccesso di lavoro, ma anche alla sensazione che la propria attività non abbia una vera utilità».

 

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I segnali . Che qualcosa non vada, in genere, è il corpo a evidenziarlo, prima che la mente. Sentirsi prosciugati, soffrire di nausea, non riuscire a dormire e a superare banali malattie come il raffreddore, percepirsi come sempre in affanno: a fronte di questi campanelli d' allarme è possibile che si sia già alle prese con la condizione estrema inquadrata dalla comunità scientifica.

 

Prima che sia troppo tardi è dunque necessario correre ai ripari. Già, ma come?

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Un «vademecum» valido per chiunque, e per tutti i casi, non esiste. Di sicuro occorre parlarne: prima con chi ci è accanto tutti i giorni, dai famigliari ai colleghi di lavoro, poi, eventualmente, anche con uno specialista. La risposta non è da ricercare nei farmaci, bensì in un cambio di strategia che ci porti a ricordare che la vita non è fatta soltanto di lavoro. «Occorre riscoprire tutte quelle piccole cose sacrificate per troppo tempo, ma che in realtà ci possono indurre un piacere autentico».

 

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Che si tratti di un viaggio o di un' attività sportiva, di una rimpatriata con gli amici o di un po' di tempo da dedicare alla casa o a un hobby, ciò che conta è sempre lo stesso risultato: riuscire a staccare con il lavoro e a liberare davvero la mente. L' importante è procedere a piccoli passi, senza porsi obiettivi eccessivamente ambiziosi. E a maggior ragione se è stata proprio una lunga lista di «cose da fare» a farci esplodere e provocare un senso di esaurimento delle proprie energie, fisiche e mentali.

 

Cambiare occupazione è la soluzione più estrema: talvolta necessaria, ma oggi non sempre possibile. Se però non si possono fare le valigie, può essere utile quanto meno «chiedere di cambiare mansioni, almeno per un periodo limitato». Il telelavoro? Anche questo può rappresentare un' opportunità, ma occupare lo stesso ruolo semplicemente lavorando da casa non sempre rappresenta una soluzione definitiva.

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A rischio . La fatica accomuna sempre chi lavora, ma «a fare la differenza sono la soddisfazione e il riconoscimento del proprio ruolo - prosegue l' esperta -. Non è un caso che una delle categorie più a rischio, oggi, sia quella degli insegnanti».

 

Più esposti all' esaurimento professionale - le donne risultano più colpite rispetto agli uomini - sono, comunque, tutti coloro che sono coinvolti in situazioni di emergenza o che lavorano in «contesti di aiuto» o in quelli sociali. Si tratta, da una parte, di medici, infermieri, poliziotti e vigili del fuoco e, dall' altra, di educatori, assistenti sociali, «caregiver».

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Senza dimenticare che lo stress aumenta sia nelle professioni più performanti (dagli avvocati ai broker) sia in quelle - spiega l' Oms - dove si sommano elementi diversi, ma ugualmente a rischio: dalla insufficiente comunicazione alla limitata partecipazione nei processi decisionali, dallo scarso potere di controllo sul proprio settore di lavoro all' inadeguato livello di supporto da parte dei capi, fino agli orari sempre, e comunque, inflessibili e a compiti e obiettivi poco chiari, che generano confusione e conflitti.

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E «last but not least» l' ombra delle molestie psicologiche e delle diffuse pratiche di mobbing.

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