juncker ursula von der leyen

L'EUROPA HA UNA SERPE IN SENO DI NOME LUSSEMBURGO E CI PENSA IL FMI A RICORDARCELO. LA LAGARDE SI PORTERÀ DIETRO QUESTO REPORT DURISSIMO ANCHE ALLA BCE? LO INVIERÀ ALL'AMICA URSULA? INTANTO SEGNATEVI QUESTO DATO: IL PARADISO FISCALE CHE HA DATO I NATALI A JUNCKER (600MILA ABITANTI) ATTRAE PIÙ INVESTIMENTI STRANIERI DEGLI STATI UNITI (330 MILIONI). TRADOTTO: 4 TRILIONI DI DOLLARI SOTTRATTI AL FISCO DEGLI ALTRI PAESI PER SFAMARE QUALCHE MIGLIAIO DI BISOGNOSI BANCHIERI E TRIBUTARISTI APPOLLAIATI SULLA ROCCA

Roberto Galullo e Angelo Mincuzzi per ''Il Sole 24 Ore''

 

Le multinazionali alimentano ogni giorno i paradisi fiscali con iniezioni di miliardi di dollari, mandano in tilt medie e piccole imprese e aumentano il monopolio dei mercati.

jean claude juncker

Nelle stesse ore in cui il Capo dello Stato Sergio Mattarella lanciava il suo grido d'allarme contro gli squilibri fiscali nella Ue, che favoriscono le multinazionali e albergano nei paradisi fiscali europei, il Fondo monetario internazionale (Fmi) dava alle stampe un report sui lati nascosti e bui dell'economia mondiale. Avvalorando le parole di Mattarella ma su scala mondiale.

 

Le parole di Mattarella e il caso Shell in Olanda

«Vanno fatti passi avanti per una fiscalità europea che elimini forme di distorsione concorrenziale e affronti il tema della tassazione delle grandi imprese multinazionali, per un sistema più equo e corretto», ha scritto Mattarella nel suo messaggio, letto dall'ex premier Enrico Letta il 7 settembre nel corso del Forum Ambrosetti a Cernobbio (Como).

Chissà se il Presidente della Repubblica Mattarella aveva in mente il caso dell'Olanda che, in queste ultime ore, continua a destare l'attenzione di tutto il mondo, ancora una volta per il caso di una multinazionale che lì viene ospitata.

 

CHRISTINE LAGARDE

Il 4 settembre il presidente del Partito socialista (Sp) olandese, Lilian Marijnissen, ha infatti affermato che la situazione fiscale del colosso petrolifero anglo-olandese Shell, in Olanda è fuori dal mondo. Nel corso di un programma televisivo, la parlamentare socialista ha detto che Shell paga meno del valore di un giro di birre al pub. «Paghi più tasse per un round con i tuoi amici sulla terrazza, di quanto Shell non paghi per i miliardi di profitti che la compagnia guadagna nei Paesi Bassi», ha affermato.

sergio mattarella

 

Jan Van de Streek, professore di diritto tributario societario, ha sottolineato che Shell paga solo l'imposta sulle società. La multinazionale ha recentemente annunciato che sono stati conclusi accordi con le autorità fiscali per l'imposta sugli utili. Di conseguenza, il colosso petrolifero nel 2017 non ha pagato alcuna imposta sugli utili realizzati nei Paesi Bassi.

 

Vincent Kiezenbrink ricercatore per il network Tax Justice, conferma la dichiarazione di Marijnissen: «Shell ha stretto accordi con il governo. Ciò consente di detrarre le perdite provenienti dai progetti stranieri dagli utili realizzati nei Paesi Bassi». Secondo Kiezenbrink, Shell ha realizzato un utile di 1,7 miliardi di euro nel 2017 (ultimo dato disponibile). In precedenza, la società aveva annunciato che il profitto era stato completamente azzerato dalle perdite all'estero. «E dato che non è possibile riscuotere tasse su zero euro l'affermazione che un round di birre su una terrazza è più tassato del profitto di Shell è quindi corretta», ha concluso Kiezenbrink.

christine lagarde

 

SEMPRE PIÙ IN ALTO

Gli investimenti diretti esteri “fantasma” superano quelli autentici. Miliardi di dollari (scala Sx) e percentuale delle entrate globali degli investimenti esteri diretti (scala Dx) Nota (*): Investimenti diretti esteri Fonte: Damgaard, Elkjaer, and Johannesen (forthcoming)

 

Secondo il Fondo monetario internazionale, però, c'è qualcosa che non va se solo si considera che il Lussemburgo, con appena 600mila abitanti, attrae 4 trilioni di dollari (ovvero 6,6milioni pro-capite), quanto gli Stati Uniti e molto più della Cina.

In pratica, dunque, afferma l'Fmi, gli investimenti diretti esteri sono diventati investimenti finanziari tra imprese che appartengono allo stesso gruppo multinazionale e la maggior parte di questi sono “investimenti fantasma” poiché passano attraverso scatole vuote, le cosiddette “corporate shell”, che non hanno attività, non conducono operazioni finanziarie e, piuttosto, servono solo a nascondere le attività della holding, condurre operazioni finanziarie infragruppo o gestire asset intangibili per ridurre al minimo la tassazione globale.

selmayr juncker

 

L'Fmi calcola che finora su 40 trilioni di dollari di investimenti diretti esteri veicolati nel mondo, quelli “fantasma” valgono 15 trilioni di dollari – che è come a dire il Pil annuale di Cina e Germania messe insieme – quasi la metà dei quali tra Lussemburgo e Olanda. Se si aggiungono Hong Kong, British Virgin Islands, Bermuda, Singapore, le Isole Cayman, Svizzera, Irlanda e Mauritius, ecco che questi 10 Paesi ospitano complessivamente l'85% degli investimenti fantasma.

 

Multinazionali “avvinghiate” ai profitti

Mattarella ha focalizzato il suo sguardo sull'Unione europea, già messa sotto la lente dalla stessa Commissione di Bruxelles che nel marzo 2018 aveva stigmatizzato le politiche fiscali di sette paesi della Ue: Lussemburgo, Belgio, Olanda, Irlanda, Malta, Cipro e Ungheria. In questi paesi “Fiume di denaro” ha iniziato un viaggio per raccontare in che modo lo squilibrio fiscale incide sulla libera concorrenza e il libero mercato.

 

juncker da una parte presidente della commissione dall altra premier lussemburghese

Ci ha poi pensato il Fondo monetario ad allargare lo sguardo al mondo intero, evidenziando ancor di più lo squilibrio. «Come regola generale – scrive infatti Nicholas Shaxson nel numero di settembre della rivista F&D dell'Fmi – più è grande la multinazionale, di cui alcune detengono centinaia di filiali offshore, tanto più pervicacemente è avvinghiata al sistema offshore e tanto più vigorosamente lo difende ma anche i governi più forti difendono questo sistema perché hanno un proprio tornaconto».

 

Ed eccoli lì i Paesi che beneficiano dell'immobilismo mondiale – da qualche anno contrastato da timide politiche comuni adottate in ambito europeo e mondiale – contro l'aggressività fiscale. Tax Justice mette nell'elenco dei beneficiari dell'elusione fiscale delle tasse societarie, in primis Isole Vergini britanniche, poi Bermuda e Isole Cayman. L'indice di opacità finanziaria elaborato dallo stesso network mette in lista la Svizzera, seguita da Stati Uniti e Isole Cayman: sono loro al top per quote di ricchezza privata proveniente dall'estero.

Le grandi imprese Usa “in paradiso”

I conti sono presto fatti. La rivista statunitense Fortune, nel 2017 (ultimo dato disponibile) ha stimato che le principali 500 imprese a stelle e strisce da sole detenevano in quell'anno oltre 2,6 trilioni di dollari nei Paesi offshore, sebbene una piccola quota fosse rientrata l'anno successivo grazie alla riforma fiscale Usa del 2018.

 

Il costo per i Governi di tutto il mondo è altissimo: tra i 500 e i 600 miliardi di dollari all'anno solo da mancati introiti fiscali da tassazione sulle imprese. Delle entrate tributarie perse, le economie a basso reddito ne contano circa 200 miliardi, una cifra superiore ai circa 150 miliardi di dollari che questi Paesi ricevono ogni anno dai programmi di sviluppo e assistenza proveniente dai Paesi esteri. E, contemporaneamente, una cifra percentualmente superiore a quanto detenuto nei centri finanziari offshore dalle economie degli Stati più avanzati.

il porto franco all aeroporto di lussemburgo

 

In altre parole, tanto più sono poveri i Paesi, tanto più cresce il rischio che i capitali volino verso i paradisi fiscali. E per farsi capire, l'Fmi usa un paradosso: fermiamoci a pensare quanti ricchi nigeriani possono avere soldi custoditi a Ginevra o a Londra e, viceversa, quanti svizzeri o inglesi ricchi possano avere proprietà finanziarie a Lagos. I Paesi offshore drenano risorse ai poveri e li riversano ai ricchi. Una sorta di Robin Hood al contrario.

 

 

 

Nei Paesi offshore fino a 36 trilioni di dollari

Il dato del tesoro nascosto fuori dai naturali confini nazionali da persone fisiche è sicuramente sottostimato visto che nel 2016 l'economista americano James S. Henry ha stimato che, complessivamente, nei paradisi fiscali nel 2014 era stipata un'astronomica cifra calcolata tra i 24 e 36 trilioni di dollari. Di quei 24/36 trilioni di dollari, ben 12,1 provenivano dai Paesi in via di sviluppo (rispetto agli 8,9 del 2010) , anche grazie al ruolo svolto da governi corrotti a danno del proprio Paese. Secondo l'economista francese dell'Università californiana di Berkeley Gabriel Zucman, nel 2017 le persone fisiche hanno espatriato 8,7 trilioni di dollari nei paradisi fiscali (mentre erano 5,6 trilioni nel 2007, pari al 10% del Pil mondiale, la metà dei quali in Svizzera).

I REALI DEL LUSSEMBURGO

 

Il sistema offshore sta crescendo, scrive l'Fmi. Quando un Paese dà vita a una nuova scappatoia fiscale o ad un accordo segreto tra le parti che sono in grado di attrarre risorse mobili, altri Paesi copiano o li superano, in una corsa al ribasso.

 

Questo ha contribuito a un drammatico calo nella media delle aliquote di imposta sulle società, che sono diminuite della metà, dal 49% del 1985 al 24% oggi. Per le multinazionali statunitensi, il profitto aziendale transitato nei paradisi fiscali è passato da un 5%-10% stimato nel 1990 all'attuale 25-30% (fonte: Cobham and Jansky 2017).

L'Ocse, comunque, stima che a luglio 2019, ben 90 Paesi hanno condiviso informazioni su 77 milioni di conti correnti per un valore di 4,9 trilioni di dollari e in questo modo i depositi nei paradisi fiscali sono diminuiti tra il 20 e il 25% e le voluntary disclosures hanno generato 95 miliardi di dollari di tasse in più per i membri del G20.

 

I danni all'ecosistema

Il danno che molte multinazionali apportano all'ecosistema fiscale, economico e finanziario mondiale è enorme anche se si prendono in considerazione altri parametri.

Le multinazionali, scrive Shaxons per l'Fmi, sono in grado di manipolare i cosiddetti “transfer prices” delle transazioni fra le diverse filiali collocate nei diversi Paesi, facendo scivolare i profitti verso gli Stati a bassa tassazione. In altre parole, un'impresa può detenere un brevetto in un Paese a bassa tassazione e caricare royalties esorbitanti del prodotto nei Paesi a alta tassazione, in modo da massimizzare i profitti nei Paesi a bassa tassazione.

 

La cooperazione internazionale sta facendo il possibile e così l'Ocse, proprio in questi mesi, sta tirando le somme del progetto Beps diretto proprio alle multinazionali, che violano sempre più il principio della libera concorrenza. Se è vero che il progetto ha provato ad aumentare la trasparenza è anche vero che, ultimamente, è visto come un fallimento della stessa Ocse, soprattutto nei confronti dell'economia digitale. Gli stessi Stati Uniti – ricorda l'Fmi – hanno tardivamente riconosciuto che, con il calo dell'economia e degli scambi tradizionali, avrebbe senso spostare la tassazione laddove avvengono le vendite dei prodotti.

rutte

 

Mercati emergenti, come Colombia, Ghana e India, che hanno guadagnato peso nell'economia mondiale a partire dal 2016, spingono per un nuovo approccio. E così la stessa Ocse ha cominciato a riconsiderare il sistema, anche se alcuni Paesi in via di sviluppo spingono a favore di una formula che prenda in considerazione anche il personale impiegato, i mezzi e le infrastrutture, il che darebbe loro maggiori diritti di tassazione.

 

Il cambio di passo

Questo modo di ragionare – sottolinea ancora l'Fmi – rappresenta un passo avanti rispetto all'ortodossia del principio della libera concorrenza. E così nel gennaio di quest'anno, la diga ha cominciato a cedere. Per la prima volta l'Ocse ha ammesso che bisogna trovare una soluzione che vada oltre il principio della libera concorrenza. A marzo, Christine Lagarde, all'epoca direttore generale dell'Ocse e dal 1° novembre di quest'anno designata a diventare presidente della Banca centrale europea, ha definito il modello in corso datato e dannoso per i Paesi a basso reddito e ha sottolineato la necessità di andare verso una formula che premi l'allocazione delle risorse.

 

A maggio, ecco il terzo step dell'Ocse: una road map che si propone una riforma che si regga su due pilastri: 1) determinare dove devono essere pagate le tasse e su quali basi e quale quota di profitto debba essere tassata su quelle basi; 2) portare le multinazionali a pagare un livello minimo di tasse. Il professore Reuven Avi Yonah dell'Università del Michigan ha detto che il progetto è «estremamente radicale» e che sarebbe stato «del tutto inconcepibile» fino a cinque anni fa.

MERKEL RUTTE

 

Troppo presto per dire se il vento sta girando. La stessa Fmi si limita a sottolineare che siamo all'inizio di un cambiamento che potrebbe essere epocale e pone l'accento sul fatto che le prove di forza tra Paesi non saranno più e soltanto tra ricchezza e povertà ma anche contribuenti e tra quelli che traggono profitto dal sistema attuale.

 

Il caso svizzero

Siamo, dunque, solo all'inizio della riforma per la tassazione delle imprese, a partire dalle multinazionali. Nessuno sa quali saranno i colpi decisivi e l'Fmi ricorda il caso, sorprendente, del segreto bancario svizzero. Nel corso degli anni, soprattutto Germania e Stati Uniti hanno provato, con scarso successo, a portare il Paese elvetico verso una maggiore trasparenza finanziaria. Nel 2009, quando gli Usa scoprirono che alcuni banchieri svizzeri avevano aiutato clienti americani a evadere le tasse, il Dipartimento della Giustizia ha cambiato strategia: l'obiettivo non era più lo Stato (la Svizzera in questo caso) ma i banchieri e le banche e così la Svizzera fece importanti concessioni contro il segreto bancario. La lezione che se ne trae, scrive l'Fmi, è che ogni responso internazionale deve includere sanzioni forti contro i privati, inclusi gli studi di consulenza e i professionisti, avvocati e commercialisti inclusi, quando facilitano attività criminali come, appunto, l'evasione fiscale.

 

Ultimi Dagoreport

procuratore milano viola procura milano luigi lovaglio - francesco gaetano caltagirone - giancarlo giorgetti - milleri - alberto nagel - philippe donnet mediobanca mps giorgia meloni

DAGOREPORT - SDENG! ANCHE IL ‘’SOVRANISMO BANCARIO’’ È FINITO NEL CESTINO DELLE CAZZATE DELL’ARMATA BRANCA-MELONI – A CANCELLARE IL DISEGNO DEL ‘GRANDE POLO DEL RISPARMIO TRICOLORE', A CAVALLO DI CALTAGIRONE & C., OBIETTIVO GLI 800 MILIARDI DI GENERALI, CI HANNO PENSATO IN TANTI: DALLE PERPLESSITÀ DI BCE ALLA CONTRARIETÀ DEI FONDI INTERNAZIONALI PER LA LEGGE CAPITALI (RIVELATASI UN BOOMERANG PER CALTA CHE L’AVEVA ISPIRATA) - MA IL RIBALTONE NON SAREBBE AVVENUTO SENZA L’ENTRATA IN CAMPO DELLA PROCURA DI MILANO - L’ISCRIZIONE NEL REGISTRO DEGLI INDAGATI DI CALTA-MILLERI-LOVAGLIO PER PRESUNTO “CONCERTO OCCULTO” SULLA SCALATA DI MEDIOBANCA, IN DUPLEX CON LA BIZZARRA VENDITA “OVERNIGHT” DEL 15% DI MPS DA PARTE DEL TESORO DI GIORGETTI, E' STATO IL PRIMO SEGNALE DI ALLARME PER I GENI DI PALAZZO CHIGI PER I POSSIBILI (E AMARI) STRASCICHI GIUDIZIARI - MA LA GOCCIA CHE HA FATTO INFINE TRABOCCARE IL VASO, SPINGENDO MELONI, DELFIN E BPM AD ABBANDONARE AL SUO DESTINO L’EX ALLEATO CALTARICCONE, È STATA LA VITTORIA DEL “NO” AL REFERENDUM, SENZA LA QUALE L’INCHIESTA DELLA PROCURA DI MILANO CHISSA' IN QUALE CASSETTO SAREBBE FINITA...

giorgia meloni trump viviana mazza netanyahu

DAGOREPORT – PERCHÈ È PIÙ FACILE PARLARE CON L’UOMO PIÙ POTENTE (E DEMENTE) DEL MONDO CHE CON GIORGIA MELONI? - PORRE UNA DOMANDINA ALLA "PONTIERA IMMAGINARIA" DEI DUE MONDI È PRATICAMENTE IMPOSSIBILE, MENTRE CON TRUMP BASTA UNO SQUILLO O UN WHATSAPP E QUELLO…RISPONDE – L'INTERVISTA-SCOOP AL DEMENTE-IN-CAPO, CHE LIQUIDA COME UNA SGUATTERA DEL GUATEMALA LA PREMIER DELLA GARBATELLA, REA DI AVER RESPINTO L'INAUDITO ATTACCO A PAPA LEONE, NON E' FRUTTO DI CHISSA' QUALE STRATEGIA DI COMUNICAZIONE DELLA CASA BIANCA, MA SOLO DELLA DETERMINAZIONE GIORNALISTICA DELL'INVIATA DEL "CORRIERE", VIVIANA MAZZA, CHE L'HA TAMPINATO E SOLLECITATO AD APRIRE LE VALVOLE – E' PASSATO INVECE QUASI INOSSERVATO IL SILENZIO SPREZZANTE DI NETANYAHU VERSO MELONI CHE HA FINALMENTE TROVATO IL CORAGGIO DI SOSPENDERE IL PATTO DI DIFESA ITALIA-ISRAELE - TRA UN BOMBARDAMENTO E L'ALTRO DEL LIBANO, IL GOVERNO DI TEL AVIV HA DELEGATO UN FUNZIONARIO DI TERZO LIVELLO PER AVVERTIRE CHE “L’ITALIA HA MOLTO PIÙ BISOGNO DI NOI DI QUANTO NOI ABBIAMO BISOGNO DI LORO''...

marina berlusconi antonio tajani giorgia meloni pier silvio nicola porro paolo del debbio tommaso cerno

DAGOREPORT - MARINA BERLUSCONI NON È MICA SODDISFATTA: AVREBBE VOLUTO I SUOI FEDELISSIMI BERGAMINI E ROSSELLO COME CAPOGRUPPO, MA HA DOVUTO ACCETTARE UNA MEDIAZIONE CON IL LEADER DI FORZA ITALIA, NONCHE' MINISTRO DEGLI ESTERI E VICE PREMIER, ANTONIO TAJANI - LA CACCIATA DEL CONSUOCERO BARELLI, L'AMEBA CIOCIARO NON L'HA PRESA PER NIENTE BENE: AVREBBE INFATTI MINACCIATO ADDIRITTURA LE DIMISSIONI E CONSEGUENTE CADUTA DEL GOVERNO MELONI – AL CENTRO DELLA PARTITA TRA LA FAMIGLIA BERLUSCONI E QUELLO CHE RESTA DI TAJANI, C’È IL SACRO POTERE DI METTERE MANO ALLE LISTE DEI CANDIDATI ALLE POLITICHE 2027 – PIER SILVIO SUPPORTA LA SORELLA E CERCA DI “BONIFICARE” LA RETE(4) DEI MELONIANI DI MEDIASET GUIDATA DA MAURO CRIPPA (IN VIA DI USCITA), CHE HA IN PRIMA FILA PAOLO DEL DEBBIO E SOPRATTUTTO NICOLA PORRO (SALLUSTI SI E' INVECE RIAVVICINATO ALLA "FAMIGLIA") – RACCONTANO CHE IL VOLUBILE TOMMASINO CERNO-BYL SI E' COSI' BEN ACCLIMATATO A MILANO, ALLA DIREZIONE DE "IL GIORNALE", CHE PREFERISCA PIU' INTRATTENERSI CON I “DIAVOLETTI” DELLA BOLLENTE NIGHTLIFE ''A MISURA DUOMO'' CHE CON GLI EDITORI ANGELUCCI…

xi jinping donald trump iran cina

DAGOREPORT – LA CINA ENTRA IN GUERRA? L’ORDINE DI TRUMP DI BLOCCARE "QUALSIASI NAVE CHE TENTI DI ENTRARE O USCIRE DALLO STRETTO DI HORMUZ E DAI PORTI IRANIANI" NON POTEVA NON FAR INCAZZARE IL DRAGONE, PRINCIPALE ACQUIRENTE DI GREGGIO IRANIANO – SE NON VIENE REVOCATO IL BLOCCO, PECHINO MINACCIA DI FAR SALTARE L’ATTESO INCONTRO AL VERTICE CON XI JINPING, IN AGENDA A MAGGIO A PECHINO - DI PIU': IL DRAGONE SI SENTIRÀ AUTORIZZATO A RIBATTERE CON RAPPRESAGLIE POLITICHE CHE POTREBBERO TRASFORMARSI IN RITORSIONI MILITARI - L'ARABIA SAUDITA IMPLORA TRUMP DI FINIRLA DI FARE IL VASSALLO DI ISRAELE E DI TORNARE AL TAVOLO DEI NEGOZIATI CON L'IRAN. RIAD TEME CHE TEHERAN POSSA SCHIERARE I SUOI ALLEATI HOUTHI IN YEMEN PER BLOCCARE LO STRETTO DI BAB AL-MANDEB, UN'ARTERIA VITALE CHE TRASPORTA IL 10% DEL COMMERCIO GLOBALE TRA L'ASIA E I MERCATI EUROPEI ATTRAVERSO IL CANALE DI SUEZ, DETTA "PORTA DELLE LACRIME"…

meloni orban trump netanyahu papa leone

DAGOREPORT - REFERENDUM, GUERRA DEL GOLFO, ORBAN, PAPA LEONE: UNA BATOSTA DOPO L'ALTRA. IL BLUFF DEL CAMALEONTE DELLA GARBATELLA È GIUNTO AL CAPOLINEA: MEJO PRENDERE LE DISTANZE DA TRUMP E NETANYAHU, DUE TIPINI CON GROSSI PROBLEMI DI SALUTE MENTALE, PRIMA DI ANDARE A FAR COMPAGNIA AI GIARDINETTI AL SUO AMICO ORBAN - SOLO L'EROSIONE DEI CONSENSI LE HA FATTO TROVARE IL CORAGGIO DI CONDANNARE,  DOPO UN TRAVAGLIO DI SETTE ORE, IL BLASFEMO ATTACCO DEL SUO "AMICO" DI WASHINGTON AL PONTIFICATO DI PAPA PREVOST (SUBITO BASTONATA DA TRUMP: "SU DI LEI MI SBAGLIAVO") - OGGI E' STATA COSTRETTA A PRENDERE LE DISTANZE DAL "BOMBARDIERE" NETANYAHU, ANNUNCIANDO LA SOSPENSIONE DEL RINNOVO DEL PATTO DI DIFESA CON ISRAELE (ARMI, TECNOLOGIA, INTELLIGENCE) – CHISSÀ SE IL RINCULO INTERNAZIONALE DELLA DUCETTA AZZOPPATA RIUSCIRA' ANCORA AD ABBINDOLARE GLI ITALIANI….

donald trump papa leone xiv marco rubio jd vance andrea riccardi

DAGOREPORT - È FINITA LA PRESIDENZA TRUMP, È INIZIATO IL PONTIFICATO DI LEONE! SI MUOVE LA “RETE” VATICANA LEGATA ALL’AMERICA LATINA PER “NEUTRALIZZARE” IL BIS-UNTO DEL SIGNORE - IL RUOLO DI MARCO RUBIO, CATTOLICO E FIGLIO DI ESULI CUBANI CHE, A DIFFERENZA DEL NEO-CONVERTITO JD VANCE CHE HA AGGIUNTO BENZINA AL DELIRIO BLASFEMO DI TRUMP ("IL PAPA SI ATTENGA AI VALORI MORALI"), È RIMASTO IN SILENZIO, IN ATTESA SULLA RIVA DEL FIUME DI VEDERE GALLEGGIARE A NOVEMBRE, ALLE ELEZIONI DI MIDTERM, IL CIUFFO DEL TRUMPONE - IN CAMPO LA COMUNITA' DI SANT’EGIDIO CON LA SUA POTENTE RETE DI WELFARE E DIPLOMAZIA - IL PROSSIMO SCHIAFFO DI LEONE AL TRUMPISMO CRIMINALE: DOPO AVER DECLINATO L'INVITO A CELEBRARE IL 250° ANNIVERSARIO DELL'INDIPENDENZA AMERICANA ALLA CASA BIANCA, IL 4 LUGLIO DEL 2026 PREVOST VISITERÀ LAMPEDUSA. UN POSTO E UNA DATA DI SICURO NON SCELTI PER CASO...