MELA BACATA – LA CORTE SUPREMA USA AMMETTE UNA CLASS ACTION CONTRO APPLE. I CONSUMATORI SOSTENGONO CHE IL COSTO DELLA “TASSA” CHE APPLE CHIEDE AGLI SVILUPPATORI DI APP VENGA SCARICO SU DI LORO CON UN PREZZO MAGGIORATO SUL PRODOTTO – MA FA PRATICAMENTE LO STESSO ANCHE GOOGLE (E INFATTI NETFLIX E AMAZON GESTISCONO DA SOLI I PAGAMENTI) – DETERMINANTE È STATO IL VOTO DI BRETT KAVANAUGH, IL GIUDICE ACCUSATO DI MOLESTIE NOMINATO DA TRUMP

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Bruno Ruffilli per www.lastampa.it

 

apple store apple store

La Corte Suprema americana ha deliberato che è fondata una causa antitrust contro Apple. Il massimo organo giudiziario statunitense ha dato ragione ai consumatori, convinti che il produttore dell’iPhone stia monopolizzando il mercato delle app obbligandoli a pagare più del dovuto. La Corte Suprema ha dunque confermato quanto era stato deciso da un tribunale di più basso livello, che aveva già dato il via libera a una class action contro l’azienda di Cupertino.

 

Di cosa si parla

APPLE MUSIC APPLE MUSIC

La domanda cui la Corte Suprema ha dovuto rispondere era se un consumatore possa o meno citare in giudizio Apple per abuso di posizione dominante anche se a essere direttamente colpiti sono gli sviluppatori di app e non i clienti finali. La tesi, spiega il blog della Corte Suprema, è che la percentuale di incasso che va ad Apple non sia ammortizzata da chi realizza l’app, ma venga scaricata sul prezzo di acquisto, e dunque danneggi il consumatore. Sulla sua piattaforma, Apple è monopolista e impone un controllo assoluto sulle app, incassando il 30% dei ricavi generati attraverso l’App Store.

 

 

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Il tema non è nuovo, anzi se ne discute da anni. Ma di recente è tornato di attualità, con le denunce di Spotify all’Antitrust della Comunità Europea. La piattaforma di streaming musicale svedese aveva stabilito due prezzi diversi per l’abbonamento premium: 9,99 dollari al mese se pagato tramite web, e 12,99 per chi passa attraverso App Store: una mossa per recuperare la percentuale di Apple, ma anche per esplicitare il “potere monopolistico” della Mela.

 

TIM COOK TIM COOK

Anche altri grandi sviluppatori di app hanno abbandonato la vendita tramite App Store. Amazon, ad esempio, reindirizza molti acquisti al browser - come quelli per libri, musica, film e spettacoli televisivi, ad esempio. Netflix ha di recente cancellato la possibilità di pagare l’abbonamento all’interno dell’app a causa della cosiddetta “tassa Apple”. Per non dire di Fortnite: Epic Games, il produttore del gioco più popolare del momento ha deciso di non utilizzare per gli acquisti in-app né App Store né il Google Play Store.

 

Un modello da ripensare?

brett kavanaugh brett kavanaugh

In precedenza, Apple aveva presentato ricorso in appello contro la decisione della corte di primo grado, e aveva vinto. I proponenti si sono però rivolti alla Corte Suprema, dove lo scorso autunno l’azienda di Tim Cook ha chiesto alla Corte Suprema di respingere la causa, presentando le sue memorie difensive. La decisione è stata presa con 5 voti a favore e 4 contrarti; è stato determinante il pronunciamento del giudice Brett Kavanaugh, l’ultimo nominato dal presidente Donald Trump, che si è schierato con i quattro giudici liberali: Ruth Bader Ginsburg, Stephen Breyer, Sonia Sotomayor ed Elena Kagan. Contrari, invece, i quattro conservatori John Roberts, Clarence Thomas, Samuel Alito e Neil Gorsuch

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Ora la causa tornerà al sistema giudiziario e potrebbe anche sfociare in una class action; l’esito del contenzioso potrebbe costare una multa imponente ad Apple e rimettere in discussione il modello di business e le politiche dell’App Store. Ma succederebbe lo stesso con Facebook, Amazon e Google. Intanto il titolo Apple, già appesantito dalle tensioni commerciali tra Usa e Cina, perde quota per la quinta volta su sei (-5,2% a 186,89 dollari).

 

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