2019teodori

CAFONALINO – GRAN RADUNO DI TESTE CANUTE PER LA PRESENTAZIONE DELLA “CONTROSTORIA DELLA REPUBBLICA” DI MASSIMO TEODORI INSIEME A STEFANO FOLLI E ERNESTO GALLI DELLA LOGGIA – NEL PUBBLICO POLITICI, GIORNALISTI E PURE POLITICI-GIORNALISTI: DIANA DE FEO, CLAUDIO PETRUCCIOLI, GIANFRANCO SPADACCIA E… – VIDEO

Foto di Luciano Di Bacco per Dagospia

 

massimo teodori ernesto galli della loggia

1 – LA “CONTROSTORIA” DI MASSIMO TEODORI PRESENTATA DA ERNESTO GALLI DELLA LOGGIA E STEFANO FOLLI

Da www.formiche.net

 

È stato presentato a Roma il libro di Massimo Teodori, “Controstoria della Repubblica. Dalla Costituzione dal nazionalpopulismo”, edito da Castelvecchi e con la postfazione di Giuliano Ferrara. Relatori del dibattito Stefano Folli, giornalista, editorialista di La Repubblica, Ernesto Galli Della Loggia, storico, giornalista e accademico italiano, editorialista del Corriere della Sera.

 

Tra gli intervenuti Claudio Petruccioli, Diana De Feo, Enrico Morbelli, Gianfranco Spadaccia, Lorenzo Pallesi, Nicoletta Ricca e Paolo Benedettini.

 

2 – PRIMA REPUBBLICA, LE DUE ANIME DEI «PARTITI LAICI»

invitati alla presentazione

Ernesto Galli Della Loggia per il “Corriere della Sera”

 

L’esistenza durante la Prima Repubblica di un manipolo di ben due-tre piccoli partiti d’ispirazione genericamente liberaldemocratica (liberali, repubblicani, radicali), detti anche «i partiti laici», è stata una caratteristica tipica del sistema politico italiano. Caratteristica riconducibile alla frattura che il fascismo aveva operato rispetto alla tradizione risorgimentale, di cui quei partiti, nel mezzo secolo successivo alla fine del fascismo, si considerarono una sorta di rappresentanti e testimoni ultimi.

claudio petruccioli massimo teodori stefano folli

 

Il fatto che poi ad essi venissero aggregati nella stessa dizione anche i socialdemocratici, che evidentemente con il Risorgimento non c’entravano nulla, si dovette solo al fatto che i socialdemocratici collaborarono pressoché ininterrottamente insieme a liberali e repubblicani (dunque esclusi i radicali) con la Democrazia cristiana, dapprima nei governi centristi e poi in quelli di pentapartito, costituendo quella che nel gergo politico del tempo si usò chiamare con un termine complessivo la «Terza forza».

stefano folli massimo teodori ernesto galli della loggia

 

A dispetto del titolo, comunque, è soprattutto il ruolo dell’insieme di questi partiti e della loro cultura nei primi cinquant’anni della democrazia italiana che forma il vero oggetto dell’ultimo libro di Massimo Teodori — Controstoria della Repubblica. Dalla Costituzione al nazionalpopulismo (Castelvecchi). Il quale di tali vicende è stato lui stesso in parte protagonista come militante e deputato del Partito radicale.

gianfranco spadaccia claudio petruccioli

 

Sarà forse anche per ciò se le pagine del libro sembrano risentire ancora molto di una fortissima passione ideologico-politica: da un lato enfatizzando al massimo il rilievo delle vicende e i meriti storici dei partiti laici (peraltro ben noti: in sostanza la difesa dei diritti civili e dello Stato di diritto, nonché in generale il possesso di una certa modernità culturale), e dall’altro lasciando parecchio in ombra, invece, i loro limiti.

massimo teodori (1)

 

Una tendenza benevola che contrasta con il tono adoperato invece con i loro antagonisti, cioè i comunisti e i democristiani. Anche il linguaggio risente di continuo di un tale perdurante impegno polemico. In queste pagine, infatti, chi si trova su posizioni opposte a quelle del loro autore — ad esempio su posizioni cattoliche tradizionali non sufficientemente «aperte» — è regolarmente qualificato come un «papista», un «pasdaran», un «oltranzista», un «fondamentalista», come uno che usa «toni forsennati» o esibisce «un vecchio pedigree sanfedista»: quasi che nello schieramento opposto — quello caro a Teodori — avesse invece regnato sempre la tolleranza più smagliante o la più intelligente acribia (ricordo ancora, tanto per dire, un numero del «Mondo» del maggio 1958 in cui si dava a de Gaulle del golpista fascista).

emanuela e lorenzo pallesi

 

Venendo comunque al merito delle questioni che il libro solleva, sono in particolare due i nodi storici la cui impostazione mi sembra prestarsi a una discussione critica. Il primo riguarda le origini della Repubblica. L’azione della Chiesa allora mirante all’inclusione nella Costituzione del trattato del Laterano e del Concordato così come più in generale il ruolo dei cattolici in quella congiuntura, si direbbe che appaiano a Teodori qualcosa di sostanzialmente abusivo, quasi come una sorta di illegittima usurpazione, di cui di conseguenza egli dà un giudizio aspramente critico («schiere di preti che occupavano l’Italia»). Mi sembra un caso evidente in cui la passione ideologica tende a sopraffare la realtà delle cose.

gianfranco spadaccia (2)

 

Un simile giudizio, infatti, non tiene conto innanzi tutto del ruolo centrale che la Chiesa e le sue istituzioni ebbero nel 1943-45, rappresentando per l’intera società italiana un’oasi di umanità nel mezzo delle devastazioni e delle crudeltà imperanti (un’oasi anche di salvezza: a cui tra l’altro dovettero la propria vita anche parecchi esponenti del mondo politico antifascista, compresi molti «laici» illustri: una circostanza non proprio irrilevante).

 

libro presentato

Ma ciò che mi sembra più grave è che un simile giudizio sorvola con troppa facilità sull’ovvia circostanza che nel 1948, come è ben noto, furono solo il massiccio intervento della Chiesa sotto la regia della Santa Sede e l’impegno della Democrazia cristiana che assicurarono al Paese la possibilità di restare al di qua della cortina di ferro e di conservare dei liberi ordinamenti. Duole dirlo, ma per quanto fosse cospicuo il patrimonio ideale degli esponenti dell’antitotalitarismo liberaldemocratico, non furono i loro elettori a salvare/fondare la democrazia italiana.

 

stefano folli pietro d amore massimo teodori

Capisco che non faccia piacere ricordarlo, ma è difficile pensare che per simili «favori» non si sia tenuti a pagare qualche prezzo. Una certa ingerenza clericale, per usare un’espressione frequente di questa pagine, mi sembra il minimo che ci si dovesse aspettare. Può il giudizio storico non tenerne conto?

 

Credo di no. Così come dovrebbe tener conto ben più di quanto qui si faccia — ecco il secondo nodo — delle divisioni all’interno dello schieramento laico. Le quali non furono determinate solo da personalismi, incomprensioni o dissidi tutto sommato di secondaria importanza. Proprio tali divisioni, ad esempio, caratterizzarono aspramente l’ultimo decisivo periodo della Prima Repubblica, favorendone e accelerandone la fine.

paolo benedettini e nicoletta ricca

 

Ma di esse — strampalataggini dell’ultimo Pannella a parte, qui gustosamente rievocate — nel libro di Teodori non si fa parola. Nulla si dice cioè di quando si dispiegò il tentativo di Bettino Craxi di costruire quel forte polo alternativo tanto alla Dc che al Pci, che fino a prova contraria era sempre stato l’obiettivo perseguito dai «laici». Proprio in questa circostanza si verificò, tuttavia, una spaccatura drammatica, che valse non poco a determinare il fallimento del tentativo suddetto.

 

Verso il quale, infatti, gran parte del Partito repubblicano a cominciare da Ugo La Malfa, nonché gli importanti ambienti «laici» da esso influenzati, vennero maturando un’ostilità sempre più marcata, convinti che solo con l’aiuto del Partito comunista e del suo vasto ascendente sulle masse popolari e sindacalizzate la crisi italiana avrebbe potuto essere avviata a una soluzione.

gianfranco spadaccia

 

Né è possibile dimenticare come su una linea del tutto simile — anzi per più versi anticipandola, e in ogni caso accentuandola all’estremo — si collocassero in quella stessa occasione una personalità come Eugenio Scalfari e il suo giornale «la Repubblica», entrambi quanto mai rappresentativi di un filone politico-intellettuale e giornalistico certamente centrale della tradizione liberaldemocratica italiana. Il quale filone, tra i «comunisti» Berlinguer e Occhetto da un lato, e il lib-lab Craxi dall’altro, non esitò a scegliere con chi stare.

massimo teodori (2)

 

Facendo così emergere ancora una volta l’esistenza di una radicale duplicità di linee politiche che in realtà, a me pare, esisteva da sempre nella tradizione di cui sopra, e che solo la momentanea battaglia contro un nemico comune — fosse il fascismo o il conservatorismo clericale — aveva potuto occasionalmente celare.

 

Da un lato cioè la linea gobettiano-azionista, sempre incline a contaminare l’ispirazione liberale in un incontro con la sinistra marxista, dall’altra la linea riassumibile nella triade Croce, Einaudi, Salvemini, attenta viceversa a mantenere distanze e differenze. Una distinzione a cui però al libro di cui stiamo parlando non è sembrato il caso di prestare alcuna attenzione.

gianfranco spadaccia diana de feomassimo teodori gianfranco spadacciastefano follistefano silvestridiana de feo

Ultimi Dagoreport

vannacci meloni la russa crosetto alleanza nazionale movimento sociale fratelli d italia

DAGOREPORT - PER NON DIMENTICARE LA…MEMORIA - VANNACCI FA MALE A SALVINI MA ANCHE A GIORGIA MELONI. E NON SOLO PER RAGIONI ELETTORALI, CIOE’ PER I VOTI CHE PUO’ PORTARLE VIA, MA SOPRATTUTTO PER QUESTIONI IDEOLOGICHE - IL GENERALE, CHE RIVENDICA DI RAPPRESENTARE “LA VERA DESTRA”, HA BUON GIOCO A SPUTTANARE I CAMALEONTISMI E I PARACULISMI DELLA DUCETTA (BASTA ASCOLTARE GLI INTERVENTI DI QUANDO FDI ERA ALL'OPPOSIZIONE) - DAL COLLE OPPIO A PALAZZO CHIGI, LA DESTRA MELONIANA HA INIZIATO UN SUBDOLO SPOSTAMENTO VERSO IL CENTRO. E COSI' IL GIUSTIZIALISMO PRO-MAGISTRATI E' FINITO IN SOFFITTA; DA FILO-PALESTINESE E ANTI-SIONISTA E' DIVENTATA FILO-ISRAELIANA; DA ANTI-AMERICANA E ANTI-NATO, SI E' RITROVATA A FARE DA SCENDILETTO PRIMA A BIDEN ED OGGI A TRUMP - CERTO, LA VERA MISURA DELL’INTELLIGENZA POLITICA È LA CAPACITÀ DI ADATTARSI AL CAMBIAMENTO, QUANDO E' NECESSARIO. E LA “SALAMANDRA DELLA GARBATELLA” LO SA BENISSIMO. MA DEVE ANCHE TENER PRESENTE CHE CI SONO PRINCIPI E VALORI CHE NON VANNO TRADITI PERCHE' RAPPRESENTANO L'IDENTITA' DI UN PARTITO...

giorgia meloni elly schlein giuseppe conte antonio tajani matteo salvini

DAGOREPORT - LA LEGGE ELETTORALE BY MELONI-FAZZO È PRONTA E C’È UNA SORPRESA: SECONDO RUMORS RACCOLTI DA DAGOSPIA, LA RIFORMA NON PREVEDEREBBE IL NOME DEL PREMIER SUL SIMBOLO ELETTORALE, COME INVECE SOGNAVA LA SORA GIORGIA (AVENDO FALLITO IL PREMIERATO, “MADRE DI TUTTE LE RIFORME”, PROVAVA A INTRODURLO DI FATTO) – FORZA ITALIA E LEGA HANNO FATTO LE BARRICATE, E LA DUCETTA HA DOVUTO TROVARE UN COMPROMESSO - MA TUTTO CIO'  NON TOGLIE DALLA TESTA DI GIUSEPPE CONTE, DALL'ALTO DI ESSERE STATO DUE VOLTE PREMIER, LA FISSA DELLE PRIMARIE PER LA SCELTA DEL CANDIDATO PREMIER DEL CENTROSINISTRA UNITO - ALL'INTERNO DI UN PARTITO, LE PRIMARIE CI STANNO; PER LE COALIZIONI VIGE INVECE IL PRINCIPIO DEL PARTITO CHE OTTIENE PIU' VOTI (VALE A DIRE: IL PD GUIDATO DA ELLY SCHLEIN) - NEL "CAMPOLARGO" INVECE DI CIANCIARE DI PRIMARIE, PENSASSERO PIUTTOSTO A TROVARE I VOTI NECESSARI PER RISPEDIRE A CASA I “CAMERATI D'ITALIA” DELL’ARMATA BRANCA-MELONI…

giancarlo giorgetti - foto lapresse

FLASH! – UN “TESORO” DI RUMORS: I RAPPORTI TRA IL MINISTRO DELL’ECONOMIA, GIANCARLO GIORGETTI, E IL SUO PARTITO, LA LEGA, SEMBRANO GIUNTI AL CAPOLINEA – IL “DON ABBONDIO DEL CARROCCIO”, QUALCHE GIORNO FA, PARLANDO DEL CASO VANNACCI, SI SAREBBE SFOGATO IN PARLAMENTO CON UN CAPANNELLO DI COLLEGHI LEGHISTI (TRA CUI ANCHE QUALCHE FRATELLINO D’ITALIA), MOSTRANDO TUTTA LA SUA DISILLUSIONE - LA SINTESI DEL SUO RAGIONAMENTO? “NON MI SENTO PIÙ DELLA LEGA, CONSIDERATEMI UN MINISTRO TECNICO…”

donald trump emmanuel macron charles kushner

DAGOREPORT – NEL SUO DELIRIO PSICHIATRICO, DONALD TRUMP STAREBBE PENSANDO DI NON PARTECIPARE AL G7 DI EVIAN, IN FRANCIA, A GIUGNO - SAREBBE UNA RITORSIONE PER L'''AMMONIMENTO'' DATO DAL DETESTATISSIMO MACRON ALL’AMBASCIATORE USA, CHARLES KUSHNER (CHE DEL TYCOON E' IL CONSUOCERO), CHE SE NE FREGA DI FORNIRE SPIEGAZIONI AL MINISTRO DEGLI ESTERI, BARROT, SUI COMMENTI FATTI DA WASHINGTON SULLA MORTE DEL MILITANTE DI DESTRA, QUENTIN DERANQUE - PER LO STESSO MOTIVO ANCHE GIORGIA MELONI, DIMENTICANDO CHE L'ITALIA E' NELL'UE E HA MOLTO DA PERDERE, HA IMBASTITO UNA GUERRA DIPLOMATICA CON MACRON - È UNA COINCIDENZA O C’È UNA STRATEGIA COMUNE TRA LA DUCETTA E TRUMP?