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LA LEBBRA È ANCORA FRA NOI, MA SI PREFERISCE FARE FINTA DI NIENTE – PARLA IL DERMATOLOGO ENRICO NUNZI, TRA I MASSIMI ESPERTI MONDIALI DI QUESTA MALATTIA INFETTIVA: “DAL 1990 AL 2012 HO CURATO 162 PERSONE A GENOVA. UN SOLO VIP, UN CINEASTA. OGGI NON SI INDIVIDUANO PIU’ I MALATI, COME MAI?” – “MI SONO SEMPRE RIFIUTATO DI DENUNCIARE CASI DI LEBBROSI AI MEDICI PROVINCIALI. ERA UNA SEGNALAZIONE NOMINATIVA, INACCETTABILE” – “DI LEBBRA NON SI MUORE, SE NON PER DANNI SECONDARI. NELLE FASI ACUTE AGGREDISCE I NERVI ED È TERRIBILMENTE DOLOROSA. UN PAZIENTE LOMBARDO M’IMPLORAVA DI TAGLIARGLI IL BRACCIO

Estratto dell’articolo di Stefano Lorenzetto per il “Corriere della Sera”

 

il dermatologo enrico nunzi

Era rinchiuso nel lebbrosario di Genova da 30 anni, T.A., quando sposò F.B., sua compagna di sventura da 20. Da giovane aveva tentato di spianarsi i noduli: si passò sul viso un ferro da stiro rovente, in seguito si diede fuoco alla faccia. Morì lì dentro, investito da un camion entrato per le consegne all’ospedale San Martino. «Lei finì in rianimazione. Dopo una settimana aveva ancora addosso il sangue del marito. Dovetti richiamare in servizio dalla pensione l’inserviente Nicoletta perché le lavasse i capelli», racconta il professor Enrico Nunzi.

 

Il dermatologo arrivò nel 1966 in quello che con un eufemismo allora si chiamava Isolamento III, sbarrato da inferriate alte 4 metri, di notte sorvegliato dai carabinieri, zerbini impregnati di lisoformio all’entrata. Ne uscì da pensionato 45 anni dopo. «Da alcuni giorni il reparto è stato chiuso. I degenti saranno dirottati alla clinica di malattie infettive diretta da Matteo Bassetti».

 

uomo con la lebbra a zinder in niger

La lebbra è così: si prende la tua vita per intero. Nunzi le ha sacrificato tutto: «Mi ha persino rubato la famiglia». […]

 

Non esiste in Italia un leprologo più esperto di questo ottantunenne, costretto a reggersi su due stampelle. È stato amico di Raoul Follereau, il filantropo francese che abbandonò il giornalismo per combattere il morbo di Hansen. Ha fondato e presieduto la Società italiana di hanseniologia. Ha curato i lebbrosi in Camerun, Congo, Eritrea, Ghana, Somalia, Filippine, Mozambico, Bangladesh, Ecuador. Lo ha fatto senza mai indossare la mascherina: «Mica c’era il Covid. E poi un malato non si sarebbe fidato di un medico che si proteggeva naso e bocca».

 

Una vita contro la lebbra.

Un uomo norvegese di 24 anni, infettato dalla lebbra nel 1886

«Ero ordinario di dermatologia all’Università di Genova. Finito l’incarico, sono andato a insegnare come volontario all’ateneo Utpl di Loya e a curare gli hanseniani in Ecuador, sulle Ande, fino a oltre 3.000 metri. Già Loya è a 2.123 e io soffro di ipertensione e diabete. Non potevo continuare. Nel 2015 ho smesso».

 

Perché si fissò con questa malattia?

«Nel 1963 ero studente universitario a Padova. Andai a una conferenza di Follereau. Quella sera stessa scattò la vocazione. Zena, un’inglese amica dei miei genitori, mi regalò il Manual of leprosy di Ernest Muir. Lo bevvi in una notte».

 

[…]

 

Quando avvenne il primo incontro con la lebbra dopo essere diventato medico?

«Nel 1967, in Camerun. Fu come incontrare la donna amata. Nel 1969 scrissi a François Hoenen, vescovo di Kenge, in Congo: verrei a lavorare gratis nella sua diocesi. Accettò. Follereau mi disse: “Conosco Mobutu, se vuoi ti raccomando”. Ingraziarsi un dittatore? No, grazie».

 

il dermatologo enrico nunzi

Di che campava? È ricco di famiglia?

«Angela, che poi sarebbe diventata mia moglie, mi spediva Topolino con tre banconote da 10.000 lire nascoste fra le pagine. Le giravo alla missione per l’alloggio. Tre anni meravigliosi, di fame vera. Mangiavo lombrichi e formiconi. L’ultimo medico era fuggito da Kimbau dieci anni prima, quando la rivoluzione culminò con l’assassinio di Lumumba e l’indipendenza dal Belgio. Trovai le capre che pascolavano in sala operatoria. Incidevo alla luce della lampada a petrolio. Dal 1970 mi stipendiò lo Stato congolese. Il giorno che me ne andai, il capo dei travailleurs ordinaires, i lavoratori governativi, stava sull’attenti: “Monsieur le docteur, che disposizioni mi dà per la sua assenza?”. Scoppiai a piangere».

Raoul Follereau in africa

 

Quanti lebbrosi ha trattato?

«In Africa? Impossibile dirlo. Dal 1990 al 2012 ne ho curati 162 a Genova: 33 italiani, 123 immigrati, 5 bambini adottati. Un solo vip: un cineasta che aveva girato molti film all’estero».

 

E quanti ne ha persi?

«Di lebbra non si muore, se non per danni secondari, come la nefrite, che provoca un blocco renale. Però nelle fasi acute aggredisce i nervi ed è terribilmente dolorosa. Un paziente lombardo m’implorava di tagliargli il braccio».

 

Come si cura il morbo di Hansen?

«In passato si doveva assumere a vita il solfone, una specie di sulfamidico messo a punto nel 1941. In precedenza si iniettavano sali d’oro, tossici, o si usavano altre porcherie: olio di chaulmoogra, una noce indiana, blu di metilene, sali di molibdeno. Negli anni Ottanta i lebbrosi nel mondo erano ancora 15-20 milioni. Poi il viterbese Piero Sensi creò per la Lepetit un antibiotico efficace, tutto italiano: la rifampicina. Preso una volta al mese, in associazione con solfone e clofazimina, in tre anni estirpa il Mycobacterium leprae, l’agente eziologico della lebbra. Adesso l’Oms sostiene che basta un solo anno di cure e che i nuovi hanseniani scoperti nel 2021 nei vari Paesi, in primis Brasile, India e Indonesia, sono stati 140.594. Ma io ci credo poco».

donna con la lebbra a zinder in niger

 

Che cosa la rende scettico?

«Il caso italiano. L’Isolamento III era uno dei quattro centri di riferimento nazionali per il morbo di Hansen. Gli altri si trovavano a Gioia del Colle, Messina e Cagliari. Non mi chieda che fine hanno fatto. Da quando i reparti sono a conduzione universitaria, decidono i professori quali patologie combattere. Chi si occupa dei lebbrosi? Nessuno, a parte Patrizia Forgione, che dall’ospedale dei Pellegrini di Napoli li mandava a me, e Gabriella Fabbrocini, direttrice di Dermatologia clinica alla Federico II, sempre a Napoli, mancata a 58 anni il 3 marzo […]»

Raoul Follereau

 

Una malattia orfana.

«Il record dei nuovi casi in Italia, 64, si ebbe tra il 1990 e il 1994. L’ultimo dato, 2015-2019, è di 40. Tenga conto che l’incubazione dura 5-6 anni. Non s’individuano più malati di lebbra. Come mai?».

 

Le diagnosi riguardano gli stranieri?

«Nel 1970-1974 gli immigrati rappresentavano il 9,6 per cento dei nuovi casi. Quattro anni fa eravamo al 90 per cento. Eppure in Italia c’erano focolai autoctoni di lebbra. Dal 1991 al 1999 vidi tre casi dalla Calabria e uno dalla Sardegna. Una famiglia del Cilento conviveva con il morbo di Hansen da generazioni: lo portò un emigrante di ritorno dal Brasile nel 1926. La lebbra era endemica anche in alcune enclave di Sicilia, Veneto, Liguria […]».

 

Lebbra negli umani

È un’infezione molto contagiosa?

«Benché un solo lebbroso non trattato possa disperdere nell’ambiente, attraverso le secrezioni nasali, fino a 10 milioni di Mycobacterium leprae al giorno, lo è solo per chi vive in condizioni di povertà, sovraffollamento, malnutrizione, scarsa igiene. Il 95 per cento della popolazione è naturalmente resistente, non sviluppa la lebbra neppure dopo contatti molto stretti con i malati. È uno dei motivi per cui mi sono sempre rifiutato di denunciare i nuovi casi ai medici provinciali».

 

Non credo di aver capito bene.

«Ha capito benissimo. Mai sporto denuncia per un caso di lebbra. Era una segnalazione nominativa, inaccettabile. Per l’Aids e la sifilide no, per la lebbra sì? Avvisai il presidente della Repubblica, Scalfaro. Gli spiegai che un paziente di Lecco e uno di Mantova avevano perso il lavoro per questa prassi iniqua».

 

[…]

 

C’è qualcosa di peggio della lebbra?

«Il mio e il suo egoismo, Lorenzetto».

Mano ad artiglio - Lebbralebbra

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