mendini

QUESTA MATTINA CI HA LASCIATI L'ULTIMO GENIO ITALIANO: ALESSANDRO MENDINI - INTERVISTA del 2018: ‘’SONO UNO STRONZO DESIGNER MILANESE” - ‘’IL KITSCH CI AIUTA A STARE MEGLIO: PENSIAMO SOLO ALLE CANZONETTE, AI LIBRI E AI FILM SCEMOTTI. E POI VUOI METTERE L'ELEGANZA DI UN QUADRO FINTO ALLA PARETE? PERCHÉ METTERE UN QUADRO AUTENTICO IN CASA È UNA COSA CHE NON SI PUÒ VEDERE, SIAMO SERI! - MI ANNOIA L'ARROGANZA. LA MANCANZA DI UMILTÀ E DI AUTOCRITICA. QUELLO È IL VERO CATTIVO GUSTO, NON IL KITSCH, CHE È UNA FORMA NOBILE’’

Roberta Scorranese per il Corriere della Sera - 6 marzo 2018

 

alessandro mendini

Alessandro Mendini è uno che non sa resistere: se fa una sedia dalle lunghe gambe e con la schiena sinuosa, poi deve metterle un paio di occhi spalancati. Crea un cavatappi e non può fare a meno di aggiungere una bocca sorridente e braccia da mannequin. Ecco perché il loft milanese dove l' architetto 86enne vive e lavora si apre alla vista come un teatro di marionette di raffinato design. E lui, bianco e sorridente, compare come un elfo tra colori, specchi, forme bizzarre. Porta un collo alla coreana e gli occhiali tondi. Come da almeno cinquant' anni a questa parte.

 

Cominciamo dal suo guardaroba?

«Ma io non mi so vestire. Come lei ha notato, porto lo stesso abito da sempre. Prima andavo a rifornirmi da Brigatti, che oggi non c' è più. Al suo posto c' è Dolce & Gabbana».

alessandro mendini 2

 

E quindi dove va adesso?

«Vago senza meta. Se mi vedete perso per Milano, sto cercando abiti. In fondo io sono stato un contestatore nei tempi giusti. Oggi sono soltanto un milanese della borghesia. Bisogna imparare a essere invisibili».

 

E si può imparare anche a essere dissacranti come lei?

«Lo si diventa per forza se, come me, si è cresciuti in una casa piena di opere d' arte».

 

Già, quella che oggi è la casa museo Boschi Di Stefano. Campigli, Casorati, Funi...

«Ma lì c' è anche l' Annunciazione di Alberto Savinio, dove l' Annunciata ha un irriverente becco. Ecco, la mia ironia forse ha preso forma in quella dimora dove vivevamo io e la mia famiglia e la famiglia dei miei zii, i Boschi Di Stefano, appunto, che hanno raccolto la collezione. Poi questa è stata donata al Comune, anche se alcune cose sono rimaste a noi. Vede quella lampada? Firmata da Portaluppi, viene da lì».

 

ALESSANDRO MENDINI

Savinio, dunque. Ma poi è venuta la passione per Walt Disney.

«Già, da ragazzo. All' università guardavo a Saul Steinberg. Mi piaceva l' armonia tra segno e scrittura. In verità, l' architettura è arrivata tardi nella mia vita. Per molti anni io ho vagato senza sapere che cosa fare esattamente. Avevo un nonno costruttore, quindi mi iscrissi a ingegneria, così per inerzia. Ma lì accanto, c' era la facoltà di architettura. Lo scoprii e cominciai, quasi di soppiatto, a seguirne le lezioni».

 

In mezzo, c' è stata una guerra. Ricordi?

«Ricordo quando iniziarono i bombardamenti su Milano. Mio zio mi accompagnava a scuola in sella alla bici. Un giorno, per strada, qualcosa ci esplose a pochi metri di distanza.

Capii che qualcosa stava cambiando».

 

MENDINI COVER

Riusciste a scappare?

«Sì, impacchettammo la collezione di opere e ci rifugiammo a Bedizzole, borgo sul lago di Garda. Ma non era distante dalla Repubblica di Salò. Quindi presto anche lì cominciarono i bombardamenti e gli appostamenti. Arrivarono i tedeschi. Insomma, bisogna riconoscere che non scegliemmo il posto giusto!».

 

È vero che la collezione venne murata?

MENDINI

«Sì, in una cantina della villa dove eravamo, proprietà dei miei zii. Fu così che la raccolta Boschi Di Stefano si salvò. Non si salvò invece la mano di mia nonna: percosse dai tedeschi con un fucile, le sue dita si spezzarono. E non si salvò il gruppo di ragazzi partigiani che si nascondevano a breve distanza dalla casa dove eravamo noi. La guerra è terribile. E oggi so che è inutile ammantarla di valori nobili. È sangue, è perdita, è atrocità. Poco altro».

 

alessandro mendini 9

Milano venne bombardata e semidistrutta. Come venne ricostruita, secondo lei?

«Molto fedelmente. La Scala era stata sventrata e la Galleria Vittorio Emanuele ridotta in pezzi: fu fatto un lavoro di grande precisione. Però, vede, io vivo un' altra Milano. Quella che mi visita in sogno, quasi ogni notte: è una Milano che non c' è mai stata, ma è molto nitida, definita. Comincia dalla zona dietro alla Stazione Centrale - e non so perché, visto che non ci ho mai vissuto! Sì, io in sogno abito qui, in una Milano che ha strade, negozi, tram che vivono solo nelle mie notti. Bizzarro?».

ALBERTO ALESSI - ACHILLE CASTIGLIONI - ENZO MARI - ALDO ROSSI - ALESSANDRO MENDINI

 

Forse non per lei, che opera una continua messa in discussione delle sacre regole del progetto. Un uomo controcorrente, anzi, «controdesign». Le piace come definizione?

«Calza bene perché nelle riviste che ho diretto, specie Casabella , il principio era questo: dopo il design della ricostruzione, grossomodo dagli anni 50 in poi, arrivò, nei Settanta, il design dell' establishment. Ebbene, io in quel periodo volli fare controdesign . Cercavamo le radici non retoriche del made in Italy. Così, accanto a un progetto molto raffinato, noi discettavamo delle forme del pane, per dire».

 

In mezzo, tanti compagni di viaggio. Ne nomino uno, Ettore Sottsass. Com' era?

«Un uomo forte e fragile. Ma c' era anche Nanda Pivano, che con lui ha condiviso molto.

Grazie a Nanda adesso sto cominciando a leggere alcuni di quegli autori americani ai quali lei fece da madre. Credo che lo stesso Sottsass le debba molto, specie nella sua scrittura».

 

alessandro mendini 8

Lei votava comunista?

«Come quasi tutti, all' epoca».

 

Allora a preservarla dall'«impegno» dichiarato è stata questa sua gioiosa anarchia?

«Forse mi ha salvato il Futurismo, con il quale diluivo il radicalismo degli anni 70. Casabella era vicina all' Arte Povera per capirci. Ma io ci mettevo un po' di Kandinsky, un po' di Schlemmer e insomma tutto si alleggeriva.

 

(Mendini intervalla queste risposte a sommesse risate che nascono negli occhi, ndr ).

 

alessandro mendini 6

Poi arrivò lo studio Alchimia, uno dei più importanti movimenti del design. Siamo nel 1978 e, nella prima collezione, compare la sua Poltrona di Proust. Quell' oggetto colorato (e oggi di culto) sta per compiere 40 anni.

«È una falsa poltrona del Settecento decorata con un falso quadro di Signac. Due falsi che, insieme, fanno un pezzo originale. È il mio metodo, in breve. La comprò Cinzia Ruggeri, una stilista, che però poi la vendette. Oggi il modello originale è in una collezione privata in Svizzera. Ma lo sa che poi, a mia insaputa, hanno continuato a produrre le poltrone di Proust per un bel pezzo? Fino a che non mi sono ripreso il progetto. Che diamine».

 

Lei ha lavorato molto anche sul kitsch. Come definirebbe questa forma di espressione?

«Molto seriamente. Il kitsch ha delle regole precise: rimpicciolimento della figura, traslazione della funzione, stridore dei colori. È quello che io applico a molti miei progetti, seguendo, ovviamente, uno stile poi originale.

alessandro mendini 7

Ma io sono convinto che il kitsch inteso come categoria sia utile. È rilassante, ci aiuta a stare meglio: pensiamo solo alle canzonette leggere, ai libri e ai film scemotti. E poi vuoi mettere l' eleganza di un quadro finto alla parete? Perché mettere un quadro autentico in casa è una cosa che non si può vedere, siamo seri!».

 

Che cosa la annoia di più?

«L' arroganza. La mancanza di umiltà e di autocritica. Quello è il vero cattivo gusto, non il kitsch, che è una forma nobile».

 

C' è qualcosa che Mendini non farebbe mai?

«Un grattacielo. Per il semplice fatto che non lo so fare».

 

Però il suo atelier ha realizzato grandi progetti, come per esempio il Groninger Museum, in Olanda.

«Sì, ma lì abbiamo avuto prestigiose collaborazioni. Penso solo a Michele de Lucchi e Philippe Starck. Faccia lei».

 

alessandro mendini 4

Ma quando tante star simili lavorano insieme come si fa?

«Sono un ottimo paciere ( risata )! No, scherzi a parte, i progetti collettivi sono stimolanti. Per dire, abbiamo lavorato alla metropolitana di Napoli, un grande esempio di arte, architettura e ingegneria che si incontrano».

 

Però che lei sia un paciere è credibile. Che cosa sarebbe diventato se non avesse fatto il designer?

«Sarei stato un perfetto pentito. Ancora oggi io sono fatto di aria, colore e ripensamenti.

Non sono mai sicuro di nulla».

 

Eppure lei è molto conosciuto per gli oggetti fatti per Alessi. Quanto le somigliano?

«Molto, perché sono un gioco nato dall' amicizia, sia psicologica che teorica, con Alberto Alessi. Sono una piccola galleria di mostri buoni, cavatappi col sorriso, coltellini svizzeri in forma di uccello e così via».

 

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Verrebbe da citare il Palazzeschi di «E lasciatemi divertire».

«Sì, lei può scrivere che sono un Geppetto: nelle mie mani, cose inanimate sembrano prendere vita. Come? Non lo so».

 

È così che Alessandro Mendini si definisce?

«No, aspetti, mi ci faccia pensare. Sì, ci sono: scriva che sono uno stronzo designer milanese. Perché in fondo, lo sono».

Non è vero. E una sedia colorata, con due occhi enormi, sembra scuotere la testa, paziente.

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