ARTSPIA TREND - AGGRESSIVI, SPERIMENTALI, MULTIMEDIALI, IMPEGNATI E BRAVISSIMI. CONQUISTANO LE ASTE, SCALANO IL MERCATO. DOPO SUPER STAR COME CAI GUO-QIANG O AI WEIWEI, S'IMPONE NEL MONDO UNA NUOVA GENERAZIONE DI ARTISTI CINESI . ECCONE CINQUE CHE BISOGNA ASSOLUTAMENTE CONOSCERE (FOTO GALLERY)

 

Teresa Bertuzzi per Dagospia

 

Al top delle aste, in ogni biennale, nelle scuderie delle gallerie che governano il mercato e dopo la primavera dell'Armory Show, Art Basel Hong Kong, Contemporary Sales di Christie's e Sotheby's, gli artisti cinesi sono dominanti. E non solo le super star come Cai Guo-Qiang, Chen Zhen, Ai Weiwei. Una schiera di giovani multimediali, spericolati e sperimentali sta occupando la scena dell'arte. Eccone cinque, tutti sotto i 50 e China based, che bisogna assolutamente conoscere.

 

Xu Zhen (Shanghai, 1977, dove vive e lavora). Ultimo commissioned artist dell'Armory Show (Armory Focus: China, 2014), il suo curriculum comprende installazioni, fotografia, video, performance, pittura. Sguardo ironico, ma anche analitico e profondamente concettuale, critica politica, contestazione del sistema dell'arte contemporanea, richiamo all'etica. Dal 2009 lavora sotto il nome di MadeIn Company, una compagnia di "produzione culturale" da lui fondata proprio come riflessione provocatoria sul ruolo dell'artista nella società del consumo.

Tra le sue opere più famose, il discusso "The Starving of Sudan" (2008): tableau vivant tratto dalla famosa foto di Kevin Carter, dove un bambino africano viene osservato da un avvoltoio famelico. Spesso censurato per temi violenti o erotici, Xu Zhen si è conquistato la fama di artista irriverente. Durante la retrospettiva a lui dedicata dall'UCCA di Beijing, Xu ha riprodotto un intero supermercato (ShanghArt Supermarket) pieno di scatole vuote di diversi prodotti, riflessione sullo sfrenato consumismo cinese in tempi neoliberisti. 

Xu Zhen è rappresentato dalla ShanghArt Gallery e dalla James Cohan Gallery di New York.

 

Cao Fei (Guangzhou, 1978) utilizza le nuove tecnologie per realizzare video e installazioni multimediali. Il suo lavoro si concentra sul confine tra realtà e sogno, tra possibilità e impossibilità del desiderio. È poetica la videoinstallazione "Whose Utopia" del 2006, che mostra alcuni operai mentre danno vita alle proprie ambizioni artistiche mai realizzate tra le catene di montaggio di una fabbrica di lampadine. Il progetto più complesso di Cao Fei si intitola "RMB City": una città utopica creata ad hoc all'interno del gioco virtuale Second Life (dove abita il provocante avatar dell'artista, China Tracy) che funge da laboratorio per scambio di idee creative.

Il tema del gioco è centrale nel lavoro di Cao Fei: "Il mio lavoro non è che una fuga. Per noi non è possibile vivere interamente nella realtà". Nel 2013 realizza il lungometraggio "Haze and Fog" su commissione del Centre for Chinese Contemporary Art di Manchester. La musica vivace crea un forte contrasto con i protagonisti dell'opera quasi muta, personaggi dipinti come zombie che si aggirano nella nebbiosa atmosfera di Pechino.

Cao Fei è rappresentata dalle gallerie Vitamin Creative Space di Beijing e il Lombard Freid Projects di New York.

 

Yang Fudong (Beijing, 1971) tra i maggiori registi e fotografi cinesi. Il Berkeley Art Museum gli ha dedicato una retrospettiva nel 2013, presentandolo come uno dei più profondi e complessi cineasti della Cina di oggi. I suoi film, quasi tutti in bianco e nero, ricreano un'atmosfera da Shanghai anni '40, ma sono al tempo stesso molto attuali. Anche se Yang nega di voler compiere una critica alla situazione sociopolitica del proprio paese, molti dei suoi commentatori vedono nelle sue scene frammentate un'allegoria della sconnessa realtà cinese.

La sua poetica ha il sapore delle antiche opere letterarie e figurative della Cina imperiale, ma con un tocco di assurdo che l'artista prende in prestito da maestri del cinema europeo come Antonioni o Resnais. Yang si rifiuta di spiegare il significato dei suoi film e videoinstallazioni, perché questi devono essere "capiti con il cuore". Il suo lavoro più famoso si intitola "Seven Intellectuals in a Bamboo Forest" (2003-07), una serie di film dall'atmosfera onirica ed evocativa.

Yang Fudong è rappresentato dalla Marian Goodman Gallery di New York e dalla ShanghArt Gallery di Shanghai.

 

Liu Wei (Beijing, 1972) artista poliedrico. Si cimenta con video, installazioni, disegni, scultura e pittura. Satira e humor pungente sono le sue caratteristiche; è stato consacrato come uno degli artisti emergenti più significativi nel 2003, durante la partecipazione alla quinta edizione della Shenzhen International Public Art Exhibition sotto invito di Hou Hanru. Da allora lavora con gli oggetti e i temi della vita quotidiana, esaltando l'idea di un'arte non mitigata, come forma di espressione libera da ogni tipo di censura.

Secondo la Saatchi Gallery, i suoi lavori riflettono gli eccessi, l'aggressività e la corruzione del sistema postcapitalistico. Tra le opere più conosciute spicca la serie "Super Structures", che consiste in modelli architettonici costruiti con biscotti per cani, un materiale deperibile che sottolinea la fragilità e il caos scatenato dal boom urbanistico cinese. Mentre in "Indigestion II" riproduce un escremento in scala monumentale che ingloba soldatini e modellini di aerei, insomma una scena di guerra in miniatura, unica cosa sopravissuta al processo digestivo.

Liu Wei è rappresentato dalla Courtyard Gallery di Beijing, dalla Lehmann Maupin di New York e dalla Asian Art Options di Singapore.

 

Zhang Ding (Gansu, 1980) vive e lavora a Shanghai. È un esponente di quella che il critico e curatore Philip Tinari ha designato "On/Off generation": la generazione di artisti nati in Cina negli anni '80 che si sono formati nell'era della tecnologia e che hanno sviluppato una doppia coscienza tra i residui della Rivoluzione Culturale e la liberalizzazione economica.

Zhang realizza enormi installazioni che spesso incorporano video, performance o altri strumenti interattivi. I temi da lui indagati sono principalmente questioni sociali, come quelle delle minoranze etniche, le condizioni dei lavoratori o la cultura urbana periferica. Il cactus è spesso utilizzato nei suoi lavori come metafora per la vita: nell'opera "Tools", del 2007, la pianta campeggia ovunque, tenace e inavvicinabile, indistruttibile e pericolosa sia se percossa ferocemente che se avvicinata con metodi gentili.

Zhang è rappresentato dalla ShanghArt Gallery di Shanghai.

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