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IL CILE DI MEDEL MEGLIO DELL’ARGENTINA DI MESSI. IL TERRIFICANTE CALCIONE AL PANCINO CHE IL CILENO INTERISTA MEDEL RIFILA NEL PRIMO TEMPO A MESSI, IN UNA ZONA DEL CAMPO DOVE PERSINO IL GENIO NON POTEVA FAR MALE A UNA MOSCA. GESTO INTIMIDATORIO COME POCHI, MA NECESSARIO IN UNA FINALE COME QUESTA, TRA DUE PAESI CHE SI DETESTANO

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Giancarlo Dotto per Dagospia

 

A fare di Santiago un bordello festoso che andrà avanti per una settimana almeno bastano cinque rigori ben fatti, l’ultimo un carezza derisoria che vale un ceffone sadico di Sanchez, mentre di là ci si ostina a portare sul dischetto uno proprio negato come Higuain (cifre eclatanti alla mano, a Forcella, tanto per dire, lo sapevano anche le creature che sarebbe stato del suo rigore) che, stavolta, esagera buttando la palla al vento, senza che sia un modo di dire.

 

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Il Cile di Medel meglio dell’Argentina di Messi. Sintesi brutale ma vera, quanto brutale ma vero è stato il terrificante calcione al pancino che il cileno interista, con il cuore e le attitudini di uno spaccalegna che deve portare il pane a casa e la coppa alla sua gente, rifila nel primo tempo a Messi, in una zona del campo dove persino il genio non poteva far male a una mosca. Gesto intimidatorio come pochi, ma necessario in una finale come questa, tra due Paesi che si detestano e la guerra se la fanno spesso anche fuor di metafora, figuriamoci se c’è l’alibi della metafora.

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Il Cile comincia a vincere proprio lì, nel momento in cui la zampa assassina colpisce il delicato bersaglio. Là dove un Maradona si sarebbe acceso come il feroce Gengis Kan, trasformando ogni pallone in un’occasione di vendetta, Leo Messi sparisce. Sottrae se stesso a qualcosa che ha smesso di riguardarlo.

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La conferma di un fuoriclasse che sta davvero, per vocazione ed elezione autistica, fuori dalla classe, in un’extraclasse tutta sua, imperscrutabile, un pianeta dove ci abita solo lui, Leo, e dove la vita è un infinito, solitario palleggio divino e gli altri, amici e rivali, un trascurabile accessorio (fino a che non ti lasciano l’impronta del bullone sull’ombelico).

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Cancellato dalla mischia il fuori dalla classe, il resto è un’onesta battaglia tra due squadre molto infoiate ma non così ricche di talento, tanto più che anche l’altro geniaccio, il nasuto piè veloce Di Maria, fuori anche lui troppo presto per un problema alla coscia dopo una pazza cavalcata. Hanno giocato centoventi minuti, ma avrebbero potuto giocare una settimana, senza schiodare.

 

Bello che sia il Cile, la prima volta in 99 anni della competizione calcistica più antica. Bello che sia Sampaoli, l’erede di Bielsa, altro meraviglioso autistico che ha inventato questo Cile, la sua anima finalmente vincente, dove i migliori, i Vidal, i Sanchez e i Valdivia sono a turno e qualche volta insieme i tocchi letali di un gruppo guerriero che ha scelto in Medel il suo leader.

 

Per il resto, Coppa America che se ne va lasciando immagini forti e non solo quella di un Brasile mai così mediocre, forse nemmeno nella batosta con la Germania, che affida la sua redenzione a un mediocre allenatore come Dunga. Uno che lascia a casa talenti come Felipe Anderson e imbarca vecchie glorie come Robinho.

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Storie esagerate, fuori e dentro il campo. Prima le bizzose uscite da primadonna di Neymar, uno che va calmato con le maniere forti, poi lo schianto alcolico di Vidal, che ha rischiato quasi di uccidere se stesso e la moglie, imitato in peggio dal padre di Cavani, l’ex Napoli, che si ritrova poi, già frastornato di suo, vittima in campo di una specie di bunga bunga, il dito di Gonzalo Jara infilato nel fondoschiena.

 

Da lì la discussione infinita, anche tra me e Dagospia, due con un certa propensione alla pornografia d’autore, se trattavasi di una mano non troppo morta a palpare quel culo virile o se, invece, il cileno stupratore gli ha infilato davvero da fuori la mutanda un dito tipo ispezione della prostata.

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Discussione aperta, non certo edificante e fuori dalla tecnica del pallone, sebbene ci voglia, ammettiamolo, una certa tecnica anche nel gesto di Gonzalo Jara, per di più sfuggendo all’occhio dell’arbitro e di quasi tutto il pianeta.  

 

 

 

 

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