“QUANDO I RISULTATI NON ARRIVANO DA TANTO TEMPO, PER RIPARTIRE NON PUOI RIFARE SEMPRE LE STESSE COSE. DEVI CAMBIARE, IL CALCIO ITALIANO PUÒ FARLO” – IL CT DELL’ITALVOLLEY MASCHILE CAMPIONE DEL MONDO FERDINANDO DE GIORGI DA’ ALCUNI CONSIGLI A GATTUSO IN VISTA DEI PLAYOFF MONDIALI - NEL VOLLEY È OBBLIGATORIO AVERE TRE ITALIANI IN CAMPO. E POI AI GIOVANI BISOGNA DARE OPPORTUNITA’” – “JULIO VELASCO HA RIBADITO CHE NON CHIAMERÀ PIÙ CHI HA DETTO NO ALLA NAZIONALE? SCELTA CORRETTA”
Pino Di Blasio per “la Stampa” - Estratti
Ferdinando De Giorgi, in arte Fefè, è l'unica persona sul pianeta ad aver vinto cinque campionati mondiali di volley e di sport di squadra in generale, non contando i titoli di World champions che si autoassegnano i vincitori delle leghe americane del basket, dell'hockey, del baseball e del football. Ha vinto tre Mondiali da giocatore, con la «generazione dei fenomeni».
E due da allenatore. Ha titoli più che sufficienti per dare consigli al suo collega nel calcio, Rino Gattuso, per spezzare il tabù dei due Mondiali non giocati dalla Nazionale un tempo superpotenza del pallone.
Oltre che nel volley, l'Italia è vincente nel tennis, nello sci e vive un momento magico nel rugby e nel baseball. Perché il calcio è messo così male?
«Dare giudizi è sempre complicato, quando non sai come stanno le cose. Ma io penso che quando i risultati non arrivano da tanto tempo, per ripartire non puoi rifare sempre le stesse cose. Devi cambiare, il calcio italiano può farlo».
Cosa si può cambiare per invertire il trend?
«Nel volley i cambiamenti sono continui. Nella prossima Nations League saranno provate regole diverse. Il nostro movimento è molto vivo, la bussola è rendere questo sport sempre più facile da vedere e più spettacolare, con meno tempi morti possibile. Anche il rugby ha cambiato le regole sulle mischie. Il calcio potrebbe provare a cambiare le regole sul fuorigioco, ad esempio».
Il calcio è più refrattario ai cambiamenti. Può bastare un cambio di regole?
«L'imperativo è cambiare, sta al calcio capire come. Nel campionato italiano di volley, dove giocano i più forti giocatori del mondo, è obbligatorio avere tre italiani in campo. Si diventa campioni solo se si gioca, non se si guarda gli altri dalla panchina o dalla tribuna. Nel volley cerchiamo giovani talenti, li selezioniamo nei territori e li portiamo avanti nelle nazionali giovanili. Tre italiani su 7 giocatori in campo, con il libero, garantiscono lo spazio per far crescere i talenti».
Quando lei è diventato ct della Nazionale di pallavolo, ha lasciato a casa i campioni e ha scommesso su un gruppo di giovani talenti.
«Ho dovuto aspettare le Olimpiadi, spostate al 2021 per il Covid, quindi ho fatto di necessità virtù. La Nazionale era stata eliminata dall'Argentina ai quarti, ho puntato sui giovani andando a pescare anche chi, come Yuri Romanò, giocava in A2 e non aveva esperienza internazionale».
Il calcio italiano può vincere la sua idiosincrasia verso i giovani?
«Ai giovani bisogna dare opportunità. Hanno bisogno di luce per crescere. Come tutte le generazioni, hanno buone qualità e aspetti più deboli. Ma sono sempre alla ricerca di un ambiente che li faccia maturare e li difenda da giudizi drastici dopo i primi errori».
Può valere la sua storia di giocatore, diventato uno dei fenomeni a dispetto di giudizi frettolosi?
«Quando ho cominciato a giocare in Serie B a Squinzano, tutti dicevano "quel De Giorgi è bravo, peccato per quei 5 centimetri che gli mancano per la A2". Poi ho giocato in A2 e tanti dicevano la stessa cosa, che mi mancavano 5 centimetri per la A1. Quando sono salito in A1, ripetevano sempre quella frase sui centimetri, riferendosi alla Nazionale. Alla fine ho giocato 330 partite in azzurro, ho vinto tre Mondiali e un Europeo con la squadra dei fenomeni».
Ha trasformato quei 5 centimetri in un'opportunità?
«La sindrome dei 5 centimetri mi ha spinto a cercare cosa mettere in campo per trovare l'equilibrio e sviluppare tutti gli altri fondamentali. Dovevo convincere gli altri che non si partiva da meno 8 perché a muro facevo solo da coreografia, ma da +1 perché con le mie alzate garantivo 9 punti sicuri».
Nei giovani non bisogna guardare i difetti?
«Non fermarsi ai difetti ma capire le loro potenzialità. Ricordandosi che non esistono squadre perfette, ma squadre e giocatori che si migliorano. La perfezione è un concetto perdente, ti spinge a fermarti. Una squadra ha bisogno di trovare i suoi equilibri tecnici, tattici, di comportamento, di rispetto reciproco. La sua forza si misura su come sa reagire all'errore, su come si comporta nel punto successivo».
Conta anche l'allenamento?
«Solo con l'allenamento, la fatica, il senso del lavoro, le ripetizioni dei gesti, puoi migliorarti. Non esistono ricette o trucchi per vincere. Conta anche la maglia azzurra, l'attaccamento alla Nazionale, la disponibilità. Se sei convocato devi accettare senza condizioni perché rappresenti il tuo Paese».
Julio Velasco ha ribadito che non chiamerà più chi ha detto no alla Nazionale.
«Scelta corretta. Velasco è una delle persone più importanti nella mia vita, non solo per i risultati ma per quello che ci ha trasmesso come gruppo e per come ha cancellato la cultura degli alibi. Io l'avevo già fatto con i miei 5 centimetri. Con lui devi essere aperto al monologo, ti devi arrendere al suo eloquio. Sono legatissimo anche ai miei compagni di squadra, perché quando hai vissuto per anni momenti così intensi e straordinari, nel bene e nel male, resta un potente legame affettivo».
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