mario schifano

ETERNO MARIO - IL 26 GENNAIO 1998 A ROMA MORIVA, A 64 ANNI, IL GRANDE MARIO SCHIFANO - MAESTRO DELLA POP ART ITALIANA, INSIEME FRANCO ANGELI E TANO FESTA, E’ STATO UNO DEI PROTAGONISTI DELL’ARTE INTERNAZIONALE DEGLI ANNI SESSANTA - L’AMORE PER ANITA PALLENBERG E LE DROGHE, I RAPPORTI CON WARHOL, LA “SCUOLA DI PIAZZA DEL POPOLO” - IL VIDEO RICORDO DI FULVIO ABBATE

1 - TELEDURRUTI - MARIO SCHIFANO 1998-2018, VENT'ANNI OGGI

 

2 - 26 GENNAIO 1998: MUORE MARIO SCHIFANO, ARTISTA DI COLORI, DI PASSIONI E DI LUCE

Fabrizio Giusti per https://www.ilmamilio.it

Mario Schifano

 

Lavorava sempre Mario Schifano, si buttava sulle sue creazioni per ore, instancabile. Sembrava uscito da una copertina di un disco rock di quelli della sua età migliore, di quei decenni che lo proiettarono nel contesto di una celebrità internazionale.

 

Quando morì, il 26 gennaio 1998 a Roma, a 64 anni, il suo nome era già nella storia, ma l’artista non aveva smesso di immaginare, di faticare, perlustrando quel mondo che stava iniziando la sua ennesima accelerazione verso la sua ennesima trasformazione tecnologica e comunicativa. Trasformazione che lui aveva immaginato, se è vero che sapeva tenere tanti televisori accesi su diversi canali. Una finestra sul mondo

Pai

29 SETTEMBRE COVER MARIO SCHIFANO

 

Esponente di spicco della pop art italiana, è stato considerato l’erede di Andy Warhol. Tuttavia Schifano aveva una personalità differente, tutta sua. E’ stato, questo sì, icona della seconda metà del novecento che mutava dalla civiltà contadina a quella industriale, con un arte superficie e di segno. Uno spazio culturale che non guardava più a Parigi, ma a New York.

 

Monocromi, azzeramenti di superficie, colori neutri, contaminazioni, miscele con la tecnologia e la fotografia, la televisione, l’esplosione cromatica. Schifano nel corso della sua lunga carriera è stato questo e altro.

 

Era vorace, profetico. Intuì gli anni ottanta, l’eclettismo e l’edonismo dentro la sua la manualità realizzata, dinamica, tesa in una pittura veloce, figurativa ed astratta insieme. Un artista prolifico, esuberante ed amante della mondanità. L'abitudine alle droghe lo portarono ad essere etichettato come un maledetto, uno sul filo del rasoio, un senza schema. E senza schemi lo fu sicuramente.

anita pallenberg mario schifano

 

Nato nella Libia ancora italiana, dopo la fine della guerra giunse a Roma. La sua personalità irrequieta si mostrò subito: lasciò la scuola, prese lavoro come commesso, per seguire poi le orme del padre che lavorava al museo etrusco di Villa Giulia come archeologo e restauratore.

 

E’ l’esperienza che lo avvicina all’arte. In un primo periodo, è attratto dall’informale. La prima mostra è alla Galleria Appia Antica di Roma nel 1959. Da lì parte un fiume in piena. La produzione di Schifano è grande, prodotta dentro quattro lustri almeno con una una quantità di opere che alla fine si dibattono oggi in una costante disputa tra autentici e falsi, ma èil risultato di chi - rapidamente e violentemente - divorò e rielaborò immagini e colori assorbiti dalla vita privata, dal cosiddetto medium di massa, dalla sua immaginazione, dalla sua fisicità e dalle sue vibrazioni oniriche.

 

MARIO SCHIFANO E ANITA PALLENBERG

Eppoi, sul finire degli anni cinquanta, il movimento artistico della Scuola di Piazza del Popolo. Un gruppo passato alla storia. Tano Festa, Giosetta Fioroni, Renato Mambor, Franco Angeli: solo per citarne i massimi esponenti. Un’esperienza che diede vita a una cultura dell’immagine che intrecciò il consumo di massa e i movimenti italiani protagonisti del primo Novecento europeo, il Futurismo e la Metafisica.

 

“Mi dispiace per gli americani che hanno così poca storia alle spalle – dirà Tano Festa - ma per un artista romano e per di più vissuto a un tiro di schioppo dalle mura vaticane, popular è la Cappella Sistina, vero marchio del made in Italy”. Parole che non fanno la sintesi.

 

Mario Schifano , ph Abate

Perché ognuno, in questo che era un insieme di compagni in arte intenzionati a confrontarsi in maniera autonoma con i nuovi stimoli offerti dal clima del dopoguerra (a cui erano da aggiungersi gli esempi provenienti da Francia e Usa), presentava spunti di riflessione comuni (sopratutto nell’orientamento dello studio massmediatico di cinema, fotografia, teatro, pittura) e al tempo stesso differenziati per la diversa declinazione dei tratti personali, innovativi, tematici. Una differenza benefica.

 

Si riunivano tutti al Caffè Rosati (da qui il riferimento a Piazza del Popolo), bar romano allora frequentato anche da Pasolini, Moravia o Fellini, Arbasino, Flaiano, ma anche da Anita Pallenberg, amante di Schifano, con la quale l’artista fece il suo primo viaggio a New York nel 1962, entrando in contatto con Andy Warhol e la Factory. Partecipò così alla mostra ‘New Realists’ alla Sidney Janis Gallery, in una collettiva che comprendeva i giovani della Pop Art e del Nouveau Réalisme. La sua dimensione internazionale nacque così.

 

ANDY WARHOL FOTOGRAFATO DA MARIO SCHIFANO

Era luminoso, Schifano. Ma una delle sue ultime opere fu un televisore spento. Fine delle trasmissioni. Addio alla luce. Quella stessa luce che lo aveva avvolto per tutta l’esistenza. La sua modernità stava infatti nel mettere la pittura al servizio dell’epoca che viveva e viceversa, contaminando ogni linguaggio conosciuto.

 

Un fiuto per le nuove esperienze, anche per gli eccessi. “Quando a Roma hanno bisogno di un titolo sul giornale – dirà - vengono a casa mia e mi arrestano per detenzione di stupefacenti. Lo sanno tutti che io non nascondo niente”. In mezzo un internamento in manicomio, un tentativo di suicidio.

 

MARIO SCHIFANO E ANITA PALLENBERG

Schifano è stato gli anni sessanta, i settanta, gli ottanta. E’ stato il rock e la contestazione. Guardava alla politica con interesse, ma sopratutto per il suo senso estetico in quegli anni così bollenti di passioni e cambiamenti. E’ stato la poesia che rimane a tutti. Non progettava, non faceva calcoli.

 

Era posseduto dai suoi stimoli e della sua fantasia. Aveva uno sguardo innocente che sapeva percepire le generazioni che arrivavano. Era sostanzialmente generoso attraverso le sue mani e il suo corpo. Tanto che quando gli chiesero il motivo per cui continuasse ad esprimersi, rispose perché era “umano, troppo umano”.

 

mario schifano franco angeli

Vedeva tutto un passo prima, era perennemente proiettato al futuro. Ha contribuito a diffondere l'arte come un bene accessibile poiché anticipava le dimensioni della società che stava arrivando. Fu tra i primi ad aprirsi un sito internet, a fare caso al computer come mezzo espressivo. Merita il posto che è riuscito a ritagliarsi nella storia dell’arte mondiale. In pochi hanno avuto la capacità di rimettersi in gioco e di scommettere sull’umanità di domani e sul suo progresso. Per regalare riflessioni e visioni. Anche a chi non le aveva mai scoperte prima.

Parise e Giosetta Fioroni in una foto di Mario Schifano Dal PIacere alla Dolce Vita Mondadori MARIO SCHIFANO E ANDY WARHOL

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