chuck close national gallery monochrome

ARTE IN BIANCO E NERO – RIELLO: ALLA NATIONAL GALLERY DI LONDRA LA MOSTRA MONOCHROME OFFRE UNA INTRIGANTE INDAGINE SULLA PRATICA PITTORICA CHE ELIMINA IL COLORE – DALLE VETRATE IN GRISAILLE DEL MEDIOEVO A PICASSO - MOLTO FORTE ANCHE L’OPERA ”JOEL” DI CHUCK CLOSE  - VIDEO

 

JOEL CHUCK CLOSE

 

Antonio Riello per Dagospia

 

La mostra “MONOCHROME, Painting in Black and White”, curata da Lelia Packer e Jennifer Sliwka alla National Gallery di Londra, è una dotta e avvincente indagine sulla pittura in bianco e nero. Non moltissime le opere in visione ma un concetto estremamente intrigante ed originale.

 

Il colore è per eccellenza sinonimo di pittura mentre la sua assenza viene in genere associata o al disegno a matita o a varie tecniche di incisione. A qualcosa insomma che magari precede o affianca l’atto di dipingere senza farne compiutamente parte. Una sorta di strana anomalia nella pratica pittorica.

 

Il percorso espositivo inizia nell’ Europa medievale dove i colori erano materiali piuttosto costosi e quindi il loro uso, considerato da chi aveva visioni religiose decisamente radicali, sinonimo di spreco e  immoralità. Inoltre se in particolar modo vivaci e sgargianti anche come una pericolosa causa di distrazione visiva in grado di distogliere dal loro dovere i “buoni cristiani”. Probabilmente qualcosa di simile ai giochetti e passatempi digitali che oggi distraggono continuamente chi lavora (o dovrebbe farlo) al computer.

 

NATIONAL GALLERY LONDRA

Nel Medioevo Cristiano sono i Monaci Cistercensi che iniziano a far piazza pulita dei colori, facendo realizzare le loro vetrate in grisaille. Il primo dipinto su tavola appositamente creato, nel 1437, come opera in bianco e nero (e non uno studio temporaneo senza colori perché realizzato “in economia”) è un piccolo capolavoro di Jan Van Eyck raffigurante Santa Barbara. I toni di grigio diventano lo stile essenziale, soprattutto nel Nord dell’Europa, che accompagna la nascita di un’estetica protestante e calvinista decisamente poco incline alla seduzione dei colori.

 

Anche le radici primigenie e concettuali del minimal tipico di una certa moda e arte contemporanea si possono trovare in questo contesto dove la cromofobia non è solo sinonimo di virtù morale ma anche di selezione sociale, quasi un blasone di aristocrazia intellettuale e buon gusto.

MANTEGNA

 

Un reperto assolutamente unico proviene dal Museo Diocesano di Genova. Parte di un’architettura celebrativa temporanea montata all’interno della Chiesa di San Nicolò del Boschetto  in occasione della Settimana Santa, con raffigurazioni di scene legate all’ Agonia sul Monte degli Ulivi. Si tratta di una grande pittura in toni di azzurro realizzata da vari autori (tuttora ignoti) su una spessa stoffa blu e risalente al 1508. In pratica la prima pittura, in assoluto, realizzata su denim per blue-jeans (“Blue de Genes” dove “Genes” in francese sta per Genova). 

 

D’altra parte, anche l’esigenza di focalizzare l’attenzione sul soggetto, isolandone certe sue caratteristiche formali o simboliche, ha indotto artisti a realizzare opere monocrome. Tra opere di Durer, Rembrandt, Boucher e Van Dyck in mostra ugualmente un magnifico “San Matteo e l’Angelo” del Ghirlandaio (1477), un grandioso “Odalisque in Grisaille” (1824) di Jean-Auguste-Dominique Ingres e un intenso lavoro di Alberto Giacometti, “Annette seduta” (1957) che completa questa sezione.

 

Anche Pablo Picasso, amava dipingere in bianco e nero. A parte il celeberrimo Guernica, anche il suo tributo a Velasquez, “Las Meninas” (1957) viene dipinto con questa tecnica.

national gallery

 

La voglia (o la necessità) di realizzare trompe l’oeil che imitino pittoricamente la scultura di solito a-cromica, è un altro dei temi in mostra. In pratica un trucco professionale che, eliminando il colore, evidenzia l’abilità degli artisti nel riprodurre con tecniche bidimensionali virtuosistiche il “3D”. E’ questo il caso di due celebri affreschi rinascimentali fiorentini di Santa Maria Novella.  Il primo dedicato a Niccolò da Tolentino da Andrea del Castagno e l’altro, di fronte, a Giovanni Acuto da Paolo Uccello. Oppure quello di Jacob De Wit con il suo “Jupiter and Ganymede” del 1739 e il grande pannello di Andrea Mantegna nel 1505, noto come “L’introduzione del culto di Cybele a Roma”.

 

Le immagini stampate, in un’epoca senza riproduzione fotografica, sono state per molti secoli l’unico modo rendere “popolare”, come si direbbe oggi, un’opera d’arte. Parecchi artisti si erano specializzati in questo umile ma importantissimo, compito. Tra questi spicca Hendrik Goltzius, con alcune sue rimarchevoli opere che mostrano efficacemente come l’immaginario collettivo pensasse sostanzialmente all’arte come una faccenda di toni di grigio, dove curiosamente il colore era l’eccezione.  

 

GOLTZIUS

Una piccola ma esaustiva sezione è inoltre dedicata alla influenza della fotografia e la televisione (entrambi per molto tempo in bianco e nero). Molti artisti con la monocromia hanno inteso sottolineare una precisa relazione con questo tipo di media. Un importante lavoro di Gerhard Richter del 1966 “Helga Matura and her fiancé” esemplifica bene questa visione. Il punto di partenza è l’immagine di un articolo relativo a un morboso fatto di cronaca nera che qui l’artista attraverso la sua tipica tecnica “sfuocata” trasforma in un qualcosa di freddo, neutro, misterioso e fluttuante. Il grigio “è il colore dell’indifferenza”, come lo definisce lo stesso Richter. Molto forte anche l’opera ”Joel” di Chuck Close (1993) con i relativi studi preparatori.

 

Anche la stagioni dell’Arte Astratta e dell’Optical Art hanno sviluppato una relazione particolare con la monocromia, sopratutto per concentrare la vista su strutture percettive semplici e chiare. La lista è lunga e comprende personaggi significativi. Bridget Riley, Josef Albers, Frank Stella, Ellsworth Kelly, Cy Twombly, Jasper Johns. Ovviamente non si può prescindere da Kazimir Malevich con il suo storico “Quadrato Nero” (esposto nella versione del 1929).

 

Un posto a parte merita l’installazione di Olafur Eliasson, “Room for one colour” (1997), qui riproposta per l’occasione. Una grande sala è potentemente illuminata con delle apposite lampade al sodio che lavorando in monofrequenza eliminano qualsiasi colore dello spettro, a parte il grigio. I volti dei visitatori sembrano tutti senza colore, con un inquietante patina grigiastra. Una singolare e memorabile esperienza.

riello

 

Quando di solito si pensa alla National Gallery, lo si fa considerandola  una venerabile istituzione con la missione di custodire magnifici tesori (magari anche un po’ polverosi). Una sorta di Bank of England della pittura insomma. Invece la NG (come la chiamano i londinesi) ha spesso avuto con la società britannica un dialogo vivace e costruttivo, con frequenti e consistenti incursioni di artisti contemporanei al suo interno. Kenneth Clark (il brillante e pionieristico autore di “Civilization”, la prima, mitica, trasmissione televisiva di divulgazione artistica realizzata, nel 1969, dalla BBC per il grande pubblico) fu il direttore che iniziò questa politica di apertura al contemporaneo. Gabriele Finaldi, l’attuale direttore, continua felicemente con energia a percorrerne la strada.

 

MONOCHROME,

Painting in Black and White

National Gallery, Sainsbury Wing,Trafalgar Square, Londra WC2N 5DN 30 Ottobre-18 Febbraio 2018

ANTONIO RIELLO

 

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