UNA PERVERSIONE CHIAMATA INTER - I TORMENTI DI MASSIMO MORATTI CHE NON VUOLE CEDERE LA SQUADRA MA DEVE SALVARE IL PORTAFOGLIO

Daniele Dallera per il "Corriere della Sera"

Com'è difficile vendere una casa, una società, un oggetto prezioso di famiglia, se non si ha voglia di farlo. È questo il sentimento di Massimo Moratti nei confronti dell'Inter. La trattativa con Thohir va avanti, ma quanta fatica. Dubbi, incertezze, fastidi, ripensamenti, voglia di stracciare tutto. Queste sono le giornate di Moratti che quando dice «faccio tutto questo pensando al bene dell'Inter» è sincero. Forse è l'unica verità, tra tante bugie, alcune di queste strategiche, doverose, che dispensa ai giornalisti. Cerchiamo di svelare altre verità di questo tormentone che, si può star sicuri, non finirà a ferragosto.

È vero che Moratti è profondamente attaccato alla sua Inter. Non si spiegano altrimenti le giornate a Pinzolo, ritiro dell'Inter, in mezzo ai giocatori, i suoi giocatori, a scoprire il calcio di Walter Mazzarri, l'allenatore che stavolta ha scelto personalmente, e non com'è successo, ahilui, in passato, quando fu convinto a firmare ingaggi affrettati da alcuni collaboratori ai quali vorrebbe mettere la valigia in mano per i tanti errori commessi: verrà anche quel momento (e non sarà Thohir a decidere).

Ma un presidente intenzionato a lasciare va a Pinzolo a firmare autografi e a vedere il calcio d'estate? Venderà, sì venderà, ma adesso non ha ancora deciso, né quanto, né come e né a chi. E un presidente intenzionato seriamente a disfarsi della sua creatura non vede l'ora di andare negli Usa, rinviando ogni impegno, per godersi l'Inter di Mazzarri, che nasce, che cresce, massì anche attraverso qualche sconfitta, contemplata in questo periodo.

Altra verità: la trattativa con Thohir è maledettamente seria, ben avviata, ma l'uomo d'affari indonesiano non è il massimo della simpatia, almeno per il presidente dell'Inter. Ci sono stati certi comportamenti, alcuni atteggiamenti, movimenti strani, confidenze buttate lì ad arte, che non sono affatto piaciute a Moratti. Per esempio il blitz milanese di giovedì 25 luglio quando Thohir si presentò a casa Moratti, in pratica suonando al citofono, non si è rivelata una mossa vincente. Tutt'altro.

Con educazione, signorilità, questo lo stile di famiglia, Thohir fu ricevuto, non a casa Moratti, ma volutamente in un prestigioso hotel nel centro di Milano, dove andò in scena (pubblica) l'incontro al quale partecipò anche il figlio di Massimo Moratti, Angelomario. Ma fu un giorno ad «alta criticità per il progetto di Thohir» come confidano certe fonti confindustriali, più che attendibili perché vicine sia all'indonesiano che allo stesso Moratti. E Moratti non nascose questo fastidio, poi superato.

Difatti la trattativa va avanti, pure spedita, se ne stanno occupando uno studio legale internazionale, la Cleary Gottlieb, e la banca d'affari Lazard che affiancano Moratti, la Inner Circle che sostiene Thohir, ma per 'sto famoso closing (non è altro che il passaggio delle quote azionarie) bisogna aspettare ancora un po'.

Un punto fondamentale è ancora tutto da chiarire: quale percentuale dell'Inter finirà nelle mani di Thohir. Trenta (30), quaranta (40), settanta (70) per cento? Massimo Moratti non ha ancora deciso, anche se suoi consiglieri personali, a livello finanziario, gli suggeriscono di cedere la maggioranza. Consiglio tenuto in altissima considerazione dal presidente dell'Inter che, però, non ha ancora la percezione completa dell'affidabilità di Thohir. È un altro nodo importante di questo tormentone: «Il bene dell'Inter e dei suoi tifosi davanti a tutto», non sono chiacchiere, qui bisogna credergli.

Un altro aspetto (quindi un'altra verità di questo tormentone) che Moratti deve ancora decifrare è il ruolo di Teddy Thohir, il padre di Erick, rampollo già vestito di nerazzurro. Ma da quelle parti chi comanda è ancora papà Teddy, per un semplice motivo: è lui che ha creato l'impero Astra International, una holding da 20 miliardi di dollari di fatturato. Ma finora mister Teddy si dimostra freddo nei confronti dell'Inter.

Quella freddezza paterna, che si contrappone all'entusiasmo filiale di Erick, è un'altra fonte di dubbi per Moratti. Che sa bene, per esempio, che quando l'Astra International fece un accordo con la Pirelli, sponsor principe dell'Inter, per alcune operazioni industriali in Indonesia, il grande capo Teddy scese in campo, eccome, partecipando direttamente all'accordo.

L'affare dell'Inter è paradossalmente più complesso, perché delicati sono i meccanismi dello sport e profondi i sentimenti, quelli di Moratti per l'Inter. Mai dimenticare che l'1 agosto 2012 era stato firmato un preliminare d'accordo per il 15 per cento del club nerazzurro, con opzione a salire al 33 per cento in 24 mesi con il colosso cinese China Railway Construction Corporation, ma poi tutto saltò per aria.

Non solo, la necessità strategica di Moratti, ormai accertata, di vendere quote della società nerazzurra contempla anche altre opzioni, per esempio quelle che fanno capo a un gruppo cinese (non è un déjà vu, bensì una novità, e calda anche) e a uno russo (tiepido). Ecco l'altra verità: una società battezzata Internazionale che fa gola all'estero. Anche questa è la forza di Moratti che, ovviamente, continua a trattare con Thohir, l'uomo in pole. Ma non è il solo.

 

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