INDO-BAUSCIA – FINISCE L’EPOCA DEI PRESIDENTI-MECENATE (O SEMPLICEMENTE FESSI?) – PER ORA NESSUNO È RIUSCITO A GUADAGNARE COL CALCIO: CE LA FARA’ THOHIR?

1. LA SPERANZA È CHE IL NUOVO SAPPIA STUPIRE
Mario Sconcerti per "Il Corriere della Sera"

Negli ultimi 60 anni, senza la famiglia Moratti, l'Inter ha vinto solo 3 scudetti, quasi quanto Lazio e Fiorentina. Thohir è un esperimento, ma per capire l'esperimento bisognerebbe sapere cosa si cerca, cosa vorrà tentare. I Moratti sono sempre stati presidenti che hanno messo di tasca loro molti soldi, Massimo quasi un miliardo e mezzo, in media 60 milioni l'anno per coprire non tanto i debiti quanto i deficit di gestione.

Ora i casi sono due: o Thohir è un mecenate del tipo arabo che vuole aggiungere popolarità ai suoi soldi, o è un imprenditore vero. In quel caso, dal calcio vorrà guadagnare. Prima investirà, poi chiederà il conto. Nelle età dei diritti tv non è impossibile vincere e guadagnare con il calcio, ma per adesso non c'è riuscito nessuno. Non il calcio inglese, che ha 4 miliardi di deficit imputabile quasi soltanto alle prime 5 squadre, né il Real né il Barcellona.

Siamo in sostanza davvero alla fine di un'epoca. Siamo stati abituati a giudicare un presidente dai soldi che amava rimetterci. Non è più così, non è augurabile lo sia nemmeno per Thohir. Non è dignitoso perdere ogni anno decine di milioni, sa di spreco e di dilettantismo. Prepariamoci a un'Inter diversa, difficile sia migliore, difficile trovare uno che metta i soldi di Moratti.

Si può però sperare che Thohir spenda meglio. Di sicuro cambierà tutti i manager, si affiderà a una vecchia bandiera ma gli altri saranno solo uomini suoi. È anche strano sentir parlare di garanzie chieste da Moratti per i tifosi. Chi compra prende tutto, anche il diritto di deludere. Non credo avrà molti ricchi del mondo che lo seguiranno in Italia. Le nostre società, così come stanno, non hanno niente. I giocatori sono in affitto, gli stadi dei comuni, i centri sportivi persi in provincia su terreni difficilmente edificabili.

Resta solo il marchio, che è un punto di partenza non di arrivo. Vediamo dunque Thohir, speriamo ci stupisca, ci insegni qualcosa. Altrimenti avrà molto presto qualcosa da imparare lui.


2. C'ERA UNA VOLTA L'INTER DEI MORATTI
Paolo Di Stefano per "Il Corriere della Sera"

«Finisce un'epoca» è una frase ovvia, probabilmente inutile. Sono finite troppe epoche per riuscire a rimpiangerle con un minimo di senno. L'Inter diventa indonesiana. E tant'è. Verrà il giorno in cui il Duomo diventerà canadese e la Nutella pachistana. È la globalizzazione, bellezza. Volente o nolente il popolo neroazzurro si abituerà al sorriso così asiatico del signor magnate Erick Thohir, forse la curva prima o poi riuscirà persino ad acclamarlo. Le vittorie, si sa, nel calcio fanno perdere la memoria e le lacrime per il tempo che fu diventano subito lacrime di coccodrillo.

Tutto vero, ma per il momento fateci recitare la canzone petrarchesca preferita dai nostalgici bauscia: «Sarti, Burgnich, Facchetti, Tagnin, Guarnieri, Picchi, Jair, Mazzola, Peirò, Suarez, Corso». O a scelta: «Julio Cesar, Maicon, Lucio, Samuel, Zanetti, Cambiasso, Thiago Motta, Sneijder, Pandev, Eto, Milito» con le sue varianti. Già, bella forza: erano tutti (o quasi) stranieri, compreso l'allenatore! È vero, ma nessuno può negare che c'era Moratti, l'italiano più milanese che si sia mai visto (e soprattutto sentito). Il massimo dei Massimi, il presidente romantico con quella faccia da italiano per niente allegro, anzi sempre alquanto perplesso. E per di più fu Angelo. Come dire una tradizione familiare a garanzia perpetua di fedeltà alla causa. E adesso: un cognome con troppe acca.

A pensarci bene, tutto era iscritto nel nome: «Nomina sunt consequentia rerum», diceva quel tale. Il nome è un destino. Dunque se Internazionale deve essere, che internazionale sia anche il suo proprietario. Niente da fare, non è così semplice. Internazionale voleva essere in origine solo un progetto ideale: mica quel nome andava preso così sul serio! «L'Inter agli interisti» urlavano i tifosi negli ultimi tempi, per scongiurare il passaggio in mani straniere.

Ma anche questo è uno slogan del passato: c'era un tempo in cui interisti, milanisti, juventini, genoani, si nasceva. Impossibile diventarlo: oggi invece il simbolo del nuovo calcio è Ibrahimovic, che ieri ha esultato con l'Inter, l'altro ieri con la Juve, l'anno dopo con il Milan, eccetera. È finita un'epoca: che il dio dei bauscia ce la mandi buona. E che il Massimo dei presidenti, se può, resti a dare buoni consigli: non necessariamente tecnici, ma con il cuore.

 

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