bauhaus

L’ETERNO RITORNO DEL BAUHAUS - A CENT'ANNI DALLA NASCITA DEL MOVIMENTO D'ARTE, CULTURA E DESIGN TORNANO IN AUGE I SUOI OGGETTI, CON RIVISITAZIONE DI STILI E ARREDI - LA LAMPADA DA TAVOLO DI WAGENFELD, ICONA DEL MOVIMENTO, LA BARCELONA DI MIES VAN DE ROHE, RILETTA IN UNA NUOVA PELLE, E IL SERVIZIO DA TAVOLA TAC DI GROPIUS…

Silvia Nani per il “Corriere della Sera”

 

bauhaus

«In quei tempi vivevamo in una comunità di persone molto speciali, e il nostro lavoro e i nostri prodotti ci apparivano ovvi nella loro alta qualità». Così negli anni 70 scrive Marianne Brandt, progettista, una delle figure forti del Bauhaus, nel testo Brief an die junge Generation (Lettera alle nuove generazioni) di quel momento storico irripetibile, quel cenacolo delle arti applicate che unì design, artigianato, fotografia, teatro, grafica, arte di cui lei stessa aveva fatto parte. E che solo molto tempo dopo avrebbe rivelato, a lei e al mondo del progetto, tutta la sua carica visionaria.

 

bauhaus 1

La funzionalità al primo posto, la bellezza vista solo nella chiave più intrinseca al materiale: il risultato furono arredi che, a guardarli, sono attuali ancora oggi. Eppure il concetto di design industriale sarebbe arrivato 50 anni dopo, molte lavorazioni sono state superate, e forse alcune forme. Nonostante questo, a un secolo dalla nascita del Bauhaus si torna a guardare a quanto fu fatto allora, per rimetterlo sulla ribalta tale e quale, rileggerlo o trarne fonte di ispirazione.

La lampada da tavolo di Wagenfeld

 

La lampada da tavolo di Wagenfeld, icona (immutabile) del movimento, la Barcelona di Mies van de Rohe, quest' anno riletta in una nuova pelle e nella finitura galvanica nera, il servizio da tavola Tac di Gropius, rilanciato in una versione a linee sottili da un disegno di archivio: il merito dell' attualità di questi pezzi è dovuto a un insieme di fattori.

 

«Una lezione importante del Bauhaus è il metodo - commenta Alberto Bassi, storico del design, direttore della facoltà di design dello Iuav -. Ovvero l' interdisciplinarietà, che significa scambio, contaminazione pur nella salvaguardia del proprio approccio disciplinare. Oggi spesso si confonde il design con l' arte, l' arte stessa con il visual design.

Allora si lavoravano i metalli o il legno, ma poi era l' architetto a creare l' oggetto, non l' artista».

 

Padiglione Barcellona di Mies van de Rohe

La forza di quei pezzi stava anche nella dimensione comunitaria di progettare: «Oggi questo modo si chiamerebbe condivisione, open-source. E potrebbe trovare una chiave contemporanea nei social, da usare per mettere in comune pensieri e progetti. Creando un circolo virtuoso che favorirebbe il design democratico. Di cui il Bauhaus fu fautore».

I materiali: il legno, il vetro, la pelle. I metalli, dove forse più di tutti il Bauhaus portò innovazione.

 

BAUHAUS 2

Alberto Alessi da 35 anni ha nel catalogo del suo marchio una decina di oggetti, prodotti su licenza dell' archivio storico di Dessau. Con una predilezione per Marianne Brandt: «Il suo pezzo più interessante è il posacenere. Un tronco di cilindro su cui si innesta un coperchio che trattiene i fumi. Con pochi tratti la soluzione di un problema», spiega. Abilità di ideazione e realizzazione sì, ma per Alessi il valore sta altrove: «La tensione alla ricerca dell' archetipo: la sedia non è solo tale, ma è "la sedia dell' uomo". Lo stesso spirito che avrebbe poi animato tante generazioni di designer».

 

ESPRIT DU BAUHAUS

Le donne del Bauhaus, in quel cenacolo considerate al pari degli uomini: Anni Albers, Gertrud Ardnt e tante altre. Non è un caso che Tecta, che produce molti arredi del Bauhaus, abbia commissionato per il centenario proprio a una designer donna, Katrin Greiling, una rilettura della poltrona F51 di Gropius. La più famosa comunque rimane ancora la Brandt, a cui è persino legato un curioso esempio di oggetto di ispirazione: «Lo shaker che abbiamo in produzione a lungo è stato attribuito a lei - racconta Alessi -.

Solo tempo fa il direttore dell' archivio storico ci trasmise dei documenti che invece lo assegnavano con certezza a Sylvia Stave, designer svedese coeva. Nessuno se ne era mai accorto». Come dire, una movimento capace di intercettare i fermenti, tradurli e spargerli nel mondo. «Inattuale, se si guarda ai nostri tempi - chiosa Bassi -, ma forse auspicabile».

servizio da tavola Tac di Gropius

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