“BARESI ERA GRACILE, MA IN CAMPO SEMBRAVA POSSENTE. APPARIVA TIMIDO, MA PICCHIAVA DA CALLAGHAN” – MARCO CIRIELLO: “STAVA DAVANTI ALLE AREE DI RIGORE COME SE FOSSERO STRADE AMERICANE, E IN UNA DI QUELLE PIANSE, A PASADENA, DICENDO AI MACHI CHE SÌ, POTEVA CAPITARE ANCHE QUELLO" - "LA SUA VITA È STATA TUTTA UN AVANZARE DANNUNZIANO, SELVAGGIO E VORACE, MA SENZA PERDERE ELEGANZA NÉ DIVENTARE VOLGARE, UN OSSIMORO" - “ERA IL PROVINCIALE CHE CONQUISTAVA IL MONDO. HA VINTO TUTTO. GLI MANCA IL PALLONE D’ORO, E QUESTO È UN TORTO DEL CALCIO CHE È RIUSCITO A PREMIARE MATTHIAS SAMMER E NON LUI, ANCHE SE POI IL CALCIO GLI HA AFFIDATO UN RUOLO PIÙ GRANDE: ARBITRO IN CAMPO DEL CIELO, DELLA TERRA E DEI MOVIMENTI, LA SUA MANO ALZATA DIVIDEVA GLI SPAZI, SEZIONAVA IL TEMPO. ERA UNA MANO MICHELANGIOLESCA CHE DALLA CAPPELLA SISTINA TRASLOCAVA AI CAMPI DI PALLONE” – “TUTTA LA SUA VITA POTREBBE STARE NELLA PARENTESI DISEGNATA DA DUE RIGORI: UNO TIRATO IN PORTA E CHE INVECE AVREBBE DOVUTO TIRARE FUORI E UNO TIRATO FUORI CHE AVREBBE DOVUTO METTERE ALLE SPALLE DI TAFFAREL...” - VIDEO
Estratto dell’articolo di Marco Ciriello per “Domani”
Aia, oratorio, Milanello: questo il percorso. Una vita che comincia con Ermanno Olmi e finisce in Werner Herzog, in mezzo c’è Silvio Berlusconi. Perché Franco Baresi nasce dal mondo contadino: i piedi nei fossi, la caccia alle rane, l’erba falciata è quella della campagna. Poi verrà quella dei campi di pallone, prima ci sono il grano e il mondo visto da lontano: Traaiàt, per la precisione, Travagliato. Grandi fatiche che portano all’essenziale, il superfluo poi, semmai.
La vita di Baresi è stata tutta un avanzare dannunziano, selvaggio e vorace, ma senza perdere eleganza né diventare volgare, un ossimoro. Era gracile, ma in campo sembrava possente. Appariva timido, ma picchiava da Callaghan – 1985, Rummenigge chiude un derby con otto punti di sutura alla tibia destra – che stava davanti alle aree di rigore come se fossero strade americane, e in una di quelle pianse, a Pasadena, dicendo ai machi che sì, poteva capitare anche quello, «per me si va ne l’etterno dolore», ma nemmeno piangendo apparve debole. Non lo è stato mai.
Perché portatore di una visione, era il provinciale che conquistava il mondo, come Olmi che ci arrivò con gli zoccoli da contadino lombardo, come Herzog che l’ha calpestato con i suoi scarponi da montagna e che non a caso lo metteva in connessione con Tonino Guerra, poeta di terra, che prestò a Federico Fellini i suoi «a m’arcord».
[...] I ricordi di Baresi sono pieni di dolore: a 14 anni rimase orfano, anche se ci sono i fratelli e le sorelle, ma lui sente davvero il freddo majakovskijano della solitudine, il resto è conseguenza. Il suo gioco parte da Nereo Rocco, passa per Nils Liedholm, arriva ad Arrigo Sacchi e si completa con Fabio Capello: libero sempre, in ogni squadra, con una visione differente.
franco baresi roberto baggio foto lapresse
Quando vinse il suo primo scudetto col Milan (1978-79) sembrava si fosse iscritto al comando della squadra come Enrico Berlinguer direttamente alla segreteria del Pci, invece gli toccarono un po’ di montagna russe tra storia del club, Totonero – da estraneo – e un paio di retrocessioni in serie B; Ormezzano scrisse: «Baresi appare un ergastolano che, legata al piede, trascina con classe una palla d’oro tutta sua».
paolo maldini franco baresi foto lapresse
Mentre Baresi passava dal collezionare le figurine di Gianni Rivera immaginandosi come lui in italiagermaniaquattroatre a passargli il pallone dicendogli anche di coprire, Giorgio Armani non era più un ragazzo come noi: aveva già vestito Diane Keaton agli Oscar, Berlusconi già fatto Milano2 e Gianni Versace presentava la sua prima collezione.
Questa era la leva milanese.
[...] Col Milan ha vinto tutto: sei campionati, tre Coppe dei Campioni-Champions, due Intercontinentali, solo per citare una parte della sua bacheca. Gli manca il Pallone d’oro, e questo è un torto del calcio che è riuscito a premiare Matthias Sammer e non lui, anche se poi il calcio gli ha affidato un ruolo più grande: arbitro in campo del cielo, della terra e dei movimenti, la sua mano alzata divideva gli spazi, sezionava il tempo, sanciva la condizione di accettabilità di una giocata. Una volta, nel novembre 1989, in una partita contro il Real Madrid quella mano si alzò 28 volte per chiamare i fuorigioco dei blancos prima dei guardalinee e dell’arbitro.
BARESI E BERGOMI CON LA FIACCOLA OLIMPICA A MILANO CORTINA
La mano era complice dei movimenti sacchiani, che riducevano gli avversari come Uma Thurman alla terza pippata in Pulp Fiction. La sua era una mano michelangiolesca che dalla Cappella Sistina traslocava ai campi di pallone.
Per questo Werner Herzog dice che vorrebbe capire il cuore degli uomini o gli spazi dell’Amazzonia come Baresi ha capito il gioco, perché non c’erano solo le avanzate, con la maglietta fuori dai pantaloncini, da infrarealista; no, non c’erano solo i lanci che davano un dispiacere a Sacchi perché tradivano l’origine rocchesca di Franco; no, non c’erano solo le sue letture dei movimenti avversari, anticipati e disarmati del pallone; no, non c’era solo la direzione bernsteiniana della linea difensiva, quindi precisione, ampiezza, intensità e velocità; no, non c’era solo il dominio dello spazio con i piedi, ma anche l’aggiunta di quello con le mani.
E tutti ubbidivano, perché era impossibile non credere al suo braccio alzato: più eloquente del Checkpoint Charlie, perché non aveva bisogno del filo spinato e dei soldati. Ma il suo essere una sorta di Zeus calcistico non deve ingannare, Baresi è stato anche un uomo tormentato da due rigori, tutta la sua vita potrebbe stare nella parentesi disegnata da quei due rigori: uno tirato in porta e che invece avrebbe dovuto tirare fuori e uno tirato fuori che avrebbe dovuto mettere alle spalle di Cláudio Taffarel.
Rigori e lacrime Il primo rigore-tormento è quello del 24 gennaio del 1990, Atalanta-Milan, semifinali di Coppa Italia. Mancano due minuti alla fine e l’Atalanta sta vincendo 1-0. Strömberg – svedese dell’Atalanta – vede Borgonovo del Milan a terra e mette il pallone in fallo laterale. Il Milan soccorre Borgonovo, ma non restituisce il pallone. Rijkaard batte la rimessa da pirata olandese e serve Massaro che vede Borgonovo in area e gliela crossa, steso da Barcella: rigore.
Baresi va a calciarlo, potrebbe passare alla storia sbagliando, diventare non il secondo di Scirea, ma un secondo Scirea, invece segna. Gianni Mura scriverà: «Nessuno discute l’esistenza del fallo da rigore. Baresi aveva il diritto di tirarlo. E il dovere di tirarlo fuori. Ha fatto la prima cosa, non la seconda, e secondo me ha sbagliato». Era la curva per superare Scirea in tutto, va fuori pista.
Poi arriva il secondo rigore. Quello della finale al mondiale, Usa 94, Baresi si era infortunato al menisco alla seconda partita – giocando contro la Norvegia – si operò e giocò, straordinariamente, la finale, 18 giorni dopo, contro il Brasile, fermando per 120 minuti Bebeto e Romario.
Era il suo terzo e ultimo Mondiale. Va per primo a tirare il rigore, contro il suo corpo e la sua psiche. Alto. Poi sbagliano Daniele Massaro e Roberto Baggio, il suo errore si studia nelle università come il suo martirio. Baresi, invece, viene ricordato per le lacrime. Un iceberg che si scioglie – solo – a Pasadena. Ma le lacrime non bastano a coprire il resto che, invece, straripa: l’esuberanza silenziosa di vedergli togliere il pallone agli avversari e partire conoscendo la scienza degli addii.
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baresi berlusconi
BARESI CAPELLO BERLUSCONI GALLIANI
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BARESI E BERGOMI CON LA FIACCOLA OLIMPICA A MILANO CORTINA
franco baresi foto lapresse
franco baresi paolo maldini foto lapresse
DIEGO ARMANDO MARADONA CON LA MAGLIA DI FRANCO BARESI
FRANCO BARESI ROMARIO
FRANCO BARESI ROMARIO
franco baresi
antonio caliendo e franco baresi
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BAGGIO E BARESI - ITALIA BRASILE 1994
franco baresi
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FRANCO BARESI E AZEGLIO VICINI
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