MUGUGNI PER MUGHINI: “HO COMMESSO LA FOLLIA DI VENDERE LA MIA COLLEZIONE FUTURISTA. MARINETTI E COMPAGNI SONO GENI ASSOLUTI DELLA MODERNITÀ, ANCHE SE QUANDO COMINCIAI A COLLEZIONARE I LIBRI PASSAVANO PER GENTAGLIA FASCISTA”

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Alberto Mattioli per “la Stampa”

 

Come mi sento? Come se mi fossi tagliato un braccio. Ma ero ammalato, e di una malattia noiosa. Io, che sono sempre stato cupo, lo ero diventato ancora di più. Così ho deciso di vendere. Quando sono guarito, mi sono pentito. Beh, almeno resta il catalogo, che è un piccolo monumento. Anzi, a ben pensarci nemmeno tanto piccolo».

 

MUGHINIMUGHINI

Chi parla è Giampiero Mughini, giornalista per professione e per passione collezionista. E nella versione più furibonda e monomaniacale: il bibliofilo. Quella che ha condannato alla «dispersione», come si dice con il termine che più intristisce i pari suoi, è la sua collezione di libri, fogli, poster e volantini futuristi. Quel che resta, il catalogo che la libreria antiquaria Pontremoli di Milano, incaricata della vendita, ha realizzato come magnifico epitaffio di una collezione favolosa.

 

MUGHINIMUGHINI

Mughini, quando ha cominciato a collezionare i futuristi? E perché?

«Quando, una trentina d’anni fa. Perché? Per caso, soprattutto. Non sei tu che trovi le cose, sono le cose che trovano te. In questo caso, il cataloghetto futurista di una libreria antiquaria. Tutto iniziò da lì. Mi piacque e decisi che avrei voluto affiancare alle altre collezioni anche questa. Pensavo: mi fermerò dopo un centinaio di libri. E invece...».

 

Un non bibliofilo le chiederebbe perché leggere Marinetti in prima edizione sia meglio che farlo in economica.

GIAMPIERO MUGHINI CHEFGIAMPIERO MUGHINI CHEF

«Non riesco mai a capacitarmi di quanto in Italia sia alto l’analfabetismo in materia di collezionismo di libri. Intanto gran parte dei libri futuristi oggi sono introvabili. E poi non si può spiegare la differenza che c’è a leggere, poniamo, Le occasioni di Montale nell’edizione originale, del 1939, mille copie stampate da Einaudi, o farlo negli Oscar. Beninteso, questo vale solo se i libri valgono. Le puttanate di cui si parla in tivù non mi interessano».

 

Per lungo tempo nella cultura italiana il Futurismo è stato tabù. Si sapeva che c’era stato, ma non era bon ton parlarne.

«Verissimo. Ricordo che negli Anni Sessanta diedi l’esame di Letteratura italiana contemporanea con un eccellente professore, Carlo Muscetta. Bene: per lui, il futurismo non esisteva. In programma c’era un elenco di libri lungo quattro cartelle ma del futurismo non c’era un titolo. Mai un accenno, magari anche solo polemico. I suoi protagonisti? Gentaglia fascista».

 

mostra futurismo guggenheim prampolini mostra futurismo guggenheim prampolini

Ancora!

«Eh, sì. La memoria culturale di questo Paese aveva espulso dalla sua storia tutto quel che aveva corteggiato o costeggiato il fascismo. Dall’ottobre del 1922 all’aprile del ’45 non era esistito nulla o, se c’era stato, era in esilio. Una visione manichea fino all’assurdo. Fino a bandire Depero, che sarà stato anche un pittore fascista, ma è stato uno dei re del moderno, uno degli inventori della contemporaneità».

 

Quando è cambiata la situazione?

«La grande svolta è stata la mostra veneziana del 1985 a Palazzo Grassi, che per la valorizzazione del futurismo italiano è stata uno spartiacque: c’è un prima e un poi. Gli americani, naturalmente, erano vent'anni avanti».

 

Davvero?

mostra futurismo guggenheim crali mostra futurismo guggenheim crali

«Certamente. Negli Anni Cinquanta, la moglie e le figlie di Marinetti si trovarono in serie difficoltà economiche. Credo che facessero fatica a mangiare due volte al giorno. Ma erano subissate di domande d’acquisto delle collezioni di Filippo Tommaso da parte dei musei americani. Chiesero consiglio ad Argan. La sua risposta fu tipica: è robaccia fascista, datela pure via. E così autentici capolavori finirono dall’altra parte dell’oceano».

 

Confessi che collezionare il futurismo quand’era politicamente scorretto serviva anche a consolidare la sua fama di eccentrico.

mostra futurismo guggenheim masoero mostra futurismo guggenheim masoero

«Figuriamoci. L’Italia è talmente conformista che non avevo certo bisogno del futurismo. Bastavano le mia giacche multicolori o gli anelli che portavo. Hanno detto per anni che ero omosessuale!».

 

Anche i futuristi avevano una vena goliardica che stecca in una cultura così sussiegosa come quella italiana.

«Verissimo. E nessuno più di Marinetti, che peraltro è stato uno dei grandi geni del secolo non solo per quel che ha scritto lui, ma per tutto quel che ha fatto scrivere. Sono convinto che molti dei libri che impose a editori recalcitranti non li avesse nemmeno letti. Del resto, era ricco di famiglia, figlio di un avvocato d’affari. Il che spiega perché Le Figaro abbia pubblicato, benché non “per la prima volta” come capita tuttora di leggere (era già uscito su alcuni giornali di provincia), il suo celebre Manifesto».

guggenheim futurism Pannaggi guggenheim futurism Pannaggi

 

Ah, sì? E perché?

«Diamine, perché uno degli azionisti del giornale era cliente del padre di Marinetti. Altrimenti mai Le Figaro avrebbe messo in prima pagina il Manifesto di un italiano semisconosciuto».

 

Torniamo alla sua passione. È vero, come scrive nella prefazione al catalogo, che avrebbe preferito rinunciare a una ragazza che a uno dei suoi libri?

BOT E FUTURISMOBOT E FUTURISMO

«Verissimo. Ho sempre avuto molta più paura delle donne che dei libri. Prima o poi, una donna ti tradisce sempre. Un libro non ti tradirà mai».

 

Quando la collezione è fisicamente uscita di casa cos’ha provato?

«Dopo la morte di mio padre, è stata la ferita più dolorosa della mia vita».

 

Rivenderebbe?

«Nemmeno se mi offrissero un milione di euro».

 

mostra futurismo guggenheim boccioni mostra futurismo guggenheim boccioni

 

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