NON SOLO BAYERN – MIGLIAIA DI TECNICI, ACCADEMIE E TALENTI: IL PROGETTO TEDESCO METTE A NUDO LO SPREAD DELL’ITALIA PALLONARA

Marco Ansaldo per "La Stampa"

I modelli virtuosi nascono spesso da un fallimento: all'improvviso percepisci che quanto hai fatto per anni è da buttare e per riemergere devi inventare qualcosa di nuovo. La Germania del calcio lo capì nel 2000, quando la Nazionale finì ultima nel proprio girone agli Europei. L'Italia l'ha compreso tre anni fa, quando il 3-2 subìto dalla Slovacchia a Johannesburg diede l'ultimo colpo al mito dei campioni del mondo.

Fuori dal Mondiale. Fuori dall'Olimpiade. Fuori dal circuito delle grandi Nazionali giovanili. E con un club, l'Inter, che aveva appena vinto la Champions League con undici stranieri in campo. Tutto da rifare. Ma come? I tedeschi ci hanno provato con un progetto rigoroso che oggi viene considerato il migliore. Noi abbiamo messo personaggi carismatici a capo dei settori federali che dovevano guidare la rivoluzione delle strutture e del lavoro. È andata così e così.

Per un Arrigo Sacchi che sta facendo un lavoro impressionante nel settore giovanile, c'è stata l'esperienza di Gianni Rivera ostacolato dalle beghe di cortile nell'attività scolastica e quella fallimentare di Roberto Baggio, che non ha combinato nulla nel Settore Tecnico, un nodo fondamentale e che ora è acefalo.

Stiamo battendo una strada piena di buche e curve ad angolo retto, mai che ci sia un percorso lineare che escluda aggiustamenti, compromessi, mediazioni. In Germania, come racconta Robin Dutt, il direttore sportivo della Federcalcio tedesca, fecero una cosa semplicissima: la Federazione assunse la centralità del progetto. I club si occupavano del calcio professionistico, l'equivalente delle nostre serie A e B, il resto cadeva nelle mani della Federcalcio che l'avrebbe guidato con il criterio della crescita comune.

La Germania fu divisa in 366 aree e vennero assunti un migliaio di allenatori con licenza Uefa pagati part-time dalla Federazione per occuparsi dei ragazzi tra gli 8 e i 14 anni. Un progetto simile a quello dei francesi negli Anni Settanta. «Prima del 2000 - spiega Dutt - non si sapeva nulla di centinaia di potenziali talenti, adesso conosciamo vita, morte e miracoli di ciascuno».

Sono stati stilati protocolli che impongono un indirizzo comune ai club per il lavoro sui giovani, hanno moltiplicato i corsi di specializzazione per i tecnici, le società hanno dovuto fondare e sovvenzionare le Accademie dove i ragazzi studiano e si allenano più del doppio delle ore dei coetanei italiani. Il risultato è che nella finale europea tra Bayern e Borussia Dortmund erano a referto 26 giocatori con passaporto tedesco. E in Bundesliga il Friburgo ha sfiorato la qualificazione in Champions League spendendo appena 18 milioni per la prima squadra, meno di molti club medio-piccoli italiani. Però investe un decimo del budget nel settore giovanile da cui provengono 16 dei suoi titolari.

La strada tedesca è percorribile dall'Italia? «Per noi è un obiettivo più che un modello, con le differenze che ci sono dice Demetrio Albertini, vicepresidente federale e responsabile del Club Italia -. Da loro c'è una Federazione e la Lega cura solo due campionati dei professionisti. Noi abbiamo più Leghe con le quali i rapporti adesso sono ottimi ma ciascuno guarda al proprio interesse, con visioni differenti: la nostra è espressamente tecnica, la loro è più economica».

Cosa accadrebbe se la Federcalcio, attraverso il Settore tecnico, mettesse il naso nell'attività giovanile dei club con dei protocolli di lavoro da rispettare? Quei fogli resterebbero ignorati su qualche scrivania.

Albertini parla di strutture carenti, di ragazzi che si perdono tra i 16 e i 18 anni, di cultura che non c'è. «In Ungheria nelle scuole fanno un'ora di educazione fisica al giorno, da noi sembravano troppe due alla settimana». «Abbiamo un problema enorme nella crescita dei giovani perchè nei nostri club hanno spesso la strada sbarrata - sostiene il vicepresidente federale -.

La nostra serie A ha la media di età più alta d'Europa insieme a Cipro, i nostri ragazzi dell'Under 21 hanno un'esperienza internazionale ridicola rispetto ai tedeschi e agli spagnoli e, nello stesso tempo, pochi di loro si sono fatti le ossa ad esempio in Lega Pro, che sarebbe molto formativa. In Germania lo fanno con le seconde squadre».

Qualcosa è cambiato e si vede dai buoni risultati delle Nazionali giovanili. Ma ci sembra che il metodo sia sempre il solito: buona volontà, qualche bel cervello che si impegna e tanta improvvisazione. I modelli sono un'altra cosa.

 

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