TAORMINA STORY - DA MAGISTRATURA DEMOCRATICA A FORZA ITALIA. DALLA DIFESA DEI BOSS, A PREVITI E INFINE LA FRANZONI. SUCCESSI, SCONFITTE, ESTERNAZIONI DELL'AVVOCATO PIÙ DISCUSSO D'ITALIA.
Peter Gomez per L'espresso
Che ad Aosta le cose si stessero mettendo davvero male lo avevano capito in molti. Per primo l'avvocato Carlo Federico Grosso, che, dopo aver ottenuto dal tribunale del riesame la scarcerazione di Annamaria Franzoni, il 25 giugno del 2002 aveva rinunciato al mandato.
Le «modalità di interpretare il processo penale» di Carlo Taormina, nuovo codifensore della madre del piccolo Samuele, erano troppo diverse dalle sue perché la coabitazione potesse durare un solo minuto di più.
Poi se ne erano andati i periti della difesa: il medico legale Carlo Torre e il biologo esperto in Dna, Carlo Robino. Il 7 settembre, dopo l'ennesima polemica tra Taormina e il Ris dei carabinieri, i due avevano gettato la spugna. Con uno come lui, avevano detto, è «impossibile una fattiva collaborazione». Esattamente un mese dopo, infine, era stato il turno dell'avvocato Francesco Maisano. Il 9 ottobre il legale di Stefano e Davide Lorenzi, rispettivamente marito e figlio di Annamaria, aveva preso le distanze dalle «scelte tecniche» dell'ingombrante collega. Un modo elegante per dire: secondo me Taormina sta sbagliando tutto.
Ma lui niente. L'onorevole avvocato, presidente della commissione parlamentare d'inchiesta sull'omicidio di Ilaria Alpi ed ex sottosegretario al ministero degli Interni, defenestrato per aver pubblicamente detto quello che in Forza Italia pensavano tutti («i magistrati di Milano vanno arrestati»), era andato egualmente dritto per la sua strada.
Che poi è quella di sempre: denunciare i magistrati, gli investigatori, gridare al complotto, chiedere l'intervento del Csm, parlare di giustizia politicizzata. Una tecnica sperimentata in anni e anni di professione. Valida, a volte, se l'imputato è un politico.
Ma destinata a franare, come è avvenuto ad Aosta dove Annamaria Franzoni è stata condannata a trent'anni, se il cliente non è un vip e non ha a disposizione giornali, televisioni e Parlamento che gli facciano da grancassa.
E si che Taormina le aveva tentate tutte per ottenere il risultato a sorpresa. «So chi è l'assassino», aveva continuato a ripetere. Ma, incomprensibilmente quel nome aveva deciso di farlo solo dopo la sentenza. Certo, così la tensione era aumentata. Gli innocentisti potevano sperare nel colpo di scena. I colpevolisti potevano strologare sul bluff dell'onorevole.
Dimenticando tutti che in gioco c'era la libertà e l'onore di una donna. Per questo, persino tra i colleghi avvocati, c'era chi domandava alla procura d'intervenire. Lo ha fatto, per esempio, Vittorio D'Aiello, principe del foro milanese e abituale commensale di Indro Montanelli ed Enzo Biagi ai pranzi del sabato. Il 12 maggio scorso, D'Aiello, da semplice cittadino, ha scritto una lunga lettera al procuratore d'Aosta Maria Del Savio Bonaudo. D'Aiello le ha chiesto, inutilmente, di convocare Taormina come testimone per dare modo «all'avvocato (che le serberà imperitura riconoscenza) di uscire dalla drammatica situazione in cui, suo malgrado, forzatamente si trova».
Così non è stato. Adesso se Annamaria Franzoni è innocente, come ripete il suo legale, c'è un assassino a piede libero. E Taormina, che pure ne conosce il volto, si è già giocato il primo grado di giudizio chiedendo il rito abbreviato senza proporre indagini in una diversa direzione.
É la sconfitta di uno stile di difesa che ha cominciato a far capolino sul finire degli anni Ottanta, quando l'ex pubblico ministero iscritto a Magistratura democratica, si era ritrovato a difendere boss mafiosi e riciclatori pentiti, come il protagonista della Pizza connection, Salvatore Amendolito.
Quando Giovanni Falcone aveva scoperto delle borse di esplosivo vicino a casa, all'Addaura, Amendolito non ci aveva pensato su due volte. Aveva detto chiaro e tondo che il fallito attentato lo aveva organizzato il procuratore svizzero Carla Del Ponte, conquistando così un rinvio a giudizio per calunnia. A quell'epoca Taormina (che non può essere ritenuto responsabile per le iniziative del suo cliente) incominciava a mietere successi su successi.
In Cassazione riusciva a far annullare una sentenza dopo l'altra. Dopo aver votato partito comunista adesso era vicino al Psi, e molti nelle procure quando lo vedevano arrivare si preoccupavano.
Nel'93, mentre impazza in tutt'Italia Mani pulite, è Taormina a difendere l'ex direttore generale del Tesoro, Giovanni Grande, messo sotto inchiesta a Roma da Antonino Vinci. L'inchiesta è quella dei "Palazzi d'oro". Vinci invece che contestare ai costruttori la corruzione per le mazzette allungate ai funzionari degli enti acquirenti degli immobili, li fa passare per parti lese. E, secondo Grande, arriva a promettergli di rimetterlo in libertà se tirerà in ballo due democristiani.
Il risultato? Taormina chiede a Vinci di astenersi. Grande presenta un esposto a Perugia (poi archiviato), ma qualche anno dopo al pm vengono scoperti i conti in Svizzera. Sugli affari degli ex colleghi Taormina ci ha insomma visto giusto. E così tenta il colpo anche con Antonio Di Pietro.
I rapporti con la procura di Milano sono infatti da subito più che conflittuali. Taormina, che insegna diritto anche alla scuola ufficiali della Guardia di Finanza, quando scoppia il caso Fiamme Sporche è in prima linea. Il suo cliente più illustre è il generale Giuseppe Cerciello, che si beccherà qualcosa come 16 anni in primo grado.
Per lui Taormina invoca le attenuanti generiche in quanto incensurato. Il pm Piercamillo Davigo lo fulmina: «Lo credo bene, i generali della Finanza non li reclutano mica nelle patrie galere». Poi la pena scenderà grazie a un patteggiamento in appello. Ma intanto a Taormina è riuscita un'operazione impossibile: far spostare dalla Cassazione a Brescia per legittimo sospetto uno dei processi al generale.
Il presidente di sezione è Arnaldo Valente che in seguito a quella decisione si dimetterà dalla magistratura. "Il Messaggero" infatti scrive che uno dei figli di Valente è un finanziere e quindi, secondo il quotidiano, il magistrato avrebbe fatto meglio ad astenersi. Taormina comunque continua a combattere con le unghie e con i denti.
A Brescia, durante le udienze del processo Cerciello, legge un anonimo che contiene pesantissime accuse contro Di Pìetro. Di fatto tutte le inchieste (inutili processualmente, ma utilissime politicamente) contro l'uomo simbolo di Mani pulite partiranno da qui. E pensare che solo tre anni prima quando le stesse accuse erano state pubblicate su "Il Sabato", Taormina aveva espresso la sua solidarietà al pm.
Adesso invece difende l'ex proprietario della Maa assicurazioni Giancarlo Gorrini, uno dei grandi accusatori di Di Pietro, poi considerato inattendibile perché discuteva le proprie deposizioni con «i due marpioni» Sergio Cusani e Paolo Berlusconi. Tanto basta però per fare entrare l'avvocato nelle grazie del Cavaliere.
Che lo candida nel '96. Niente da fare. Taormina resta fuori per 54 voti. E quando scoppia il caso Toghe sporche urla a gran voce che Cesare Previti dovrebbe dimettersi. Poi elogia il ministro dei Lavori pubblici Di Pietro, ma lo affossa non appena a La Spezia esplode un'indagine del Gico sul banchiere Francesco Pacini Battaglia.
A La Spezia, dove s'indaga su Di Pietro, assiste l'ex procuratore Pietro Federico (poi prosciolto) che diventato avvocato sarà uno dei legali di Marcello Dell'Utri. Taormina insomma è di nuovo in sella. Con Dell'Utri ha un buon rapporto tanto che proprio nel suo studio si terrà una riunione in cui, secondo uno dei presenti, viene discusso come alleggerire, con testimonianze appropriate, la sua posizione.
Così, nel 2001, Taormina è in Parlamento. Addirittura sottosegretario agli Interni. Ha diritto alla scorta della Polizia e con quella partecipa come difensore a processi di mafia. Un po' troppo perché possa durare. Anche perché persino i suoi colleghi di coalizione gli fanno la guerra. Lui si dimette a malincuore. Ma ottiene la presidenza della commissione Ilaria Alpi e un posto in quella Telekom Serbia.
Dopo un po' salta fuori che tra lui e il giro di truffatori che lavorano per incastrare i leader del centro-sinistra ci sono dei punti di contatto. Quando lo scrive "Repubblica" Taormina dice: «vero sono il puparo. Mi dimetto». Ma come al solito era tutto uno scherzo.
Dagospia 23 Luglio 2004
Che ad Aosta le cose si stessero mettendo davvero male lo avevano capito in molti. Per primo l'avvocato Carlo Federico Grosso, che, dopo aver ottenuto dal tribunale del riesame la scarcerazione di Annamaria Franzoni, il 25 giugno del 2002 aveva rinunciato al mandato.
Le «modalità di interpretare il processo penale» di Carlo Taormina, nuovo codifensore della madre del piccolo Samuele, erano troppo diverse dalle sue perché la coabitazione potesse durare un solo minuto di più.
Poi se ne erano andati i periti della difesa: il medico legale Carlo Torre e il biologo esperto in Dna, Carlo Robino. Il 7 settembre, dopo l'ennesima polemica tra Taormina e il Ris dei carabinieri, i due avevano gettato la spugna. Con uno come lui, avevano detto, è «impossibile una fattiva collaborazione». Esattamente un mese dopo, infine, era stato il turno dell'avvocato Francesco Maisano. Il 9 ottobre il legale di Stefano e Davide Lorenzi, rispettivamente marito e figlio di Annamaria, aveva preso le distanze dalle «scelte tecniche» dell'ingombrante collega. Un modo elegante per dire: secondo me Taormina sta sbagliando tutto.
Ma lui niente. L'onorevole avvocato, presidente della commissione parlamentare d'inchiesta sull'omicidio di Ilaria Alpi ed ex sottosegretario al ministero degli Interni, defenestrato per aver pubblicamente detto quello che in Forza Italia pensavano tutti («i magistrati di Milano vanno arrestati»), era andato egualmente dritto per la sua strada.
Che poi è quella di sempre: denunciare i magistrati, gli investigatori, gridare al complotto, chiedere l'intervento del Csm, parlare di giustizia politicizzata. Una tecnica sperimentata in anni e anni di professione. Valida, a volte, se l'imputato è un politico.
Ma destinata a franare, come è avvenuto ad Aosta dove Annamaria Franzoni è stata condannata a trent'anni, se il cliente non è un vip e non ha a disposizione giornali, televisioni e Parlamento che gli facciano da grancassa.
E si che Taormina le aveva tentate tutte per ottenere il risultato a sorpresa. «So chi è l'assassino», aveva continuato a ripetere. Ma, incomprensibilmente quel nome aveva deciso di farlo solo dopo la sentenza. Certo, così la tensione era aumentata. Gli innocentisti potevano sperare nel colpo di scena. I colpevolisti potevano strologare sul bluff dell'onorevole.
Dimenticando tutti che in gioco c'era la libertà e l'onore di una donna. Per questo, persino tra i colleghi avvocati, c'era chi domandava alla procura d'intervenire. Lo ha fatto, per esempio, Vittorio D'Aiello, principe del foro milanese e abituale commensale di Indro Montanelli ed Enzo Biagi ai pranzi del sabato. Il 12 maggio scorso, D'Aiello, da semplice cittadino, ha scritto una lunga lettera al procuratore d'Aosta Maria Del Savio Bonaudo. D'Aiello le ha chiesto, inutilmente, di convocare Taormina come testimone per dare modo «all'avvocato (che le serberà imperitura riconoscenza) di uscire dalla drammatica situazione in cui, suo malgrado, forzatamente si trova».
Così non è stato. Adesso se Annamaria Franzoni è innocente, come ripete il suo legale, c'è un assassino a piede libero. E Taormina, che pure ne conosce il volto, si è già giocato il primo grado di giudizio chiedendo il rito abbreviato senza proporre indagini in una diversa direzione.
É la sconfitta di uno stile di difesa che ha cominciato a far capolino sul finire degli anni Ottanta, quando l'ex pubblico ministero iscritto a Magistratura democratica, si era ritrovato a difendere boss mafiosi e riciclatori pentiti, come il protagonista della Pizza connection, Salvatore Amendolito.
Quando Giovanni Falcone aveva scoperto delle borse di esplosivo vicino a casa, all'Addaura, Amendolito non ci aveva pensato su due volte. Aveva detto chiaro e tondo che il fallito attentato lo aveva organizzato il procuratore svizzero Carla Del Ponte, conquistando così un rinvio a giudizio per calunnia. A quell'epoca Taormina (che non può essere ritenuto responsabile per le iniziative del suo cliente) incominciava a mietere successi su successi.
In Cassazione riusciva a far annullare una sentenza dopo l'altra. Dopo aver votato partito comunista adesso era vicino al Psi, e molti nelle procure quando lo vedevano arrivare si preoccupavano.
Nel'93, mentre impazza in tutt'Italia Mani pulite, è Taormina a difendere l'ex direttore generale del Tesoro, Giovanni Grande, messo sotto inchiesta a Roma da Antonino Vinci. L'inchiesta è quella dei "Palazzi d'oro". Vinci invece che contestare ai costruttori la corruzione per le mazzette allungate ai funzionari degli enti acquirenti degli immobili, li fa passare per parti lese. E, secondo Grande, arriva a promettergli di rimetterlo in libertà se tirerà in ballo due democristiani.
Il risultato? Taormina chiede a Vinci di astenersi. Grande presenta un esposto a Perugia (poi archiviato), ma qualche anno dopo al pm vengono scoperti i conti in Svizzera. Sugli affari degli ex colleghi Taormina ci ha insomma visto giusto. E così tenta il colpo anche con Antonio Di Pietro.
I rapporti con la procura di Milano sono infatti da subito più che conflittuali. Taormina, che insegna diritto anche alla scuola ufficiali della Guardia di Finanza, quando scoppia il caso Fiamme Sporche è in prima linea. Il suo cliente più illustre è il generale Giuseppe Cerciello, che si beccherà qualcosa come 16 anni in primo grado.
Per lui Taormina invoca le attenuanti generiche in quanto incensurato. Il pm Piercamillo Davigo lo fulmina: «Lo credo bene, i generali della Finanza non li reclutano mica nelle patrie galere». Poi la pena scenderà grazie a un patteggiamento in appello. Ma intanto a Taormina è riuscita un'operazione impossibile: far spostare dalla Cassazione a Brescia per legittimo sospetto uno dei processi al generale.
Il presidente di sezione è Arnaldo Valente che in seguito a quella decisione si dimetterà dalla magistratura. "Il Messaggero" infatti scrive che uno dei figli di Valente è un finanziere e quindi, secondo il quotidiano, il magistrato avrebbe fatto meglio ad astenersi. Taormina comunque continua a combattere con le unghie e con i denti.
A Brescia, durante le udienze del processo Cerciello, legge un anonimo che contiene pesantissime accuse contro Di Pìetro. Di fatto tutte le inchieste (inutili processualmente, ma utilissime politicamente) contro l'uomo simbolo di Mani pulite partiranno da qui. E pensare che solo tre anni prima quando le stesse accuse erano state pubblicate su "Il Sabato", Taormina aveva espresso la sua solidarietà al pm.
Adesso invece difende l'ex proprietario della Maa assicurazioni Giancarlo Gorrini, uno dei grandi accusatori di Di Pietro, poi considerato inattendibile perché discuteva le proprie deposizioni con «i due marpioni» Sergio Cusani e Paolo Berlusconi. Tanto basta però per fare entrare l'avvocato nelle grazie del Cavaliere.
Che lo candida nel '96. Niente da fare. Taormina resta fuori per 54 voti. E quando scoppia il caso Toghe sporche urla a gran voce che Cesare Previti dovrebbe dimettersi. Poi elogia il ministro dei Lavori pubblici Di Pietro, ma lo affossa non appena a La Spezia esplode un'indagine del Gico sul banchiere Francesco Pacini Battaglia.
A La Spezia, dove s'indaga su Di Pietro, assiste l'ex procuratore Pietro Federico (poi prosciolto) che diventato avvocato sarà uno dei legali di Marcello Dell'Utri. Taormina insomma è di nuovo in sella. Con Dell'Utri ha un buon rapporto tanto che proprio nel suo studio si terrà una riunione in cui, secondo uno dei presenti, viene discusso come alleggerire, con testimonianze appropriate, la sua posizione.
Così, nel 2001, Taormina è in Parlamento. Addirittura sottosegretario agli Interni. Ha diritto alla scorta della Polizia e con quella partecipa come difensore a processi di mafia. Un po' troppo perché possa durare. Anche perché persino i suoi colleghi di coalizione gli fanno la guerra. Lui si dimette a malincuore. Ma ottiene la presidenza della commissione Ilaria Alpi e un posto in quella Telekom Serbia.
Dopo un po' salta fuori che tra lui e il giro di truffatori che lavorano per incastrare i leader del centro-sinistra ci sono dei punti di contatto. Quando lo scrive "Repubblica" Taormina dice: «vero sono il puparo. Mi dimetto». Ma come al solito era tutto uno scherzo.
Dagospia 23 Luglio 2004