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DAGOREPORT - CIAO CANNES, CIAO CORE! NON È CHE NON ESISTANO PIÙ I GRANDI FILM: SONO I FESTIVAL CHE NON HANNO PIÙ SENSO, “RELITTO PERFETTO” DI UN MONDO INGHIOTTITO DALLA TECNOLOGIA – QUEST’ANNO HOLLYWOOD È ASSENTE DALLA CROISETTE, SE NE FOTTE DI GIURIE E CRITICI, IMPEGNATA A COMPETERE CON SOCIAL, SERIE, GAMING, PIATTAFORME, NOTIFICHE, STREAMING PERMANENTE – CANNES OGGI RENDE MOLTISSIMO, MA GRAZIE A MODA, GIOIELLI, RED CARPET, CELEBRITY DRESSING, INFLUENCER, LUSSO E LUSSURIA PREZZOLATA; QUELLA CHE UNA VOLTA PRENDEVA IL NOME DI “MERCATO DELLA CARNE” - IL GLAMOUR UNA VOLTA ERA UNA APPENDICE DEL FESTIVAL. ORA SEMBRA LA SUA RAGIONE PRINCIPALE. MA I DIVI DOVE SONO? - IL RED CARPET PRODUCE PIÙ FLASH DEI FILM. LE MAISON COMPRANO PRESTIGIO CULTURALE. LE STAR PASSANO DA UN PRIVE' ALL’ALTRO. E ANCHE LA POLITICA RISCHIA DI DIVENTARE PARTE DELLO SPETTACOLO…

 

DAGOREPORT

FESTIVAL DI CANNES 2026

Dai fantasmi sullo schermo agli zombi di Cannes. Sulla carta è ancora, con Venezia, il centro del cinema mondiale. Nei fatti, è il “relitto perfetto” di un mondo inghiottito dalla tecnologia. Il potere si è spostato. Non sulla Croisette, ma sulle piattaforme.

 

Nel 2025, secondo Ampere Analysis, i servizi streaming hanno investito 95 miliardi di dollari in contenuti, superando per la prima volta le Tv commerciali e arrivando al 39 per cento della spesa mondiale per l’audiovisivo. È lì che oggi si decidono carriere, soldi, pubblico, algoritmi, serie, film, contratti, perfino il tempo libero degli spettatori.

 

I PROTAGONISTI DI OKJA

Cannes può ancora consacrare (forse). Ma non comanda più. La ferita si apre nel 2017, quando Netflix porta al festival ‘’Okja’’ e ‘’The Meyerowitz Stories’’. Cannes reagisce imponendo ai film in concorso l’uscita nelle sale francesi. Sembra una difesa romantica del cinema. È invece il momento in cui il Festival ammette, senza dirlo, di avere perso il controllo.

 

Da un pezzo la settima arte ha preso a funzionare secondo le leggi generali di tutte le merci e di tutti i servizi: prodotto, fatturato, consumo. Perso il suo posto privilegiato come fenomeno di cultura, trasgressore di codici dominanti, il ruolo antropologico del cinema, nel corso di un paio di decenni, si è ridotto e svuotato a una "convenzione" soggetta ai "mercati del gusto".

 

the meyerowitz stories

Le piattaforme fanno saltare il banco e saltano tutte le tappe. Arrivando direttamente nelle case, sui telefonini, negli algoritmi. Il film smette di essere un appuntamento al buio di una sala e diventa una voce in catalogo.

 

Non è che non esistano più i grandi film. È il cinema ha perso il monopolio dello sguardo (e figurati i festival, a cominciare dal più importante, Cannes, appunto). Oggi il cinema compete con tutto: social network, serie, gaming, video brevi, piattaforme, notifiche, streaming permanente. Il pubblico non aspetta più un film, lo consuma. Lo interrompe. Lo lascia a metà. Lo guarda mentre gioca a Candy Crush.

 

Anche gli attori... Beh, una volta fare televisione era considerato quasi degradante. Oggi le grandi star vogliono HBO, Netflix, Apple TV+, Amazon. Vogliono le serie perché lì trovano tempo, scrittura, personaggi, libertà, distribuzione globale.

 

 

catherine deneuve lea seydoux cannes 2026

Il cinema adulto, quello intelligente, ambiguo, difficile, si è spostato lentamente sul piccolo schermo (che in qualche caso è cresciuto a dismisura e se questa vi pare una metafora, ebbene, è il vostro sguardo).

 

In ogni caso il paradosso è feroce: proprio mentre Cannes continua a difendere la sala come ultimo tempio culturale, la parte migliore della scrittura audiovisiva quasi sempre vive altrove.

 

Hollywood nel frattempo è assente dalla Croisette, se ne fotte di giurie e critici, impegnata a finanziare soprattutto franchise, sequel, universi espansi e giganteschi giocattoli planetari. Il cinema medio, quello per adulti, è diventato troppo piccolo per gli studios e troppo costoso per gli indipendenti.

 

the irishman 8

Così Cannes combatte proprio il sistema che nel frattempo ha salvato molti degli autori che ama. Senza Netflix probabilmente Scorsese non avrebbe fatto ‘’The Irishman’’. Senza piattaforme molti registi oggi non troverebbero più budget.

 

Intanto la cittadina della Costa Azzurra per 12 giorni giusti si riempie d’altro. Il Festival ha un budget stimato intorno ai 35 milioni di euro e produce per Cannes ricadute economiche valutate in circa 200 milioni.

 

 

escort 6

Durante quei giorni hotel e ristoranti moltiplicano i prezzi, gli alberghi fanno una parte enorme del fatturato annuo, la città diventa una macchina di security, autisti, terrazze, yacht, imporchettato di eventi blindati nei privè di locali e hotel.

 

E insieme ai soldi si apre inevitabilmente anche il “mercato della carne”. Cioè le escort. Tutti fingono di non vederle ma fanno parte del paesaggio della Croisette almeno quanto le palme, i fotografi o le auto con i vetri oscurati. Cannes durante il Festival è anche un gigantesco mercato relazionale: miliardari, aspiranti modelle, influencer, manager, intermediari, lusso sessualizzato, corpi trattati come estensioni dello status.

 

E quello porta il transex a cena. E quell'altra se la fa con la moglie del suo amante. La biancheria che è tutto fuorché intima. La coca usata per scambiarsi le fidanzate. Insomma, la notte della Croisette spesso assomiglia più a Pigalle che alla Nouvelle Vague. Bonjour Stronzesse...

 

SYDNEY SWEENEY LECCA IL GELATO - TERZA STAGIONE EUPHORIA - 2

Torniamo a noi, agli affari, va detto che a Cannes in contemporanea, praticamente, c’è il ‘’Marché du Film’’, il ventre commerciale del Festival. Nel 2026 corre dal 12 al 20 maggio e dichiara 15 mila professionisti, 4 mila film e progetti, 250 eventi, 1.500 proiezioni e operatori da 140 Paesi.

 

Cannes resta ancora il più grande mercato del cinema al mondo. Ma oggi cosette allegre tipo Crisi dei Valori, Perdita del Centro, Disagio della Civiltà, Eclissi del Sacro, Crepuscolo della Sinistra, Fine dell'Umanesimo, Agonia dell'Individuo, Deriva della Cultura, Scacco della Ragione, Fallimento della Storia, Reificazione della Vita, sono veleno per le piattaforme in preda all’”Euphoria” in modalità “Only Fans”.

 

 

festival di cannes 2025 2

Fuori dalle sale, invece, i soldi sono visibilissimi. Nel 2025 Cannes ha generato 1,1 miliardi di dollari di Media Impact Value, cioè valore pubblicitario prodotto da stampa, web e social. Chopard da sola avrebbe generato 27,7 milioni di dollari di impatto mediatico; Dior 25,9 milioni. Così, giusto per citare un paio di brand.

 

Il Festival oggi rende moltissimo, ma sempre meno grazie ai film e sempre più grazie a moda, gioielli, red carpet, celebrity dressing, influencer, lusso e lussuria prezzolata; quella che una volta prendeva il nome di zoccolaggine.

 

 

rodrigo sorogoyen victoria luengo javier bardem cannes 2026

È qui che Cannes perde fascino. Non perché sia povero. Piuttosto perché è troppo ricco di cose che non sono cinema. Il glamour una volta sembrava una conseguenza del Festival. Ora sembra la sua ragione principale. Il red carpet produce più attenzione dei film. Le maison comprano prestigio culturale. Le star passano da una terrazza all’altra. E anche la politica rischia di diventare parte dello spettacolo.

 

Persino il coraggioso discorso di Javier Bardem su Gaza, Trump, Netanyahu, Putin, le blacklist e la paura di parlare sembra ormai assorbita dal sistema prima ancora di ferirlo. Bardem dice cose dure, Cannes le rilancia, i social le triturano, i giornali le riprendono, il Festival guadagna un’altra giornata di centralità.

javier bardem el ser querido

 

La contestazione non rompe la macchina: la alimenta.

Il regista d’antan Ken Loach del resto ha detto: “Negli anni ’90 pensavamo che non avremmo mai più rivisto il fascismo, ci sbagliavamo perché oggi il fascismo ha ripreso la sua marcia e questa volta non arriva con gli stivali militari ma con l’aspetto di un nostro amico”.

 

 

ken loach

Quel che dice Loach non riguarda solo la politica, ma il potere stesso nel modo in cui si presenta: seduttivo, glamour, rassicurante, perfino apparentemente progressista. Non impone. Assorbe. Trasforma tutto in flusso, perfino la critica, soprattutto la critica.

 

Anche il cinema rischia la stessa fine. Perché quando il denaro smette di produrre opere e comincia a produrre soltanto valore finanziario, visibilità, controllo, branding, inevitabilmente cambia natura. La creatività è una forma di energia collettiva. Se non viene investita nella costruzione di film, idee, arte, linguaggio, cultura, finisce da un’altra parte. E spesso finisce nella competizione più primitiva: potenza, dominio, guerra.

 

mega yacht

Bardem ha ragione quando dice che ormai gli stati sembrano fare a gara “a chi ce l’ha più grosso”. È l’immagine perfetta di un capitalismo che ha perso qualunque immaginazione creativa e ha trasformato la forza economica in esibizione muscolare.

 

Vale per la geopolitica, ma in fondo vale anche per Cannes: yacht più grandi, diamanti più grandi, piattaforme più grandi, franchise più grandi, algoritmi più grandi. Tutto cresce tranne il rischio artistico.

 

demi moore

E adesso arriva l’intelligenza artificiale. Non più come minaccia lontana, ma come voce ufficiale del programma. Il Marché 2026 ha rafforzato le sezioni su AI, virtual production, creator economy e immersive storytelling.

 

Cannes non osserva più soltanto il cambiamento: prova a monetizzarlo. Intanto, Demi Moore - giurata che in questo Festival più si veste e più sparisce - dice che combattere l’AI è “una battaglia che perderemo”.

 

Cannes non è finito. Sarebbe troppo facile dirlo. È ancora ricco, potente, desiderato, fotografato. Ma non è più rilevante. No, non è più il posto dove il mondo va a capire sé stesso e dove andrà a sbattere.

 

Forse è questo il punto più malinconico. Cannes continua a celebrare il cinema mentre tutto intorno sembra avere smesso di credere davvero nella sua necessità. E allora il Festival aumenta il lusso, aumenta il rumore, aumenta la visibilità, aumenta le luci. Come se la spettacolarizzazione potesse compensare la perdita.

 

cast di gentle monster

Ma il problema è che il cinema non vive di esposizione. Vive di opere. Vive di tempo. Vive di attenzione. Vive di persone disposte ancora a fermarsi davanti a qualcosa che non sia soltanto consumo. Se perdi quello, non perdi solo un Festival.

Perdi la capacità di immaginare qualcosa che non sia mercato, algoritmo o forza.

 

E quando una società smette di trasformare il denaro in creatività, quasi sempre comincia a trasformarlo in brama di potere e consenso. E quella trova sempre una platea che ormai vive nel rincoglionimento perpetuo...

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