BONCO-STORY/22 - AVVENTURE DI UN JAZZAROLO FOGGIANO E DI UN INDOLENTE ARETINO A CASA MARZOTTO: "NATURALOTTO, SE VESTI MARZENTE." - RAFFA RICORDA GIANNI L'AUTORE DEL 'TUCA TUCA'.

Stefano Di Michele per Il Foglio


Il jazzarolo foggiano e l'indolente aretino fecero insieme diversi spot - parola che a quel tempo fortunatamente nemmeno esisteva. "Ancora oggi io e Gianni abbiamo nel nostro guardaroba una quarantina di vestiti Marzotto che abbiamo messo solo per i caroselli e che non abbiamo mai avuto il coraggio di regalare. Ci inventammo, per quella campagna, anche uno slogan che finì male. Noi avremmo dovuto dire, come codino finale: naturalmente, vesto Marzotto. Invece dicevamo: naturalotto, se vesti Marzente.

(Gianni Boncompagni)


Questa idea meravigliosa non ebbe fortuna. La vecchia contessa Marzotto si lamentò: ma come, adesso tutti mi chiamano contessa Marzente? Com'è possibile, il nome dei Marzotto, noi che a Valdagno abbiamo edificato. Una sera fummo invitati a cena dai Marzotto. Io e Gianni andammo in macchina, e prima di Vicenza incontrammo una nebbia terrificante, talmente forte che a turno uno di noi usciva dalla macchina e conduceva l'altro: avanti, attento, guarda la striscia, dritto, sterza. Proprio come Totò e Peppino.

Facemmo gli ultimi dieci chilometri finali, prima di arrivare alla villa dei Marzotto, con l'atteggiamento dei parcheggiatori. Naturalmente, poi Gianni esagerò con i padroni di casa tutta l'avventura. Fissò Pietro Marzotto, e con aria sfinita e seria lo informò: abbiamo trovato una nebbia così fitta che non si vedeva il volante".

(Pietro Marzotto)


"Da un punto di vista sentimentale, Gianni è uno assolutamente fedele. Siamo stati insieme quasi undici anni, un lungo matrimonio. Una cosa che veramente ci univa era l'ironia e l'autoironia. Lui è stato presente anche nei miei momenti di paura e di stanchezza. Un bel compagno nella mia vita, ci siamo aiutati e sostenuti a vicenda. Alla fine ci siamo separati solo per un fatto di distanze, ero sempre lontana, avevo un grande successo in Spagna con le sue canzoni, poi in America Latina. Questo ha fatto sì che ci fosse un distacco inevitabile.

Quando non c'ero, Gianni si filmava a casa con una telecamera, mi raccontava a modo suo la sua solitudine: tu lontana, io qui da solo. Vedevo questa registrazione e piangevo per due giorni. Non per la tristezza, ma per le risate: era divertentissimo. Abitiamo ancora di fronte, nello stesso condominio. A volte ci incontriamo giù in giardino.

(Sergio Japino e Raffaella Carrà-f.Frezza/LaFata)


Che fai?, gli chiedo. Una volta mi ha risposto: sto pensando di mettere una telecamera in casa mia. Tutto questo ci tiene legati con un altro tipo di affetto. Per sempre. Anche con Sergio Japino è la stessa cosa. Gli voglio molto bene, a Gianni". Boncompagni: "Ho scritto tutte, ma tutte le canzoni di Raffaella, dal 'Tuca Tuca' a 'Ma che musica maestro' a 'Com'è bello far l'amore da Trieste in giù'.



Tutte le canzoni che lei ha cantato le ho scritte io, e mi rendono ancora un sacco di soldi dopo trent'anni. Lei è una specie di icona gay, le sue canzoni sono ormai degli inni. In Germania abbiamo fatto tre o quattro cose di enorme successo, in Spagna, in Sudamerica.".

Raffaella: "Gianni non ha più avuto un vero successo commerciale da quando le sue canzoni non le ha più cantate la sottoscritta. E viceversa, da quando le canzoni non me le ha più scritte lui".

(Michele Cuccuzza e Raffaella Carrà-U.Pizzi)


C'è una canzone di Boncompagni che la Carrà non ha mai cantato in Italia. "Si intitola 'Il presidente': la storia di una ragazza che incontra un presidente a un ballo e tutta la sera balla con lui, in mezzo a tantissime personalità. La mattina si sveglia, apre il giornale e lo vede in manette. Mi è sembrato che ci potesse essere un riferimento a questo o a quell'altro personaggio. C'è sempre un presidente a rischio. Così non l'ho mai cantata nel nostro paese".

22 - Continua


Dagospia 11 Agosto 2004