PANERAI ("MF") BASTONA BONIFACI ("IL TEMPO") E CALTAGIRONE ("IL MESSAGGERO")
"LA ROZZEZZA CHE CARATTERIZZA I NUOVI PADRONI DEI GIORNALI E' INEGUAGLIABILE"
L'IRA DI BECHIS, DIR. DE "IL TEMPO": "LA LIBERTÀ DI "MF" LA CONOSCO BENE..."
"LA ROZZEZZA CHE CARATTERIZZA I NUOVI PADRONI DEI GIORNALI E' INEGUAGLIABILE"
L'IRA DI BECHIS, DIR. DE "IL TEMPO": "LA LIBERTÀ DI "MF" LA CONOSCO BENE..."
Guerre di carte sull'asse Milano-Roma. L'assalto alla Galassia del Nord non poteva non coinvolgere Sua Maestà l'informazione. Che prende posizione, carica il bazooka e fa fuoco. Da una parte gli "Impresentabili" der Cupolone che vogliono schienare quel capitalismo senza capitali che fa il bello e il brutto tempo, senza pagare mai dazio. Dall'altra, gli "Arroganti" a misura Duomo che rivendicano il diritto divino di decidere chi può far parte del salotto buono del Potere, scartabellando Tangentopoli e certificati penali dei nuovi arricchiti.
Sabato, sciopero generale della stampa permettendo, il tempo a disposizione per leggere con attenzione l'editoriale di Paolo Panerai - "Orsi & Tori" su Milano Finanza - c'era tutto. E di più. Perché il terribile editore del Gruppo Glass non ha certo lesinato bastonate e staffilate alla Razza Mattona, passando anche per De Benedetti. Ecco un bignamino:
- "Domenico Bonifaci, pubblica "Il Tempo", il giornale che ha sede di fronte a palazzo Chigi; è salito alle cronache non tanto per aver costruito migliaia di appartamenti ma per essere il protagonista della cosiddetta "Provvista Bonifaci", cioè le centinaia di miliardi neri e cash con cui fu consumata la più grossa corruzione prima di Tangentopoli, l'affare Enimont, cioè la fusione della chimica morta di Montedison e quella dell'Eni".
- "Il più tosto, anzi tostissimo, colui che chiama dal telefono sul comodino i suoi direttori per dettargli i titoli, che conduce da due mesi sul Messaggero contro la società Autostrade dei suoi ex soci Benetton perché una delle sue numerose società quotate in borsa, la Vianini lavori, non ha ottenuto l'appalto del tratto autostradale che desiderava, si chiama Francesco Gaetano Caltagirone.
Panerai continua la demolizione del Colosseo della Magna Rozzezza sottolineando che "molte delle cene dei salotti buoni romani sono a pagamento: nel senso che chi le organizza si fa pagare per far incontrare questo e quello e che i padroni dei giornali sono fra i più solleciti nei pagamenti. Quindi ricorda a Caltagirone, che di recente ha scippato Rosario Dimito a Milano Finanza, che "le minacce di svuotarci la redazione che alcuni nuovi padroni di giornali lanciano ogni giorno con stipendi pari a due, tre volte quelli che possiamo pagare noi, non ci preoccupano."
La risposta al massacro di Panerai ("La rozzezza che caratterizza i nuovi padroni dei giornali e' ineguagliabile") è arrivata tosta, a firma Franco Bechis, ex Milano Finanza, oggi direttore de "Il Tempo" di Bonifaci. Eccola:
PANERAI? BECCATI BECHIS!
Franco Bechis per Il Tempo
Se un affare si fa a Milano, profuma di ciclamino. Se lo stesso identico affare avviene a Roma, è mistero e fango. Attorno a questo pregiudizio vecchio e sciocco si è sgretolata da anni la città che autorivendicava lo status di capitale morale d'Italia. La lezione offerta dalla storia sembra non sia stata così utile. Da qualche mese ha rialzato la testa quel vecchio mondo che con i cerotti teneva in piedi la finanza italiana grazie a diritti ereditari ormai incomprensibili e a patti leonini siglati nelle varie Mediobanca, Generali, Intesa, Rcs, etc...
Pur avendone combinate negli anni più di Bertoldo e infischiandosene di qualsiasi regola dei vari codici, quel mondo all'improvviso si è spaventato, quasi terrorizzato. Anzi, si è sentito minacciato dal vedere arrivare a scombinare quelle regole di carta l'unico protagonista sconosciuto: il denaro.
Già, perché con i loro patti e contropatti grazie a cui con due centesimi si assicuravano il possesso di beni che valevano mille volte tanto, si sono sentiti improvvisamente mancare la terra sotto i piedi. Il denaro. Quello arrivato dal settore che più è cresciuto in questi anni: l'immobiliare. Protagonisti alcuni già da anni, come Francesco Gaetano Caltagirone e Domenico Bonifaci, editore di questo giornale. O imprenditori più giovani, come i vari Stefano Ricucci, Giuseppe Statuto e Danilo Coppola. Hanno i soldi. E comprano azioni.
Semplice, direste voi. Non per un mondo che quelle azioni per una vita ha pesato, scambiato, prestato, affittato. Mai comprato. Allora di fronte all'imprevisto, qualcuno con i soldi che comprava, mica hanno messo mano al portafoglio per difendersi con la stessa logica. No, hanno gettato fiumi di fango sui loro nuovi concorrenti. Li hanno bollati come «palazzinari» o «speculatori».
Hanno gettato insinuazioni pesanti sulla provenienza di quei soldi. Hanno usato come una clava i loro giornali. Testate importanti come il Corriere della Sera e il Sole 24 Ore. Testate minori come MF-Milano Finanza. Da quelle colonne sono partite lunghissime prediche, scandalizzati articoli di fondo, considerazioni un po' idiote e ipocrite. Il solito elenco ormai monotono è apparso ieri anche nell'articolo di fondo di Milano Finanza, a firma del suo editore-direttore, Paolo Panerai.
La predica questa volta, fra un insulto e l'altro (anche personale, perché non fa differenza attaccare l'editore o il suo direttore), riguardava la libertà di stampa che conosco bene anche dal versante di quel giornale, avendoci lavorato molti anni. La bandiera della libertà è una delle più stiracchiate e impolverate nella nostra categoria. La stampa oggi dipende dai suoi editori, dai suoi lettori, e in gran parte dalle entrate pubblicitarie. Il gruppo Class-Milano Finanza non fa eccezione a questa regola.
Pur fondato da giornalisti, è riuscito a stare sul mercato arraggiandosi come poteva. Qualche volta è stato d'aiuto il generoso rapporto (anche societario) con la Banca di Roma, altre volte con il mondo politico (da Paolo Cirino Pomicino in poi) che controllava le leve della pubblicità attraverso i minimi garantiti del gruppo Seat-Mmp. Altre volte ancora piegandosi alle ragioni degli inserzionisti. Una libertà vigilata, come quella di tutti noi in questo settore.
Ben sapendo questa condizione, non mi verrebbe mai in testa di fare predicozzi a chicchessia. Sono anche poco intelligenti. Perché talvolta si ondeggia anche in questi predicozzi. E l'amico difeso un giorno (ad esempio Antonio Fazio) per ragioni non sempre ideali diventa qualche settimana dopo, per le stesse ragioni pratiche, l'obiettivo di furiosi strali. Poco intelligente, appunto.
Come poco intelligente da parte di quelle stesse testate utilizzate come clava non capire che il mondo sta cambiando. E che i soldi oggi si contano, non si pesano più. È un bene anche per chi vende, magari i suoi piccoli risparmi. Raccontare a queste migliaia di risparmiatori che il loro destino è ancora nelle mani di quei vecchi dinosauri che li hanno sempre sbranati, farà anche fine e consentirà per qualche tempo di partecipare al cocktail giusto e di salire sulla barca che conta durante il week end. Ma alla fine farà affogare tutti insieme.
Dagospia 19 Giugno 2005
Sabato, sciopero generale della stampa permettendo, il tempo a disposizione per leggere con attenzione l'editoriale di Paolo Panerai - "Orsi & Tori" su Milano Finanza - c'era tutto. E di più. Perché il terribile editore del Gruppo Glass non ha certo lesinato bastonate e staffilate alla Razza Mattona, passando anche per De Benedetti. Ecco un bignamino:
- "Domenico Bonifaci, pubblica "Il Tempo", il giornale che ha sede di fronte a palazzo Chigi; è salito alle cronache non tanto per aver costruito migliaia di appartamenti ma per essere il protagonista della cosiddetta "Provvista Bonifaci", cioè le centinaia di miliardi neri e cash con cui fu consumata la più grossa corruzione prima di Tangentopoli, l'affare Enimont, cioè la fusione della chimica morta di Montedison e quella dell'Eni".
- "Il più tosto, anzi tostissimo, colui che chiama dal telefono sul comodino i suoi direttori per dettargli i titoli, che conduce da due mesi sul Messaggero contro la società Autostrade dei suoi ex soci Benetton perché una delle sue numerose società quotate in borsa, la Vianini lavori, non ha ottenuto l'appalto del tratto autostradale che desiderava, si chiama Francesco Gaetano Caltagirone.
Panerai continua la demolizione del Colosseo della Magna Rozzezza sottolineando che "molte delle cene dei salotti buoni romani sono a pagamento: nel senso che chi le organizza si fa pagare per far incontrare questo e quello e che i padroni dei giornali sono fra i più solleciti nei pagamenti. Quindi ricorda a Caltagirone, che di recente ha scippato Rosario Dimito a Milano Finanza, che "le minacce di svuotarci la redazione che alcuni nuovi padroni di giornali lanciano ogni giorno con stipendi pari a due, tre volte quelli che possiamo pagare noi, non ci preoccupano."
La risposta al massacro di Panerai ("La rozzezza che caratterizza i nuovi padroni dei giornali e' ineguagliabile") è arrivata tosta, a firma Franco Bechis, ex Milano Finanza, oggi direttore de "Il Tempo" di Bonifaci. Eccola:
PANERAI? BECCATI BECHIS!
Franco Bechis per Il Tempo
Se un affare si fa a Milano, profuma di ciclamino. Se lo stesso identico affare avviene a Roma, è mistero e fango. Attorno a questo pregiudizio vecchio e sciocco si è sgretolata da anni la città che autorivendicava lo status di capitale morale d'Italia. La lezione offerta dalla storia sembra non sia stata così utile. Da qualche mese ha rialzato la testa quel vecchio mondo che con i cerotti teneva in piedi la finanza italiana grazie a diritti ereditari ormai incomprensibili e a patti leonini siglati nelle varie Mediobanca, Generali, Intesa, Rcs, etc...
Pur avendone combinate negli anni più di Bertoldo e infischiandosene di qualsiasi regola dei vari codici, quel mondo all'improvviso si è spaventato, quasi terrorizzato. Anzi, si è sentito minacciato dal vedere arrivare a scombinare quelle regole di carta l'unico protagonista sconosciuto: il denaro.
Già, perché con i loro patti e contropatti grazie a cui con due centesimi si assicuravano il possesso di beni che valevano mille volte tanto, si sono sentiti improvvisamente mancare la terra sotto i piedi. Il denaro. Quello arrivato dal settore che più è cresciuto in questi anni: l'immobiliare. Protagonisti alcuni già da anni, come Francesco Gaetano Caltagirone e Domenico Bonifaci, editore di questo giornale. O imprenditori più giovani, come i vari Stefano Ricucci, Giuseppe Statuto e Danilo Coppola. Hanno i soldi. E comprano azioni.
Semplice, direste voi. Non per un mondo che quelle azioni per una vita ha pesato, scambiato, prestato, affittato. Mai comprato. Allora di fronte all'imprevisto, qualcuno con i soldi che comprava, mica hanno messo mano al portafoglio per difendersi con la stessa logica. No, hanno gettato fiumi di fango sui loro nuovi concorrenti. Li hanno bollati come «palazzinari» o «speculatori».
Hanno gettato insinuazioni pesanti sulla provenienza di quei soldi. Hanno usato come una clava i loro giornali. Testate importanti come il Corriere della Sera e il Sole 24 Ore. Testate minori come MF-Milano Finanza. Da quelle colonne sono partite lunghissime prediche, scandalizzati articoli di fondo, considerazioni un po' idiote e ipocrite. Il solito elenco ormai monotono è apparso ieri anche nell'articolo di fondo di Milano Finanza, a firma del suo editore-direttore, Paolo Panerai.
La predica questa volta, fra un insulto e l'altro (anche personale, perché non fa differenza attaccare l'editore o il suo direttore), riguardava la libertà di stampa che conosco bene anche dal versante di quel giornale, avendoci lavorato molti anni. La bandiera della libertà è una delle più stiracchiate e impolverate nella nostra categoria. La stampa oggi dipende dai suoi editori, dai suoi lettori, e in gran parte dalle entrate pubblicitarie. Il gruppo Class-Milano Finanza non fa eccezione a questa regola.
Pur fondato da giornalisti, è riuscito a stare sul mercato arraggiandosi come poteva. Qualche volta è stato d'aiuto il generoso rapporto (anche societario) con la Banca di Roma, altre volte con il mondo politico (da Paolo Cirino Pomicino in poi) che controllava le leve della pubblicità attraverso i minimi garantiti del gruppo Seat-Mmp. Altre volte ancora piegandosi alle ragioni degli inserzionisti. Una libertà vigilata, come quella di tutti noi in questo settore.
Ben sapendo questa condizione, non mi verrebbe mai in testa di fare predicozzi a chicchessia. Sono anche poco intelligenti. Perché talvolta si ondeggia anche in questi predicozzi. E l'amico difeso un giorno (ad esempio Antonio Fazio) per ragioni non sempre ideali diventa qualche settimana dopo, per le stesse ragioni pratiche, l'obiettivo di furiosi strali. Poco intelligente, appunto.
Come poco intelligente da parte di quelle stesse testate utilizzate come clava non capire che il mondo sta cambiando. E che i soldi oggi si contano, non si pesano più. È un bene anche per chi vende, magari i suoi piccoli risparmi. Raccontare a queste migliaia di risparmiatori che il loro destino è ancora nelle mani di quei vecchi dinosauri che li hanno sempre sbranati, farà anche fine e consentirà per qualche tempo di partecipare al cocktail giusto e di salire sulla barca che conta durante il week end. Ma alla fine farà affogare tutti insieme.
Dagospia 19 Giugno 2005