ARCHEO - QUANDO L'ITALIA AVEVA LA BUSSOLA: LA DIETRICH PISCIAVA NEL SECCHIELLO DEL GHIACCIO, SINATRA NON PAGAVA LO CHAMPAGNE, GINO PAOLI GRIDAVA "BORGHESI DI MERDA", DE ANDRE' PRO-POTERE OPERAIO, ROMANO MUSSOLINI SPUTACCHIATO.
Edmondo Berselli per La Repubblica
Cinquant'anni dopo la serata dell'inaugurazione, avvenuta fra le note martellanti di Caravan Petrol venerdì 2 luglio 1955, a dire Bussola torna in mente un'immagine dell'Italia felix. Il boom, la Versilia, l'aria dolce che scende dalle Apuane. Inevitabile, la rivalità con la Capannina di Franceschi a Forte dei Marmi. In ogni caso, un set che sembra pensato per classici esercizi di nostalgia e di revival.
Perché allora c'era l'ottimismo. La certezza che in un'estate alla Bussola potevano passare gli idoli dello spettacolo mondiale, la vocalissima cantante nera Shirley Bassey o il trombettista Chet Baker, e che magari una sera si poteva assistere alla collera furiosa di Frank c, offeso a morte perché qualcuno gli aveva presentato il conto dello champagne.
In modo appena più provinciale, per la vipperia di allora, per i rotocalchi, per la tv, la Bussola, ossia il locale di Sergio Bernardini alle Focette di Viareggio, è stata soprattutto il santuario in cui si manifestava il culto, anzi l'idolatria, per Mina. Su quel palco la Tigre aveva esordito, di straforo, "per scommessa", nell'estate del 1958, cantando Un'anima pura, dopo l'interpretazione ufficiale e romantica di Don Marino Barreto junior.
In seguito, al culmine della fama (la cronaca è di Silvio Bertoldi) «appariva verso le undici di sera nel fascio di luce del riflettore puntato su di lei e la sala piombava nel silenzio, in attesa dell'inizio del rito. dava il via alle canzoni, abbandonandosi come all'abbraccio d'un amante, consumandosi, spossata, terminando stravolta da un raptus, con due o tre chili persi, mentre gli applausi diventavano urla da stadio.».
Per capire la Bussola, occorre riandare al tempo in cui l'Italia riprendeva a cercare una sua gioia di vivere, dopo la guerra e la ricostruzione. In quel clima, nel profumo dei pini marittimi, l'esibizione di Mina era un evento da delirio: centinaia di auto che si accatastavano sulla litoranea, folle di cinquantenni sudati. Quando ricompare alla Bussola nel 1978, per celebrare i vent'anni di carriera, accompagnata da fenomenali clamori, è quasi deforme, avviluppata in un peplo nero lungo fino ai piedi: una dea divenuta donna per punizione, «bersagliata dai flash di cento fotografi, straziata dalle urla e dagli squittii di una pattuglia di adoratori-gay... ». Quella volta quasi non ce la fa, finisce stravolta dalla fatica, la riportano nel camerino quasi a braccia.
Per ricordare la Bussola, Marco Bernardini, giornalista di Tuttosport, ex Gazzetta del popolo, ma soprattutto nipote del Bernardini deus ex machina di quel mitologico locale, ha appena pubblicato un libro, Li abbiamo fatti cantare (Robin Edizioni, 224 pagine, 10 euro), che ripercorre la storia della famiglia Bernardini. Sergio Bernardini, animatore delle notti italiane: «Che poi, per dirla come veramente è il suo nome non era neanche Sergio. Carta d'identità alla mano, Antonio Bernardini, nato a Parigi». Il fatto è che i suoi genitori, Italo e Virginia, erano stati assunti dalla famiglia Lumière come giardiniere e tata, e il medico e il prete si erano trovati d'accordo, a dispetto delle intenzioni di mamma e papà, sull'idea che tutti gli italiani si dovessero chiamare Antonio.
Comunque dev'essere un segno del destino nascere nel 1925 nella casa dei padri del cinematografo, e più tardi ricevere gli oroscopi del chitarrista Peter Van Wood, «pianeti ottimi tutti dalla tua parte». È così che in quel 2 luglio a metà degli anni Cinquanta si accende l'insegna della Bussola, millecinquecento persone in sala, «la madre di tutte le estati» che comincia, e lentamente, grazie anche all'ingaggio di Renato Carosone per la cifra stratosferica di centosessantamila lire a serata, si avvia anche l'epoca fatata degli smoking bianchi e neri, con le signore rigorosamente in lungo, e il cavalier Angelo Moratti, tutto grandeur meneghina, pronto a ordinare un'altra bottiglia di champagne.
Alla Bussola avviene più o meno di tutto. Succede che il finto duro Fred Buscaglione si disamora della moglie Fatima, la ragazza del tirassegno, e perde la testa per la bellissima Scilla Gabel, «che bambola!», prima di schiantarsi con la sua Thunderbird rosa alle quattro del mattino contro un camion di mattoni. Oppure che il nuovo talento Peppino Di Capri faccia innamorare la bruna Roberta sulle note della canzone omonima, mentre tutt'attorno nascono storie, unioni, matrimoni: «Felice Riva e Luisella. Massimo Moratti e Milly. Giancarlo Antognoni e Rita. Adriano Panatta e Rosaria. Alida Chelli e il conte Agusta. Pavarotti e Adua». A cui va aggiunto almeno l'amour fou tra Gino Paoli e la giovanissima Stefania Sandrelli («Mi venne un colpo quando, dopo, mi confessò che aveva appena sedici anni.»).
Se poi si vogliono exploit divistici, scene madri, gigionerie, canagliate da artista, colpi di teatro, ce n'è un repertorio infinito. Domenico Modugno che pretende gli sia triplicato l'ingaggio, perché si è svenato per un quadro da collezione. Lady Patachou, la cantante che viene dai cabaret di Montmartre, che cantando Le foglie morte scende in sala munita di forbici e comincia a tagliare le cravatte di seta ai cumènda. Sandie Shaw che nella serata di compleanno della signora Ferragamo invita tutti a buttare via le scarpe. Il compresissimo Paoli che, snobbato dai clienti seduti sugli sgabelli del bar in fondo alla sala, dopo la celebre e dolorosa Ne me quitte pas di Jacques Brel, esplode in una serie violentissima di insulti verso tutti loro, «borghesi di merda».
Se volete la politica, ecco il pianista Romano Mussolini, raccomandato da Sophia Loren e Carlo Ponti per «la festa hollywoodiana che la Bussola aveva regalato loro il giorno del loro fidanzamento», a cui sputano in faccia augurandogli di fare la fine del padre Benito. De Andrè che chiede di ufficializzare che una parte del suo compenso andrà a sostegno di Potere operaio. C'è anche la tragedia, la notte di San Silvestro del 1968, allorché fra urla, spintoni, schiaffi, lanci di sassi e cariche della polizia viene ferito da un colpo di pistola e rimarrà paralizzato per sempre, il giovane Soriano Ceccanti (che a distanza di tempo conquisterà una medaglia nella spada alle para-Olimpiadi di Atlanta). Per chi ama gli show eccentrici, ecco Mogol e Lucio Battisti che appaiono accompagnati da due cavalli, uno bianco e uno nero (e dal palco della Bussola, prima di riprendere la cavalcata verso Roma, il "maestro solitario" annuncerà il suo totale ritiro dalla scene).
Ma l'evento memorabile, un colpo di genio da diva irripetibile, coincide con il debutto italiano di Marlene Dietrich. «A parte il fatto», scrive l'autore Bernardini, «che, tre ore prima dello spettacolo, Sergio fu costretto a chiamare un decoratore per far ridipingere l'intero camerino in colore amaranto altrimenti la grande star non sarebbe entrata», il clou arriva subito prima di andare in scena, quando l'Angelo azzurro reclama «una frappeuse», un secchiello pieno di ghiaccio fino all'orlo: glielo porta ansimante un cameriere, con dentro una bottiglia di Veuve Clicquot. Bussa trafelato alla porta del camerino: «la Dietrich apre, afferra la frappeuse, tira via la bottiglia di champagne e la scaraventa via, poggia il cestello di metallo in terra, solleva la gonna, si abbassa le mutandine e fa la pipì in quell'incredibile pappagallo improvvisato».
Una trovata degna di un'allieva di Josef von Sternberg, un colpo di scaramanzia cinica degno di un Kabarett weimariano realizzato nel cuore della dolce Versilia. Eppure la Bussola ha conosciuto davvero come regina soltanto Mina. La divina. O invece la scapestrata dal cuore d'oro capace di litigare con il suo manager Elio Gigante perché questi aveva multato il chitarrista dell'orchestra, che aveva la febbre e non riusciva a suonare come doveva. Era una chiara ingiustizia. «Si scannano, lei e Gigante, per un'ora. Alla sera Mina è puntualmente sul palco e, dopo il solito trionfo, in camerino trova un mazzo di rose rosse accompagnato da un bigliettino con le firme di tutti gli orchestrali».
È una di quelle storie che sarebbero piaciute a Bernardini, Antonio detto Sergio, morto nel 1993. Ma storie che mostrano anche un paese in parte ingenuo, e in parte crocevia del mondo. E dove una serata con Ella Fitzgerald o Louis Armstrong, ma anche con Xavier Cougat e Abbe Lane, induceva a pensare che davvero l'estate di quella passione non sarebbe finita mai.
Dagospia 05 Luglio 2005
Cinquant'anni dopo la serata dell'inaugurazione, avvenuta fra le note martellanti di Caravan Petrol venerdì 2 luglio 1955, a dire Bussola torna in mente un'immagine dell'Italia felix. Il boom, la Versilia, l'aria dolce che scende dalle Apuane. Inevitabile, la rivalità con la Capannina di Franceschi a Forte dei Marmi. In ogni caso, un set che sembra pensato per classici esercizi di nostalgia e di revival.
Perché allora c'era l'ottimismo. La certezza che in un'estate alla Bussola potevano passare gli idoli dello spettacolo mondiale, la vocalissima cantante nera Shirley Bassey o il trombettista Chet Baker, e che magari una sera si poteva assistere alla collera furiosa di Frank c, offeso a morte perché qualcuno gli aveva presentato il conto dello champagne.
In modo appena più provinciale, per la vipperia di allora, per i rotocalchi, per la tv, la Bussola, ossia il locale di Sergio Bernardini alle Focette di Viareggio, è stata soprattutto il santuario in cui si manifestava il culto, anzi l'idolatria, per Mina. Su quel palco la Tigre aveva esordito, di straforo, "per scommessa", nell'estate del 1958, cantando Un'anima pura, dopo l'interpretazione ufficiale e romantica di Don Marino Barreto junior.
In seguito, al culmine della fama (la cronaca è di Silvio Bertoldi) «appariva verso le undici di sera nel fascio di luce del riflettore puntato su di lei e la sala piombava nel silenzio, in attesa dell'inizio del rito. dava il via alle canzoni, abbandonandosi come all'abbraccio d'un amante, consumandosi, spossata, terminando stravolta da un raptus, con due o tre chili persi, mentre gli applausi diventavano urla da stadio.».
Per capire la Bussola, occorre riandare al tempo in cui l'Italia riprendeva a cercare una sua gioia di vivere, dopo la guerra e la ricostruzione. In quel clima, nel profumo dei pini marittimi, l'esibizione di Mina era un evento da delirio: centinaia di auto che si accatastavano sulla litoranea, folle di cinquantenni sudati. Quando ricompare alla Bussola nel 1978, per celebrare i vent'anni di carriera, accompagnata da fenomenali clamori, è quasi deforme, avviluppata in un peplo nero lungo fino ai piedi: una dea divenuta donna per punizione, «bersagliata dai flash di cento fotografi, straziata dalle urla e dagli squittii di una pattuglia di adoratori-gay... ». Quella volta quasi non ce la fa, finisce stravolta dalla fatica, la riportano nel camerino quasi a braccia.
Per ricordare la Bussola, Marco Bernardini, giornalista di Tuttosport, ex Gazzetta del popolo, ma soprattutto nipote del Bernardini deus ex machina di quel mitologico locale, ha appena pubblicato un libro, Li abbiamo fatti cantare (Robin Edizioni, 224 pagine, 10 euro), che ripercorre la storia della famiglia Bernardini. Sergio Bernardini, animatore delle notti italiane: «Che poi, per dirla come veramente è il suo nome non era neanche Sergio. Carta d'identità alla mano, Antonio Bernardini, nato a Parigi». Il fatto è che i suoi genitori, Italo e Virginia, erano stati assunti dalla famiglia Lumière come giardiniere e tata, e il medico e il prete si erano trovati d'accordo, a dispetto delle intenzioni di mamma e papà, sull'idea che tutti gli italiani si dovessero chiamare Antonio.
Comunque dev'essere un segno del destino nascere nel 1925 nella casa dei padri del cinematografo, e più tardi ricevere gli oroscopi del chitarrista Peter Van Wood, «pianeti ottimi tutti dalla tua parte». È così che in quel 2 luglio a metà degli anni Cinquanta si accende l'insegna della Bussola, millecinquecento persone in sala, «la madre di tutte le estati» che comincia, e lentamente, grazie anche all'ingaggio di Renato Carosone per la cifra stratosferica di centosessantamila lire a serata, si avvia anche l'epoca fatata degli smoking bianchi e neri, con le signore rigorosamente in lungo, e il cavalier Angelo Moratti, tutto grandeur meneghina, pronto a ordinare un'altra bottiglia di champagne.
Alla Bussola avviene più o meno di tutto. Succede che il finto duro Fred Buscaglione si disamora della moglie Fatima, la ragazza del tirassegno, e perde la testa per la bellissima Scilla Gabel, «che bambola!», prima di schiantarsi con la sua Thunderbird rosa alle quattro del mattino contro un camion di mattoni. Oppure che il nuovo talento Peppino Di Capri faccia innamorare la bruna Roberta sulle note della canzone omonima, mentre tutt'attorno nascono storie, unioni, matrimoni: «Felice Riva e Luisella. Massimo Moratti e Milly. Giancarlo Antognoni e Rita. Adriano Panatta e Rosaria. Alida Chelli e il conte Agusta. Pavarotti e Adua». A cui va aggiunto almeno l'amour fou tra Gino Paoli e la giovanissima Stefania Sandrelli («Mi venne un colpo quando, dopo, mi confessò che aveva appena sedici anni.»).
Se poi si vogliono exploit divistici, scene madri, gigionerie, canagliate da artista, colpi di teatro, ce n'è un repertorio infinito. Domenico Modugno che pretende gli sia triplicato l'ingaggio, perché si è svenato per un quadro da collezione. Lady Patachou, la cantante che viene dai cabaret di Montmartre, che cantando Le foglie morte scende in sala munita di forbici e comincia a tagliare le cravatte di seta ai cumènda. Sandie Shaw che nella serata di compleanno della signora Ferragamo invita tutti a buttare via le scarpe. Il compresissimo Paoli che, snobbato dai clienti seduti sugli sgabelli del bar in fondo alla sala, dopo la celebre e dolorosa Ne me quitte pas di Jacques Brel, esplode in una serie violentissima di insulti verso tutti loro, «borghesi di merda».
Se volete la politica, ecco il pianista Romano Mussolini, raccomandato da Sophia Loren e Carlo Ponti per «la festa hollywoodiana che la Bussola aveva regalato loro il giorno del loro fidanzamento», a cui sputano in faccia augurandogli di fare la fine del padre Benito. De Andrè che chiede di ufficializzare che una parte del suo compenso andrà a sostegno di Potere operaio. C'è anche la tragedia, la notte di San Silvestro del 1968, allorché fra urla, spintoni, schiaffi, lanci di sassi e cariche della polizia viene ferito da un colpo di pistola e rimarrà paralizzato per sempre, il giovane Soriano Ceccanti (che a distanza di tempo conquisterà una medaglia nella spada alle para-Olimpiadi di Atlanta). Per chi ama gli show eccentrici, ecco Mogol e Lucio Battisti che appaiono accompagnati da due cavalli, uno bianco e uno nero (e dal palco della Bussola, prima di riprendere la cavalcata verso Roma, il "maestro solitario" annuncerà il suo totale ritiro dalla scene).
Ma l'evento memorabile, un colpo di genio da diva irripetibile, coincide con il debutto italiano di Marlene Dietrich. «A parte il fatto», scrive l'autore Bernardini, «che, tre ore prima dello spettacolo, Sergio fu costretto a chiamare un decoratore per far ridipingere l'intero camerino in colore amaranto altrimenti la grande star non sarebbe entrata», il clou arriva subito prima di andare in scena, quando l'Angelo azzurro reclama «una frappeuse», un secchiello pieno di ghiaccio fino all'orlo: glielo porta ansimante un cameriere, con dentro una bottiglia di Veuve Clicquot. Bussa trafelato alla porta del camerino: «la Dietrich apre, afferra la frappeuse, tira via la bottiglia di champagne e la scaraventa via, poggia il cestello di metallo in terra, solleva la gonna, si abbassa le mutandine e fa la pipì in quell'incredibile pappagallo improvvisato».
Una trovata degna di un'allieva di Josef von Sternberg, un colpo di scaramanzia cinica degno di un Kabarett weimariano realizzato nel cuore della dolce Versilia. Eppure la Bussola ha conosciuto davvero come regina soltanto Mina. La divina. O invece la scapestrata dal cuore d'oro capace di litigare con il suo manager Elio Gigante perché questi aveva multato il chitarrista dell'orchestra, che aveva la febbre e non riusciva a suonare come doveva. Era una chiara ingiustizia. «Si scannano, lei e Gigante, per un'ora. Alla sera Mina è puntualmente sul palco e, dopo il solito trionfo, in camerino trova un mazzo di rose rosse accompagnato da un bigliettino con le firme di tutti gli orchestrali».
È una di quelle storie che sarebbero piaciute a Bernardini, Antonio detto Sergio, morto nel 1993. Ma storie che mostrano anche un paese in parte ingenuo, e in parte crocevia del mondo. E dove una serata con Ella Fitzgerald o Louis Armstrong, ma anche con Xavier Cougat e Abbe Lane, induceva a pensare che davvero l'estate di quella passione non sarebbe finita mai.
Dagospia 05 Luglio 2005