LA NOMINA DI LETTA A "GENTILUOMO DEL PAPA" VIENE RESA PUBBLICA PROPRIO MENTRE CASINI, RUINATO DA RUINI, CERCA DI SALVARE L'UDC - A CHE SERVE PIERFURBY QUANDO IL VATICANO HA L'EMINENZA AZZURRINA?.
Marcello Sorgi per "La Stampa"
Magari non c'entra niente, è solo una coincidenza. E poi, si sa, i tempi del Vaticano raramente coincidono con contingenze particolari. Eppure non sembra caduto a caso, a pochi giorni dalla pubblicazione dell'Annuario Pontificio, l'annuncio del Vaticano della nomina (pur decisa qualche mese fa) di Gianni Letta a gentiluomo del Papa: riconoscimento molto ambito, e carica finora riservata a certa aristocrazia papalina.
Negli stessi giorni in cui Pierferdinando Casini e l'Udc, aiutati dal cardinale Camillo Ruini, combattono fianco a fianco la battaglia per convincere Berlusconi a lasciar sopravvivere il piccolo partito cattolico del centrodestra, senza pretenderne lo scioglimento nel nuovo «Popolo delle libertà» in cui sono confluiti Forza Italia e An, la scelta dell'uomo più vicino a Berlusconi, del suo principale consigliere politico e del suo braccio destro per cinque anni a Palazzo Chigi, per un'onorificenza così significativa, toglie molte frecce all'arco dell'ex alleato del Cavaliere che cerca di tornare a casa come figliol prodigo.
Si sa, Letta è un caso a sé: non ha mai avuto la tessera di Forza Italia (né prenderà, c'è da giurarci, quella del nuovo partito), non s'è mai candidato alle elezioni, era perfino contrario alla discesa in campo di Berlusconi. Quel che ha fatto al suo fianco, lo ha fatto, e spiegato tante volte, come «servizio alle istituzioni».
E tuttavia se un uomo così vicino al Cavaliere, e così chiaramente schierato, è stato giudicato degno di tanta attenzione, vuol dire che nelle sacre stanze si ritiene che non ci sia poi tutto questo bisogno di far mediare da un partito cattolico la delicata materia dei valori e la politica del centrodestra.
C'è perfino chi dice che nello stesso senso vada interpretato un corsivo, apparso ieri sull'Osservatore Romano, per sottolineare la distinzione tra Santa Sede e Cei, la Conferenza dei vescovi di cui Ruini è stato fino a poco tempo fa un influentissimo capo, e raffreddare l'«endorsement» per Casini che doveva pesare nella trattativa con Berlusconi.
Dagospia 12 Febbraio 2008
Magari non c'entra niente, è solo una coincidenza. E poi, si sa, i tempi del Vaticano raramente coincidono con contingenze particolari. Eppure non sembra caduto a caso, a pochi giorni dalla pubblicazione dell'Annuario Pontificio, l'annuncio del Vaticano della nomina (pur decisa qualche mese fa) di Gianni Letta a gentiluomo del Papa: riconoscimento molto ambito, e carica finora riservata a certa aristocrazia papalina.
Negli stessi giorni in cui Pierferdinando Casini e l'Udc, aiutati dal cardinale Camillo Ruini, combattono fianco a fianco la battaglia per convincere Berlusconi a lasciar sopravvivere il piccolo partito cattolico del centrodestra, senza pretenderne lo scioglimento nel nuovo «Popolo delle libertà» in cui sono confluiti Forza Italia e An, la scelta dell'uomo più vicino a Berlusconi, del suo principale consigliere politico e del suo braccio destro per cinque anni a Palazzo Chigi, per un'onorificenza così significativa, toglie molte frecce all'arco dell'ex alleato del Cavaliere che cerca di tornare a casa come figliol prodigo.
Si sa, Letta è un caso a sé: non ha mai avuto la tessera di Forza Italia (né prenderà, c'è da giurarci, quella del nuovo partito), non s'è mai candidato alle elezioni, era perfino contrario alla discesa in campo di Berlusconi. Quel che ha fatto al suo fianco, lo ha fatto, e spiegato tante volte, come «servizio alle istituzioni».
E tuttavia se un uomo così vicino al Cavaliere, e così chiaramente schierato, è stato giudicato degno di tanta attenzione, vuol dire che nelle sacre stanze si ritiene che non ci sia poi tutto questo bisogno di far mediare da un partito cattolico la delicata materia dei valori e la politica del centrodestra.
C'è perfino chi dice che nello stesso senso vada interpretato un corsivo, apparso ieri sull'Osservatore Romano, per sottolineare la distinzione tra Santa Sede e Cei, la Conferenza dei vescovi di cui Ruini è stato fino a poco tempo fa un influentissimo capo, e raffreddare l'«endorsement» per Casini che doveva pesare nella trattativa con Berlusconi.
Dagospia 12 Febbraio 2008