TREMONTI È COSÌ PIENO DI SÉ CHE POTREBBE STARE MESI SENZA MANGIARE
DRAGHI: CARI GERONZI, BAZOLI ETC, ACCANTONATE I SOLDI, IL CASINO È ENORME
BAZOLI E GERONZI SI SONO APPARTATI IN UN SALOTTINO CON SALZA E PROFUMO

È stata la solita liturgia, senza colpi di scena, senza lo spargimento di sangue che molti si aspettavano nell'epico duello tra Mario Draghi e Giulietto Tremonti.

Nel salone del Palazzo dei Congressi dell'Eur i più importanti banchieri si sono ritrovati per l'Assemblea dell'Abi, l'Associazione guidata dal tristissimo presidente Corrado Faissola, un ligure di 73 anni con il volto scavato dall'opulenza. Alla fine anche i top bankers sono rimasti delusi perché non è avvenuto nulla di tragico, ma soltanto uno scambio di colpi di fioretto tra il Governatore e il genietto di Sondrio reduce dalle batoste di ieri a Bruxelles dove la sua Robin Tax è stata archiviata tra i sorrisetti dei ministri europei e del commissario Almunia.

Prima dei discorsi ufficiali è stata la volta del caffè e delle strette di mano. I grandi vecchi Abramo-Bazoli e Cesarone Geronzi, si sono appartati in un salottino con il massiccio Enrico Salza e con l'ex-boyscout di Genova Alessandro Profumo. Non c'era Corradino Passera, il banchiere di Como innamorato di AirOne che in queste ore sta impegnando le sue energie per salvare la Compagnia e portarle nel grembo gli aerei e i debiti di Carlo Toto.

Alle 10,20 è arrivato Giulietto Tremonti e subito dopo Draghi con la sua aria impenetrabile. Dietro il lungo tavolo si è alzato Faissola che ha svolto un intervento di una modestia infinita.
Quest'uomo che dovrebbe scatenare l'inferno per difendere gli interessi delle banche, non ha gli attributi per giocare una parte così importante, e forse avevano ragione Luigino Abete, Profumo e Matteuccio Arpe quando nel 2006 si opposero alla sua nomina.

Ma non era certo da Faissola che si aspettavano i discorsi importanti. I protagonisti attesi alla prova e allo scontro mortale (che non c'è stato) erano il Governatore "trapezista" e il "dittatore" dell'economia, Tremonti, che fatica ad accettare che un'altra eminente personalità dello Stato possa prendere la parola sulle questioni di banche, finanza e politica economica. Si sa: l'ego di Giulietto è così pieno di sé che potrebbe stare tre mesi senza toccare cibo.

Ed è stato Draghi a prendere la parola per primo con la lettura di un discorso di 17 cartelle e 8 capitoli di taglio macroeconomico. Quando è arrivato alla settima pagina del suo intervento, preceduta da uno scenario sulle prospettive dell'economia mondiale, nella schiena dei banchieri è corso il primo brivido perché - ha detto il Governatore - "gli utili dei cinque maggiori gruppi bancari italiani si sono ridotti di circa un terzo rispetto allo stesso periodo del 2007.e le banche devono adottare una prudente politica di accantonamenti a fronte di perdite future".



Il messaggio è chiaro e inequivocabile: cari Geronzi, Bazoli e compagnia bella, accantonate i soldi e fate attenzione perché il casino è enorme e grande è l'incertezza sotto il cielo. E subito dopo con la voce piana che non tradisce alcuna emozione, l'uomo di via Nazionale ha cucinato in sei righe la Robin Tax di Giulietto avvertendo che gli oneri derivanti da questa partita di giro odiosa e demagogica, si scaricheranno inevitabilmente sui clienti delle banche e sugli imprenditori.

Draghi poi ha continuato a parlare del sistema bancario, ha ricordato le 4mila verifiche di trasparenza condotte dalla Vigilanza tra il 2003 e il 2007 e a pagina 14 ha aperto il capitolo della governance.

A questo punto le orecchie di Geronzi e di Bazoli si sono rizzate perché forse si aspettavano che il Governatore dicesse qualcosa sui famosi criteri di onorabilità e sul funzionamento del sistema duale che è stato introdotto al vertice delle banche. Anche su questo capitolo il capo di Via Nazionale è scivolato via senza creare emozioni e dopo aver parlato della crisi del risparmio gestito ha concluso la sua algida orazione dicendo: "occorre guardare lontano, perché difendere la propria nicchia locale e la clientela catturata non è più una strategia vincente".

Ed eccolo, Giulietto Tremonti, alzarsi in piedi con la sua aria da primo della classe, l'eroe della foresta di Sherwood, il difensore dei poveri che nella leggenda popolare inglese ruba ai ricchi per distribuire agli indigenti. Non ha l'aria del dittatore (come lo ha definito Eugenio Scalfari), ma quella più dimessa di un uomo che vuole volare alto e prepararsi il terreno per Palazzo Chigi.

La sua visione del mondo affiora nell'intervento di 30 minuti fatto a braccio contro la lettura delle cartelle che Draghi ha svolto diligentemente. Dentro le sue parole ritornano i ragionamenti contro la globalizzazione: "non accettiamo lezioni dai deficitisti", così ha esclamato Giulietto forzando la lingua italiana con un orrendo neologismo. E per quanto riguarda la carità cenciosa di cui lo hanno accusato ieri a Bruxelles e oggi sulle colonne di "Repubblica", il ministro risponde glaciale "la Robin Tax è un'imposta ottima, prima si tassavano gli operai, adesso è il momento di un'economia sociale di mercato, "non accettiamo lezioni dagli illusionisti e dagli speculatori".

La chicca più bella di Tremonti è arrivata alla fine del suo discorso quando ha detto che a proposito della speculazione, ne parlerà lunedì in un intervento che terrà all'Istituto San Raffaele di Milano. I banchieri e i giornalisti si sono guardati stupiti. L'economia è in crisi, il malato è grave, ma che se ne debba parlare nell'ospedale di don Verzè, questo davvero nessuno se lo aspettava.


Dagospia 09 Luglio 2008