"ALTA SOCIETA'", BASSA CUCINA - AGGIUNGI UNA "CIMICE" ALLA TAVOLA DE "Il MORO" E DI "ANDREA": C'E' "POTENZA" CHE TI ASCOLTA (PARANOIA A ROMA).



"Alta Società", bassa cucina. Sabato scorso, la dispettosa rubrichina a cura di Carlito Rossella su "Il Foglio" se ne esce come una definizione di uno schema libero della "Settimana Enigmistica": "Weekend a Roma. Qualche "cimice" al Moro e da Andrea. Ma non si tratta di insetti. "Potenza" della tecnologia".

roba da 2 verticale, 9 caselle, che ha suscitato un 48 di paranoia nella capitale. Cerchiamo allora di capirci qualcosa. Intanto il "Moro" e "Andrea" sono due notissimi ristoranti ben frequentati dalla Roma potentona. Da "Andrea", in via Sardegna, è uno scherzo imbattersi in Paolo Cirino Pomicino che ha gli uffici a due passi, in via Sicilia. Al "Moro", poi, vantando una riservatezza maggiore rispetto al Bolognese, è un via vai ostinato di ministri e presidenti emeriti della Repubblica, Maria Angiolillo e Sandra Carraro.

imici", ovviamente, sono microspie. Va da sé che questo tipo di intercettazioni ambientali debbono avere una quinta colonna formato cameriere nel ristorante. E adesso veniamo alle parola virgolettata del mistero: ""Potenza" della tecnologia". Quale "Potenza"? Magari il capoluogo lucano al centro dello scandalo Inail che ha coinvolto i deputati lucani Angelo Sanza (ex dc, ora Forza Italia) e Antonio Luongo (Ds), il banchiere Claudio Calza (quota Cossiga) e Antonio De Sio (uno dei costruttori lucani arrestati?

Le intercettazioni nei ristoranti sono comunque cosa antica. Filippo Ceccarelli dedicò un capitoletto del suo ottimo libro "Lo stomaco della Repubblica", opportunamente intitolato "Gli Affari Riservati e lo spionaggio gastronomico". Ne pubblichiamo uno stralcio davvero illuminante di come nulla è cambiato.


Filippo Ceccarelli
Lo stomaco della repubblica
Longanesi & C




Gli Affari Riservati e lo spionaggio gastronomico



Succede, a volte, che il demonio raccolga inviti a colazione. Non lo fa ovviamente per cortesia, né per generosa ospitalità. «La buona tavola è uno strumento efficace per attività diplomatico-spionistiche ed un buon ambasciatore o un buon 'capostazione' (così si chiama il dirigente del gruppo di spioni 'legali' nelle ambasciate) deve porre ogni cura per tenere ad elevato livello la qualità del cibo, del vino e dell'accoglienza che offre ai suoi ospiti stranieri.»

Così parlò Federico Umberto D'Amato, personaggio ormai consegnato alla storia della Prima Repubblica come «il poliziotto gastronomo»: le flic gastronome, preferiva lui, che pure era nato a Marsiglia anche se di papà napoletano, e poliziotto anche lui.
Per anni e anni, in qualità di direttore del famigerato Ufficio Affari Riservati del ministero dell'Interno, e poi come capo della polizia di frontiera, e Prefetto, e addirittura come pensionato e consulente «irregolare» di rango, D'Amato ha fatto il bello e spesso il cattivo tempo al Viminale, lasciando fermentare la leggenda di un potere che traeva la sua minacciosa consistenza nell'aver schedato tutto e tutti. A un certo punto della sua vita, quest'uomo che per mestiere e vocazione s'era specializzato nelle altrui debolezze si era concesso il privilegio di pubblicare un libro di memorie deliziosamente reticente, però pur sempre intitolato Menù e dossier.

E qui, nel volumetto, pure assai divertente, si scopriva come al di là di ogni autentica passione culinaria il poliziotto gastronomo proclamasse un principio investigativo indefettibile: per comprendere le suddette debolezze era necessaria e anzi consigliabile « un'attenta analisi dei commensali », poiché proprio mentre pranza, sosteneva D'Amato, «l'uomo rivela molto di se stesso».
È chiaro che si trattava di esami poco simpatici, almeno per chi avesse dovuto subirli. L'inappetenza e l'ingordigia, ad esempio, rivelavano «turbe psichiche e stati ansiosi tipo ipocondria, fissazioni e manie»; come pure «disfunzioni neuro-vegetative e distorsioni caratteriali».

Con tali occhiute premesse - «al 'fascicolatore' tutto serve o può servire domani» era un'altra sua inquietante prescrizione - faceva comunque effetto il lungo elenco in cui per una trentina di pagine si valutavano con impietosa diagnostica i comportamenti a tavola di personaggi della vita pubblica, in rigoroso ordine alfabetico, dall'Agha Khan al regista Valerio Zurlini.

E non solo. Se non fosse bastato quello spirito d'osservazione, tanto malevolo quanto professionale, a ispirare diffidenza c'era pure una sorta di compiaciuta invocazione del celebre cuoco di Talleyrand, Antonin Carème, «che aveva istruito tutti i suoi camerieri e coppieri ad ascoltare quanto gli ospiti si dicevano a tavola, magari a bassa voce». Il che portava istintivamente gli eventuali lettori a non fidarsi troppo del personale di sala, anche se poi la disinvoltura con cui sempre nel libro si sorvolava sulle intercettazioni ambientali, e quindi sui microfoni nascosti sotto le tovaglie dei ristoranti, lasciava immaginare che la pratica fosse assai in voga agli Affari Riservati.

D'altra parte, gli «agenti informativi» sono da sempre i migliori clienti dei ristoranti più costosi, notava D'Amato con qualche rassegnazione: «Tanto paga il Servizio». Al contribuente di ieri e di oggi non è di consolazione il sapere che alcuni locali sono rinomati proprio per questo tipo di frequentazioni. Lui li chiamava le «osterie degli spioni» e anzi si vantava di aver coniato un'equivalente in francese: bistrot à espions; espressione che, faceva sapere al suo pubblico, «è molto piaciuta».



Dagospia.com 28 Ottobre 2002