ALL'ARMI SIAM FAZISTI! INCHIESTA DI "PANORAMA ECONOMY"
ANTONIO FAZIO IN POLITICA, PRONTO A PRENDERE IL POSTO DI BERLUSCONI
IL BORSINO DEI FEDELISSIMI E DEI NEMICI -"UNFIT" PER CIAMPI, BOSSI E TREMONTI

Daniele Martini per Panorama Economy

 

 

Antonio Fazio in politica. Dalla Banca d'Italia a Palazzo Chigi, nell'ipotesi che Silvio Berlusconi risulti gravemente impiombato da qualche sentenza, per esempio quella sulla Sme, e che il presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, invece di sciogliere le Camere per nuove elezioni dia l'assenso alla formazione di un governo istituzionale o di emergenza. O come superministro dell'Economia al posto di Giulio Tremonti con cui lo stesso Fazio, dopo un intenso ma fugace innamoramento intorno alla metà del 2001, ha ingaggiato uno spossante braccio di ferro su quasi ogni tema di rilievo della politica economica, dall'andamento delle entrate alla battaglia di Mediobanca, dal ruolo delle fondazioni bancarie a quello del sistema creditizio in generale.

 

Aspettando il 31 maggio. Fantasie? Incontrollabili boatos metropolitani? In nessun cassetto di nessun palazzo romano è chiuso un piano top secret con le tappe della marcia di avvicinamento del governatore alla politica. Né Tremonti ha perso la fiducia del premier, anzi. Ma è un fatto che quando lo scontro tra partiti, istituzioni (che un domani potrebbe diventare elettorale) si acuisce, talvolta sfugge al controllo. Così come è un fatto che a Fazio la poltrona di numero uno della Banca d'Italia vada sempre più stretta. Aspettando le Considerazioni finali del 31 maggio, l'ultima dimostrazione è stata l'esternazione a sorpresa del 4 maggio, una sorta di programma economico-politico in occasione dei suoi dieci anni al vertice di Bankitalia. Ed è un fatto che in queste settimane intorno a lui stia crescendo un movimento composito, un gruppone di simpatizzanti politicamente trasversale, sempre più numeroso e più o meno spontaneo.

 

Una specie di nuova lobby o di partito in nuce, che vedrebbe di buon occhio il trasloco del governatore, dal suo ufficio al numero 91 di via Nazionale, a Palazzo Chigi o nelle stanze di un ministero chiave. Una «Cosa fazista» benedetta dal Vaticano e sorretta dalle solite, consolidate simpatie di amici e fan raccolti soprattutto nell'area di centro, nelle istituzioni e nel mondo delle imprese e delle banche. E rafforzata da intellettuali, uomini di cultura e imprenditori del Sud, convinti che Fazio in politica costituisca un argine naturale alle sempre più pressanti minacce del leghismo nordista. Una compagine che, se si presentasse l'occasione, potrebbe anche tentare l'avventura delle urne contando su un bacino naturale nel Mezzogiorno, ma anche altrove, nell'elettorato moderato allettato dall'idea di una terza forza tra i due poli attuali.

 

Billè e la lobby del Mezzogiorno. Intorno al numero uno di Bankitalia si stanno muovendo personaggi che gravitano soprattutto, ma non esclusivamente, vicino alla Aprom, Associazione per la promozione del Mezzogiorno con 5 mila associati tra professionisti, grand commis di Stato, imprenditori, prefetti, uomini di finanza. Guidata dal presidente della Confcommercio, il siciliano Sergio Billè, la Aprom qualche mese fa ritenne proprio il governatore degno di un premio speciale per le «sue qualità tecniche e la sua visione solidaristica».

 

Con Billè e la Aprom si ritrovano economisti come il banchiere Antonio Pedone, Geminello Alvi o Luigi Paganetto, il giurista Massimo Stipo, Giovanni Palmerio, legatissimo al Vaticano. E anche intellettuali del Nord, come il friulano Attilio Celant, preside della facoltà di Economia della Sapienza di Roma e vero animatore del gruppo. E poi Giovanni Girone, rettore dell'università di Bari, una delle più grandi del Mezzogiorno con 60 mila studenti e 2 mila insegnanti, e l'ex rettore Cosimo Fonseca, esponente dell'Accademia dei lincei. Dietro di loro cominciano a muoversi anche gli industriali, nomi del calibro di Pasquale Natuzzi, il re dei divani, Francesco Divella (pasta), Nicola D'Abundo che ha rilevato la flotta Lauro, il barese Michele Matarrese, il gruppo Abate di Avellino.

 

E un bel mazzo di editori di spicco del Sud, come i siciliani Mario Ciancio Sanfilippo, proprietario della Sicilia e azionista della Gazzetta del Mezzogiorno e della Gazzetta del Sud, e Antonio Piero Pirri Ardizzone (Giornale di Sicilia), Antonio Boemi di Telespazio Calabria 1 e 2, Federico Costantino di Telecapri e Retecapri, e il pugliese Luca Montrone di Telenorba, che di recente ha raggiunto un accordo di collaborazione con La 7 di Marco Tronchetti Provera.

 

Tutti insieme, questi editori, sono una forza in grado di parlare quotidianamente attraverso giornali e tivù a tutta la popolazione meridionale. Da settimane su Telenorba, Tele 2 e le altre maggiori emittenti del Sud vanno in onda, in media, una decina di spot al giorno per promuovere l'idea di un movimento meridionalista. E alla fine di gennaio, sempre su Telenorba, è stato trasmesso un programma che a molti è sembrato una specie di manifesto della nuova superlobby.

 

Un gruppo ben piantato nel Mezzogiorno, ma che potrebbe trovare saldature anche altrove, con forze di impostazione non proprio meridionalistica, come quegli imprenditori del Nord-Est che con un manifesto affidato ai giornali all'inizio della primavera hanno dimostrato un certo disagio verso alcune scelte di politica economica del governo.

L'editore Montrone l'ha spiegato a Economy: «Ci sentiamo trascurati dal governo e dalla Confindustria, per questo stiamo accelerando la creazione di un movimento. Ci rivolgiamo ai governatori delle regioni del Sud, ai sindaci delle grandi città, agli intellettuali; le adesioni sono più che incoraggianti, da giorni e giorni non faccio altro che ricevere telefonate di gente entusiasta».

 

Intorno a Fazio, insomma, sta fiorendo un gruppo di pressione che si prefigge lo scopo di orientare le scelte politiche, di governo e parlamentari, per quel che riguarda il Mezzogiorno, ma non solo per il Mezzogiorno. Un'organizzazione apolitica e apartitica, per ora, ma che, in prospettiva, in un fiato potrebbe trasformarsi in un partito vero e proprio se si presentasse l'occasione propizia. Un partito per il Sud, ma anche per contrastare i progetti federalisti in versione padana.

 

Fondatore dell'Aprom è Pasquale Dell'Aversana, docente all'università del Vaticano, collegato sia alla Confindustria sia alla Confcommercio, ma soprattutto considerato molto vicino a Fazio. Nelle settimane passate proprio Dell'Aversana è stato involontario protagonista dell'ennesimo scontro a distanza tra Fazio e il ministro Tremonti. Oggetto di una contesa sorda, combattuta sotto il pelo dell'acqua, questa volta sono state le fondazioni d'impresa, quelle strutture organizzative della burocrazia statale che, secondo 75 senatori della maggioranza firmatari di una proposta di legge ad hoc, dovrebbero diventare il nuovo pilastro della pubblica amministrazione, più snello e solido rispetto alle Agenzie volute quattro anni fa dai governi di centrosinistra. Anche Giuliano Amato ha mostrato interesse verso le fondazioni, così come l'assessore della Regione Lazio, Francesco Aracri di An. Dell'Aversana ha illustrato il suo progetto con diversi articoli su alcuni quotidiani, da Il Sole 24 ore all'Osservatore romano. Ma la proposta è stata respinta da Tremonti, senza appello.

 

Tentazione europea e federalismo. Chiedere conferme a Fazio circa un suo eventuale impegno politico è praticamente inutile. Così come è impensabile che nelle Considerazioni finali il governatore possa affrontare anche di striscio la faccenda. Rigorosi sacerdoti della religione della riservatezza, Fazio e i fazisti non si farebbero sfuggire ufficialmente mezza sillaba su un argomento così delicato, considerando che le variabili in campo sono ancora mille. Ma anche se accorti e prudenti, in Banca d'Italia non sono né ciechi né sordi e si rendono conto che il mutabile vento della politica potrebbe soffiare anche rapidamente nelle vele del governatore. E Fazio è sempre più stuzzicato dall'impresa. La sua Banca d'Italia, del resto, non è più quella di una volta, cioè la grande e blasonata istituzione depositaria della linea creditizia, signora dei tassi di interesse, perno della politica economica. Molte delle sue prerogative sono state trasferite ai nuovi potenti d'Europa e perfino il dogma della durata a vita dell'incarico di governatore ormai vacilla. Logico, quindi, che Fazio possa sentire bisogno di aria nuova.

 

Qualcuno ha pensato che proprio la Banca europea potrebbe essere la destinazione ideale per consentirgli di mettere a frutto le sue capacità e le sue competenze tecniche. Il mandato dell'attuale presidente, l'olandese Wim Duisenberg, è già scaduto e secondo vecchie intese dovrebbe succedergli il francese Jean Louis Trichet che, però, è azzoppato da un brutto guaio giudiziario legato alla sua attività di presidente del Crédit Lyonnais. All'ultimo minuto la candidatura francese potrebbe saltare e in vista di questa eventualità la diplomazia italiana da tempo è al lavoro. Ma c'è una controindicazione dal punto di vista di Fazio: il mandato residuo per la guida della Banca europea durerebbe solo alcuni mesi, troppo pochi per uno come lui che, a 66 anni, sente di avere tanto da spendere a favore della vita pubblica. Meglio puntare dritto sull'Italia. In passato Fazio è stato tentato dalle sirene della politica e si è sempre voltato dall'altra parte: il Ppi di Franco Marini, per esempio, anni fa provò invano a convincerlo perché si spendesse per il centrosinistra.

 

Tra il governatore e l'impegno politico restano, però, tanti ostacoli. Uno, in particolare, grande come una montagna: Umberto Bossi, leader della Lega, ministro per le Riforme istituzionali, legato a Tremonti da un patto di ferro. Quanto Bossi è fautore di un'idea di federalismo «concorrenziale» in cui ogni regione bada a tessere la sua tela e a curare i suoi interessi, tanto Fazio è portatore di un progetto federalista completamente diverso, di tipo «solidaristico», attento a non aggravare gli squilibri territoriali. I voti della Lega hanno consentito alla Casa delle libertà di vincere con largo margine le elezioni del 2001, e restano importanti, se non determinanti, per qualsiasi tipo di coalizione. Ma Fazio difficilmente accetterebbe di collaborare con Bossi. È un bel rebus, non c'è che dire.

- Dal Colle c'è molta distanza

Carlo Azeglio Ciampi e Antonio Fazio non si sono mai amati alla follia, anzi. I due sono distanti, per carattere e per impostazione intellettuale e culturale: Ciampi laico ed erede del Partito d'azione, Fazio cattolicissimo e legato alla Democrazia cristiana di Andreotti. La diversa visione culturale si traduce anche in alcune scelte operative. Non a caso una volta diventato governatore al posto di Ciampi, salito al Colle, Fazio non ha fatto ponti d'oro ai dirigenti che più erano stati valorizzati dal suo predecessore.

Dal Quirinale, Ciampi segue con attenzione il dibattito intorno alle prerogative e ai poteri della Banca d'Italia ed è favorevole a una separazione dell'indirizzo di vigilanza da quello di regolazione dei mercati creditizi e finanziari. Solo su un punto Ciampi e Fazio si trovano sostanzialmente d'accordo, e cioè nella critica di quelle scelte di finanza pubblica che appaiono più direttamente ispirate dalla Lega.

 

 

- Bankitalia, il borsino dei fedelissimi

Antonio Finocchiaro e Giancarlo Morcaldo sono i nomi di spicco della nomenklatura fazista di Bankitalia: il primo fa parte del Direttorio, il secondo è capo dell'ufficio studi ed è uno dei dirigenti più ascoltati da Fazio. In fase calante, invece, Pierluigi Ciocca, ex brillante Ciampi boy la cui ascesa si è fermata alla carica di vicedirettore generale. Tra i collaboratori più in vista c'è Angelo De Mattia, uomo ombra del governatore, direttore centrale e segretario del Direttorio.

Stabili le quotazioni del direttore generale, Vincenzo Desario, alto dirigente di lungo corso ormai vicino alla pensione e indicato come possibile successore di Luigi Spaventa, alla Consob.

Prossimi all'addio alla banca sono Bruno Bianchi e Vincenzo Pontolillo, direttori centrali fedeli al governatore. La data del loro pensionamento è stata rinviata dallo stesso Fazio. Per gli insider, Fazio non vuole lasciare scoperta nessuna casella per evitarne l'occupazione dei dirigenti del Tesoro.

 

3 -  Chi appoggia (e chi ostacola) l'ingresso in politica di Fazio

Religiosissimo, studioso di San Tommaso d'Aquino, Fazio annovera tra i cardinali di Curia gli estimatori più convinti, da Camillo Ruini, presidente della Conferenza episcopale, al segretario di Stato Angelo Sodano, a Giovanni Battista Re, prefetto della Congregazione per i vescovi. Tra i politici è con Giulio Andreotti che il governatore si è quasi sempre trovato in sintonia. Di recente si sono avvicinati a Fazio e alla sua idea di «federalismo solidale» alcuni esponenti di An. Non solo quelli più sensibili ai temi sociali e del Mezzogiorno come il ministro dell'Agricoltura, Gianni Alemanno, o Francesco Storace, presidente della Regione Lazio, ma anche il presidente del partito, Gianfranco Fini. In Forza Italia i più fazisti sono gli ex democristiani, con in testa Gianni Letta e il coordinatore Claudio Scajola. Un certo feeling Fazio l'ha coltivato, inoltre, con il ministro delle Attività produttive, Antonio Marzano. Ma è tra i centristi della maggioranza che si trova il nucleo più corposo degli amici del governatore, dal presidente della Camera Pier Ferdinando Casini a Rocco Buttiglione, a Sergio D'Antoni. Nel centrosinistra i più vicini a Fazio sono alcuni leader della Margherita come l'ex ministro Enrico Letta e Pierluigi Castagnetti. Tra i banchieri il più filogovernatore di tutti è senza dubbio Cesare Geronzi di Capitalia, seguito a ruota da Giuseppe Guzzetti, presidente della Fondazione Cariplo e dell'Associazione delle casse di risparmio, e da Giampiero Fiorani della Popolare di Lodi. Nutrito anche il gruppo di giornalisti e commentatori in genere favorevoli verso le scelte di Fazio e della Banca d'Italia; tra i più gettonati figurano l'editorialista Enrico Cisnetto e Paolo Panerai, editore e direttore di Milano Finanza.

 

I nemici? Da Tremonti a Cossiga. Nutrita anche la schiera dei nemici, capitanata dal ministro Giulio Tremonti e dall'ex presidente della Repubblica, Francesco Cossiga, da tempo entrato in collisione con il governatore a causa della faccenda di Mediobanca. Sempre Mediobanca è l'elemento di coagulo di un ampio fronte di antipatizzanti che va da Bruno Tabacci (Udc) ad Antonio Maccanico e Giorgio La Malfa. Assai poco tenero con il governatore, forse per una questione di concorrenza intellettuale, è anche Giuliano Amato.

Contrari alle indicazioni di Fazio, soprattutto in tema di politiche del lavoro e di flessibilità, sono Sergio Cofferati e la Cgil di Guglielmo Epifani. Anche tra i banchieri c'è qualche anti Fazio, come Giovanni Bazoli di Banca Intesa, prodiano e quindi propenso a considerare Fazio un potenziale concorrente politico. O Rainer Masera del Sanpaolo-Imi, a suo tempo candidato per il direttorio di Bankitalia e ostacolato, si dice, proprio da Fazio. Ma è Vincenzo Maranghi, defenestrato da Mediobanca, il più acerrimo oppositore. Anche il presidente della Confindustria, Antonio D'Amato, con le sue polemiche sulle banche che non farebbero al meglio il lavoro nel Sud, dopo qualche giro di walzer, è entrato di diritto nella schiera degli antifazisti.

 

- Bankitalia non fa politica. Parola di governatore.

 

Viste da Palazzo Koch, sede centrale della Banca d'Italia, le polemiche e le previsioni sulle mosse di Antonio Fazio appaiono «pretestuose». Al «piano 1 nobile», dove Antonio Fazio ha lo studio, si lavora per l'assemblea del 31 maggio e le Considerazioni finali, quest'anno, sono assai attese. Ma tanto distacco non impedisce qualche puntualizzazione.

La prima è sulle mancate dimissioni alla scadenza dei dieci anni di mandato. La legge non le prevede e quel che non è previsto dalla legge, è la tesi Banca d'Italia, non deve dar luogo a nessuna consuetudine. Sarebbe al contrario un pericoloso controsenso istituzionale. Secondo punto: la nomina. Per la Banca d'Italia la prima e vera fonte di nomina non è nel governo, ma interna all'istituto. Il nome è proposto dal Consiglio superiore della Banca d'Italia, un organismo in gran parte autoreferenziale.

Terzo e più caldo fronte: le esternazioni del governatore. A che cosa mirano? A far testo è un precedente che pochi conoscono, ma che a Palazzo Koch è custodito come una sacra reliquia: una lettera che Fazio inviò il 4 gennaio 2000 al mensile di Palermo L'Euromediterraneo. Nel dicembre '99 il periodico aveva dato ampio spazio a un intervento di Fazio alla 43ª Settimana sociale dei cattolici. Una critica alla politica verso il Sud dei governi degli anni 90: «In particolare la sospensione repentina, nel 1993, dei programmi di sviluppo del Mezzogiorno». L'Euromediterraneo l'aveva definito «Il Manifesto del Governatore». Fazio nella lettera aveva precisato: «Non considero il mio intervento un manifesto, tantomeno politico. Ho indicato la strada, ad altri il compito di percorrerla». Aggiungendo: «Ho creato uno spartito, credo veritiero, necessariamente incalzante; ad altri il compito di apprezzarne i toni e suonarne la musica».             (r.r.)

 

- Non c'è pace tra Fazio e il ministro dell'Economia

 

L'ultima scaramuccia c'è stata all'inizio di maggio, in occasione del decennale della Banca d'Italia sotto la guida di Antonio Fazio. Contrariamente alla prassi, il governatore non ha rassegnato le dimissioni per la scontata riconferma e il ministro dell'Economia Giulio Tremonti ha giudicato l'episodio uno sgarbo bello e buono.

Qualche settimana prima si era svolto il duello su Mediobanca e Fazio ha benedetto l'operazione delle grandi banche del Nord; Tremonti ha gradito assai meno, senza farlo trasparire e adoperandosi per la mediazione finale.

Anche perché l'attacco dei due big del credito, Unicredito e Banca Intesa, è stato spalleggiato da alcune fondazioni bancarie, quegli istituti ricchi di patrimonio e liquidità (circa 40 miliardi di euro), al centro di un'altra scaramuccia tra ministro e governatore. Con un articolo della Finanziaria dell'anno passato, il primo avrebbe voluto che la maggioranza nei consigli delle fondazioni, concentrate soprattutto nel Centro-Nord, toccasse agli enti locali e che le risorse di queste organizzazioni fossero usate per scopi più ampi rispetto a quelli consentiti dalla legge, dall'edilizia popolare alle grandi opere. Contro Tremonti si è barricata la lobby delle fondazioni che fa capo all'Associazione delle casse di risparmio di Giuseppe Guzzetti, che è anche presidente della più grande fondazione italiana, la Cariplo. Fazio si è messo subito dalla parte di Guzzetti. Ma prima ancora era stato Tremonti a sferrare un attacco fin dentro il bastione di Bankitalia. Rimasta scoperta una poltrona nel Consiglio superiore dell'istituto per l'uscita di Mario Grisanti, il ministro dell'Economia ne ha approfittato per piazzare un suo candidato senza curarsi del gradimento di Fazio. Tremonti ha designato Lorenzo Bini Smaghi, ex Ciampi boy, dirigente generale del ministero e consigliere di Finmeccanica. Fazio avrebbe voluto, invece, Roberto Ulissi, avvocato, consigliere di Telecom e dirigente ministeriale pure lui. L'ha spuntata Tremonti perché la nomina spettava al ministero; ma la ratifica della nomina di Bini Smaghi è rimasta in stand by.

 

 

Dagospia.com 16 Maggio 2003