1. COME MAI PATUANO HA CAMBIATO IDEA SULL’INGRESSO DI SAWIRIS DENTRO TELECOM? DOPO L’INCONTRO A BERLINO DI ALIERTA E BERNABÈ? GUAI CON LA VENDITA DELLA RETE? 2. CHI E’ SAWIRIS? UOMO DI FIDUCIA DELLA CIA CHE COSTRUISCE BASI MILITARI USA IN AFGHANISTAN E IN IRAQ ED OTTIENE LA LICENZA TELEFONICA SIA IN IRAQ CHE IN PAKISTAN 3. QUELLA IN CORSO È UNA PARTITA CHE TOCCA GLI EQUILIBRI INTERNAZIONALI E DECIDERÀ LA SORTE DI BERNABÈ PER IL QUALE IN QUESTE ORE SI AGITA NELLE STANZE DEL PALAZZO IL SUO BRACCIO DESTRO FRANCO BRESCIA AFFINCHÉ FRANCHINO POSSA SALIRE SULLA POLTRONA DI FINMECCANICA PRIMA CHE GLI CADA ADDOSSO LA MALEDIZIONE DI CHEOPE 4. INTORNO ALL’ACQUISTO DI WIND BY SAWIRIS, TRA CONSULENZE E MAZZETTE, GIRO’ LA CIFRA COLOSSALE DI 414 MILIONI DI CUI ALMENO 96 NELLE TASCHE DELL’INTERMEDIARIO ALESSANDRO BENEDETTI. NEL POLVERONE SONO FINITI, SENZA ARRIVARE AD ALCUNA CERTEZZA, I NOMI DI LETTA, FASSINO, BERSANI E DEL FIDUCIARIO DI BERLUSCONI BRUNO ERMOLLI

Gli uscieri di TelecomItalia sono sbalorditi.
Con una piroetta degna di un grande trapezista, l'amministratore delegato Marco Patuano ha cambiato opinione nello spazio di 24 ore sull'eventuale ingresso del magnate egiziano Sawiris dentro Telco, la holding che controlla TelecomItalia.

Fino all'altro ieri il 48enne manager alessandrino che nell'aprile 2011 è stato nominato al vertice dell'azienda, si era smarcato nettamente da Franchino Bernabè dicendo senza mezzi termini che la società non ha bisogno di nuovi capitali e neppure di 3 miliardi buttati sul tavolo dal piccolo faraone.

Adesso gli uscieri si chiedono che cosa sia successo di così importante da far cambiare idea al fulvo Patuano fino al punto di salutare con un benvenuto il grimaldello di Sawiris che potrebbe servire ad allargare la presenza di Telecom su quel mercato sudamericano dove ha lavorato fino al 2008 quando il manager di Malcesine lo ha richiamato in Italia.

Le interpretazioni di questa conversione repentina e inattesa sono numerose. Qualcuno sostiene che a fargli cambiare idea sia stato l'incontro che si è tenuto ieri a Berlino tra Cesar Alierta, patron della spagnola Telefonica, e Bernabè durante una colazione riservata con la massaia Angela Merkel in occasione - come rivela il "Sole 24 ore" - di una tavola rotonda tra i top executive di mezza Europa.

Questa tesi può avere un suo fondamento ,ma cozza contro l'idea che il capo di Telefonica abbia dato semaforo verde all'ingresso di Sawiris in America Latina, cioè proprio su quel mercato dove gli spagnoli rincorrono il primato che Carlos Slim detiene in quel continente.

Per altri l'apertura di Patuano a Sawiris sarebbe il riflesso automatico delle difficoltà che Telecom sta incontrando per cedere alla Cassa Depositi e Prestiti la Rete per la quale i consulenti di Deutsche Bank hanno fatto una valutazione esagerata di 15 miliardi.

C'è poi chi guarda con occhi scettici il movimentismo frenetico di Sawiris che in un'intervista rilasciata al "Financial Times" dichiara di non avere alcun debito nelle sue società e di essere pronto a cacciare nuove prede in America Latina, prima fra tutte la francese SFR controllata dal colosso Vivendi che intende cedere anche la brasiliana GVT, un boccone da 9 miliardi che il piccolo faraone vorrebbe mangiare insieme a TelecomItalia.

Resta il fatto che le mosse del magnate hanno cambiato dalla mattina alla sera la strategia di Patuano che a questo punto si ritrova allineato a Bernabè all'interno di uno scenario cosi' oscuro e incerto da confondere le menti più lucide.

Con una certa ironia qualcuno tra gli uscieri pensa che Franchino prima di partire per Berlino all'indomani dell'incontro romano con i cosiddetti potenti del Bilderberg, gli abbia rinfrescato la testa ricordandogli la maledizione di Cheope, il faraone della quarta dinastia egizia al quale è stata dedicata come monumento funebre la più grande piramide di Giza.
Forse Bernabè non gli ha detto che quando un califfo tentò di violare il monumento funebre alla ricerca dei tesori e della mummia del faraone, non trovò nulla perché il sarcofago era completamente vuoto.

Non sembrano vuote invece le tasche di Sawiris che da anni si porta dietro ,in Italia e nel mondo, l'immagine di un uomo misterioso con le tasche zeppe di dollari e una storia alle spalle degna di un romanzo. Per descriverlo ci vorrebbe la penna di quel grande scrittore egiziano, Naguib Mahfouz, che nell'88 ha preso il premio Nobel per la Letteratura e ha scritto tra l'altro "Il palazzo del desiderio", un'opera ambientata nella realtà multiforme dei bazar del Cairo.

Ma forse non c'è bisogno di scomodare questo autore (peraltro morto nell'agosto 2006) per ripercorrere le avventurose vicende di Sawiris. Per saperne di più basta rivedere la puntata di Report "Il mistero del faraone" che è andata in onda il 13 maggio 2007. Anche in questa trasmissione la Giovanna d'Arco dei poveri (che domenica sera dedicherà il suo programma a Ponzellini con la speranza che non faccia di tutt'erba un fascio e sappia distinguere con serenità le tangenti dalle istruttorie bancarie regolari), ha usato il bisturi e allora vale la pena sedersi comodamente in poltrona e rivedere quel programma perché la dice lunga sul magnate al quale Franchino Bernabè ,e adesso anche Patuano, intendono spalancare le porte.

Staccate, per cortesia, i telefoni, buttate nel cesso l'IPad, chiedete alle vostre segretarie di uscire da sotto le scrivanie, e sentite che cosa si diceva in quella trasmissione esplosiva.

La famiglia Sawiris si è arricchita durante l'epoca di Faruk, il re più corpulento di Ponzellini, che nel 1952 scappò dall'Egitto con una cassa di lingotti e morì a Capri durante una cena di 24 portate. Dopo la morte del sovrano il patriarca Sawiris con i suoi figli fugge in Libia e ritorna in Egitto solo alla fine dell'esperienza socialista. In poco tempo riesce a mettere le mani con altri soci sul Mobinil, una piccola società telefonica di proprietà statale che poco tempo dopo rileva da solo a prezzi stracciati battendo un compratore americano di nome Bill Martin.

Ma è proprio con gli americani che il piccolo faraone riesce a fare il salto di qualità collocandosi tra i più grossi businessmen del terzo mondo. È quanto avviene in Iraq dove con la società Orascom ,che ha irrobustito attraverso mutui della Banca Mondiale, acquista il 40% del colosso americano Contrack che gestisce i più grandi appalti del Pentagono. Da quel momento Sawiris diventa un uomo di fiducia di Washington e della Cia perché dopo aver comprato nel 2005 il 100% di Contrack si mette a costruire basi militari Usa in Afghanistan e in Iraq dove è partita la ricostruzione.

Più che al mattone pensa alla telefonia e riesce ad ottenere la licenza telefonica sia in Iraq che in Pakistan. Alle sue spalle si lascia un Rapporto americano del 2001 in cui si accusa Orascom di aver falsificato banconote per aumentare i suoi capitali, ma lui nega categoricamente e sulla vicenda cade il silenzio.

A questo punto - dopo aver chiesto alla vostra zelante segretaria di portare popcorn e una Coca Cola - potete continuare a rivedere il programma della Gabanelli e capire quello che in Italia è stato il più grande "mistero del faraone".

Le immagini arrivano al 2005 quando Sawiris compra Wind da Enel gestita allora da Paoletto Scaroni. Pochi mesi prima dell'acquisto (siamo all'8 ottobre 2004) Enel smentisce categoricamente di avere una trattativa aperta per la cessione di Wind nella quale aveva investito qualcosa come 17 miliardi. L'operazione invece si chiuse l'anno dopo e Enel vendette Wind attraverso una società di diritto olandese (Enel Investment Holding).

In quell'epoca molti si chiesero chi fosse questo misterioso scalatore egiziano e qualcuno disse che tra i soci della sua Orascom c'erano anche i Palestinesi dell'Olp e un uomo di fiducia di Saddam, un certo Nadmi Auchi, titolare di una società lussemburghese.

La trattativa per l'acquisto di Wind attraversò fasi convulse e scatenò enormi polemiche. I giornalisti nella loro beata innocenza non riuscivano a capire quante e quali società avesse il piccolo Sawiris. Oltre ad Orascom, ne saltarono fuori altre due: la prima, Weather Investment, registrata in Lussemburgo, dove si diceva che ci fosse pure il furbetto Ricucci; la seconda ,sembrava invece allocata nelle isole Cayman. Ma ciò che fece più scalpore fu il fatto che per la cessione di Wind non si tenne alcuna gara e che un solo avversario, il fondo americano Blackstone, si fosse presentato con un'offerta nettamente superiore a quella di 12,3 miliardi presentata da Sawiris.

Nella mischia entrò anche per un attimo Cesarone Romiti, che con fiuto provvidenziale si ritirò dalla bagarre perché capì che tutti i giochi erano in favore dell'egiziano e che la vicenda aveva risvolti oscuri.

La conclusione è nota: Wind passa nelle mani di Sawiris, Enel che aveva investito 17 miliardi gliela cede per poco più di 12, e a godere di più per la conclusione dell'operazione sono state le banche e gli intermediari.

La ricostruzione della storia fa capire che nello sbarco in Italia il faraone ha cacciato solo 2/3 milioni, mentre il resto gli è stato fornito dalle banche. A quell'epoca al Tesoro c'era il ministro Siniscalco che non volle mai spiegare i termini dell'operazione e le ragioni per cui gli americani di Blackstone furono sconfitti. Questi ultimi pare che si avvalessero dello studio Tremonti, ma quando la Gabanelli andò da Giulietto per saperne di più, lui allargò le braccia e disse di essere "fuori da tutto".

Potremmo finirla qui e richiamare la segretaria affinché ritorni nella sua posizione più funzionale a risollevare il morale, ma c'è ancora una risvolto che arriva alla politica perché il volume delle transazioni, delle consulenze e delle mazzette che probabilmente girarono intorno all'acquisto di Wind, raggiunse la cifra colossale di 414 milioni di cui almeno 96 nelle tasche dell'intermediario Alessandro Benedetti.

Nel polverone sono finiti, senza arrivare ad alcuna certezza, i nomi di Gianni Letta, Fassino, Bersani e del fiduciario di Berlusconi Bruno Ermolli.

Ecco in sintesi la storia della prima scalata del misterioso faraone che oggi vorrebbe piantare la bandierina dentro TelecomItalia. L'ha già fatto una volta con successo, poi ha deciso di vendere Wind ai russi di Wimpelcom per 6 miliardi. Sembrava che se ne fosse andato per sempre, ma il suo fantasma è riapparso dietro una piramide di miliardi dentro la lettera che Franchino Bernabè ha letto al consiglio di amministrazione di Telecom.
Adesso il dossier Sawiris finirà inevitabilmente sul tavolo di Mario Monti che già deve vedersela con quello di Finmeccanica, la società guidata dal cattolico Orsi che dà del "coglione" al cardinale Bagnasco.

La partita assume i contorni di un romanzo internazionale con al centro Franchino Bernabè che deve fare la quadratura del cerchio tra i suoi amici americani e i russi che hanno comprato Wind sottobraccio a Sawiris.

È una partita che tocca gli equilibri internazionali e deciderà la sorte di Bernabè per il quale in queste ore si sta agitando nelle stanze del Palazzo il suo braccio destro Franco Brescia (direttore public affairs e regulator di Telecom) affinché Franchino possa salire sulla poltrona di Finmeccanica prima che gli cada addosso la maledizione di Cheope.

 

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