DRAGHI HA RAGIONE: È INUTILE CHE GLI ITALIANI FACCIANO CASINO CONTRO L’EUROPA. LA SOVRANITÀ L’HANNO PERSA INDEBITANDOSI FINO AL COLLO – IL TESTO DEL PRESIDENTE BCE SU FEDERICO CAFFE’

1. DRAGHI: I PAESI TROPPO INDEBITATI HANNO GIÀ PERSO LA SOVRANITÀ - ALL’USCITA DALL’UNIVERSITÀ, SECCHI DI VERNICE CONTRO IL GOVERNATORE

Marco Sodano per “la Stampa

 

Mario Draghi a NapoliMario Draghi a Napoli

«La nostra esperienza mostra che la condivisione della sovranità nazionale è condizione necessaria per una fiducia duratura nel disegno del nostro comune viaggio europeo». Parole pronunciate dal presidente della Bce Mario Draghi, ieri, alla celebrazione del centenario della nascita del grande economista Federico Caffè. 
 

Ancora: «Ogni legame duraturo vuole una solida base di fiducia reciproca. I paesi dell’Eurozona, in questi anni, hanno rafforzato i loro legami e allargato la base di fiducia su cui poggiano: una politica monetaria comune, regole di bilancio comuni, ora una vigilanza bancaria comune e presto anche un mercato di capitali comune». Insomma, secondo Draghi la questione non è «perdere la sovranità, quella l’hanno persa i Paesi troppo indebitati, ma di acquistarla condividendola con altri Paesi dell’Eurozona». 
 

Questa condivisione-rinuncia di sovranità, comporta anche vantaggi. E infatti Draghi ieri ha ricordato che la Banca centrale europea resta pronta a usare tutti gli strumenti possibili contro una crisi che tocca diversi paesi europei e «specialmente l’Italia». È guerra dichiarata alla disoccupazione, che «nell’area euro è inaccettabile: è la più grande forma di spreco delle risorse e incide sulle potenzialità delle economie diminuendo la crescita».
 

ignazio visco ignazio visco

E la crisi s’è fatta sentire fuori dall’Università Roma Tre (dove Draghi celebrava Caffè con il governatore di Bankitalia Visco). All’uscita, lanci di vernice accompagnati da slogan tipo «fuori i banchieri dall’Università» attendevano Draghi e Visco. Il bilancio degli scontri con la polizia che sono seguiti parla di un ragazzo ferito con un visibile taglio alla fronte: da giorni circolavano messaggi che invitavano a far sentire la protesta in occasione della visita di Draghi alla sede dell’ateneo.
 

Di giovani - e del lavoro che non c’è - ha parlato lungamente anche Visco, spiegando che non ci si può aspettare che sia lo Stato a risolvere il problema del lavoro «perché non ci sono i quattrini e lo Stato programmatore non ce la fa, non può leggere nel futuro». Secondo Visco bisogna invece investire nella scuola «creando un ambiente nel quale si possa avere maggior successo nell’accumulare capacità di progredire. E contemporaneamente garantire condizioni ragionevoli agli esclusi o aiutarli a essere inclusi».

 

 

2. ECCO CHE COSA ABBIAMO IMPARATO DA FEDERICO CAFFÈ

L’intervento di Mario Draghi al convegno per il centenario dell’economista a Roma pubblicato da “la Repubblica

 

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Conoscenza della realtà: istituzionale, sociale, comportamentale; capacità di indignarsi per ciò che in questa realtà violava principi etici fondamentali, o anche la razionalità economica, quando vedeva la stupidità prona al servizio dell’avidità; perentorio richiamo ad agire e insieme rimprovero per una accettazione passiva della realtà; cosa fare per porre rimedio alle disuguaglianze ma anche alle inefficienze: questa era la politica economica di Federico Caffè, questa è oggi la Politica Economica nella sua definizione più alta.

 

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È questa sua complessa e completa personalità che reagisce di fronte alla realtà con ragione, con passione, con azione e che sente il bisogno di condividere tutto ciò con i suoi alunni che lo ha reso indimenticabile. Noi, noi studenti (io mi laureai con lui nel ’70 con una tesi sul Piano Werner, il precursore della moneta unica, in cui sostenevo che le condizioni per la sua attuazione allora non esistevano) abbiamo vissuto vite professionali sicuramente diverse tra loro, anche per le diverse interpretazioni che abbiamo dato dei suoi insegnamenti, ma accomunate dalla convinzione che fare politica economica significasse: analisi della realtà, rifiuto delle sue deformazioni, impiego delle nostre conoscenze per sanarle.

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È con questa eredità di pensiero che ci confrontiamo e che desidero condividere l’azione che la BCE ha intrapreso per rispondere alla crisi nella quale l’area dell’euro e specialmente l’Italia versa, da ormai molti anni. L’attuale, inaccettabile livello della disoccupazione – il 23% dei giovani tra i 15 e i 24 anni non ha un lavoro – è contro ogni nozione di equità, è la più grande forma di spreco di risorse, è causa di deterioramento del capitale umano, incide sulle potenzialità delle economie diminuendone la crescita per gli anni a venire. [...]

 

I fattori ciclici hanno avuto un ruolo importante nell’aumento della disoccupazione. La BCE ha reagito alla crisi su tre fronti. Per quanto riguarda la politica monetaria cosiddetta convenzionale, ha portato il livello dei tassi di interesse dal 1,5% nel novembre 2011 allo 0,05% oggi. Ha portato il tasso di interesse pagato dalle banche per i loro depositi presso la stessa BCE dal 75 punti base nel novembre 2011 a -0,20 oggi. Ha inoltre attivato già alla fine del 2011 linee di credito per il sistema bancario per 1 trilione di euro e per una durata senza precedenti di 3 anni. [...]

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Ma gran parte delle misure intraprese può avere effetto sull’economia reale solo attraverso le banche, che nell’eurozona intermediano circa l’80% del credito. Solo se esse passano a famiglie e imprese le condizioni straordinariamente espansive sia in termini di tasso di interesse, sia di durata, sia di quantità disponibile che la BCE offre loro, la politica monetaria è pienamente efficace nella sua azione di stimolo.

 

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Perché ciò avvenga occorre che non solo vi sia domanda di credito da parte di clienti in grado di restituirlo, ma che esse stesse siano sane. È a tal fine che la BCE, alla vigilia del diventare il supervisore unico dell’Eurozona, insieme a tutti gli organismi di vigilanza nazionale, ha lanciato un anno fa e da poco completato un’analisi approfondita, il Comprehensive Assessment , delle 130 banche europee più significative.

 

In tal modo è stato rimosso un altro ostacolo al contributo che la politica monetaria della BCE può dare alla ripresa della crescita. [...] Una politica monetaria espansiva, una politica fiscale, che, nel rispetto delle regole esistenti, veda maggiori investimenti e minori tasse, non sono sufficienti a generare una ripresa della crescita forte e sostenibile senza le necessarie riforme strutturali dei mercati dei prodotti e del lavoro.

FEDERICO CAFFE E SYLOS LABINIFEDERICO CAFFE E SYLOS LABINI

 

Maggiore concorrenza, completamento del mercato unico europeo, misure che permettano ai lavoratori disoccupati di trovare un nuovo posto di lavoro diminuendo la durata della disoccupazione, misure che permettano di innalzare il livello di specializzazione e di adattarne le caratteristiche alla domanda sono da tempo nell’agenda della politica economica di molti paesi dell’euro: la riflessione faccia ora posto all’attuazione.

 

È chiaro che entrambe le politiche, quella della domanda e quella dell’offerta, sono necessarie. La lezione del 2012 ci ha insegnato che la crisi di fiducia nell’euro era anche causata dall’incertezza, rivelatasi infondata, sul futuro della moneta unica. A questa incertezza i leader europei reagirono nel giugno del 2012 con la creazione dell’unione bancaria che ha portato alla vigilanza unica della BCE. Questo è stato l’atto di integrazione più importante che sia mai stato deliberato dalla creazione dell’euro.

 

FEDERICO CAFFEFEDERICO CAFFE

I paesi dell’eurozona hanno in questi anni rafforzato i loro legami e corrispondentemente allargato la base di fiducia su cui essi poggiano: con la politica monetaria comune, con regole di bilancio comuni, ora con una unione bancaria e una vigilanza bancaria comune e presto con un mercato di capitali comune. La nostra esperienza mostra che la condivisione della sovranità nazionale è condizione necessaria per una fiducia duratura nel disegno del nostro comune viaggio europeo.

 

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