EVASIONE DALLA FAMIGLIA - PAOLA MARZOTTO, FIGLIA DI MARTA E MADRE DI BEATRICE BORROMEO, SFANCULA I FRATELLI E I CUGINI, ACCUSATI DI EVASIONE FISCALE PER 65 MLN €: “ESTRANEA AI FATTI CHE VEDONO INDAGATI I MIEI FRATELLI E ALCUNI CUGINI. CHE DOLORE PENSARE A NONNO GAETANO” - ANCHE LO ZIO PIETRO CONDANNA MATTEO & CO: “NON MI SORPRENDE QUELLO CHE ACCADE. SIAMO UNA FAMIGLIA FRANTUMATA DAGLI ERRORI”…

1- PAOLA MARZOTTO: "MI DISTINGUO DAI MIEI FRATELLI, CHE DOLORE PER NONNO"
Paola Marzotto, figlia di Marta e madre di Beatrice Borromeo, scrive su Facebook:

"Cari amici, ci tengo a precisare che non solo io e mio padre Umberto ma anche la stragrande maggioranza della famiglia Marzotto e' estranea ai fatti che vedono indagati i miei fratelli ed alcuni dei miei cugini. E' con grande dolore che penso a mio nonno Gaetano, industriale illuminato, ai suoi meriti sociali, alla sua correttezza ed umanita', alla sua radicale onesta'. Ringrazio i miei figli per aver recepito e fatto loro il suo messaggio e per essere diventati le persone che sono.
E' anche per loro che mi sento di dover fare questo distinguo."


2- IL CONTE PIETRO E LA SAGA DEI MARZOTTO «FAMIGLIA FRANTUMATA DAGLI ERRORI»
Luciano Ferraro per il "Corriere della Sera"

L'ex capo dell'azienda: 70 nipoti, prevedibile che finisse così. Nel 2004 mi cacciarono. Vedo disgregazione e insofferenza alla guida

«La nostra è una famiglia che si è frantumata. Troppi errori. Siamo alla sesta generazione, i nipoti sono 70. Non mi sorprende quello che sta accadendo». Pietro Marzotto, 75 anni, è nella sala di comando di Peck, la gioielleria gastronomica a due passi dal Duomo di Milano («Con la migliore enoteca d'Italia», spiega passando in rassegna Bordeaux e Supertuscan). Peck, il negozio che piaceva a D'Annunzio, è la sua ultima avventura imprenditoriale dopo aver chiuso con quella di famiglia, nel 2004. Un addio non voluto: «Mi cacciarono», ricorda.
Il «sior conte» ora guarda con rammarico all'azienda di Valdagno, di cui è stato il leader per tre decenni.

Ha letto tutto sulla bufera giudiziaria che ha colpito 6 Marzotto e 3 cugini Donà dalle Rose, accusati di una evasione di 65 milioni nella vendita delle quote di Valentino Fashion group, lo scrigno con tutte le griffe dei Marzotto. Vede questo «brutto affare» come l'ultimo segno dell'«ineluttabile declino» della dinastia. Sotto la sua guida lo storico Lanificio dell'era del pre-welfare (la Città sociale, case, asilo, ospedale, e persino una colonia estiva al Lido di Jesolo per i figli degli operai) diventò un gruppo internazionale del tessile e della moda.

Lasciata Valdagno, il conte Pietro ha tagliato i ponti con tutti o quasi i parenti («Ora ho una piccola famiglia», sintetizza). Vive a Valle Zignago, 800 ettari di acqua e terra, nella laguna di Caorle in cui cacciavano Ernest Hemingway e Henry Fonda. Con lui, da Peck, c'è il figlio Pier Leone, con il camice bianco del negozio.

Il conte rigira e morde il bocchino bianco che serve ad allontanare i tre pacchetti al giorno di sigarette che fumava. E ricorda: «Ho lottato in azienda per una successione che definirei con due aggettivi: morbida e professionale. Ovvero non contrastata e affidata a professionisti di primo piano. Purtroppo non ci sono riuscito. Ho lasciato le cariche operative nel 1998, poi ho cercato di assistere i manager senza far pressioni, massima discrezione. Ma nel 2004 sono stato buttato fuori. La prima lettera dagli azionisti-parenti mi è arrivata nell'autunno del 2003, l'altra nel gennaio 2004».

La saga dei Marzotto si incrina nel 1997 con lo scontro sulla fusione (naufragata) con Hpi. Poi il contrasto, a colpi di Opa, su Zignano. La famiglia si spacca. «Di contrasti ne ho sempre avuti tanti. Ero un uomo d'azienda, poco incline ai compromessi. Non sono mai stato amato», riflette il conte. E ritrova il gusto della battuta, quell'ironia che ha attraversato la sua carriera in cui non ha nascosto le simpatie per il centrosinistra (appoggiò Massimo Cacciari contro Giancarlo Galan per la poltrona di governatore veneto). «Nel 2003 proposi Giuseppe Vita come presidente della società, era già in Hugo Boss. Mio fratello Paolo e Andrea Donà dalle Rose sembravano d'accordo, ma alla fine votarono tutti contro. E scelsero una personcina, non ricordo neppure il nome, che poi cacciarono».

Pietro Marzotto è stato un risanatore, ma quando l'amministratore delegato Antonio Favrin partì con tagli e chiusure si ribellò: «Vuoi amputare più che curare, gli dissi. Anch'io nel 1970 feci tagli e riduzione del personale. Ma puntando allo sviluppo. Rivoltai l'azienda come un calzino, portando l'export dal 10 al 40 per cento in pochi anni. Ccmprai Bassetti, Lanerossi e Hugo Boss». E Valentino? «Feci solo il negoziatore. Ma non ero favorevole. Aveva i conti nel pallone. Glamour tanto, ma i bilanci... E poi se alla guida ci fossero stati dei cinquantenni, ma erano già oltre. Comunque negoziai al meglio».

Quando ha cominciato a sfaldarsi quell'industria che era arrivata ad avere 11 mila dipendenti alla fine degli anni Ottanta? «Fino alla fine degli anni Sessanta il padrone era papà Gaetano, anche se noi eravamo già soci. Morì nel 1972. Poi siamo arrivati noi, 7 fratelli e sorelle. Con i nostri 25 figli. Poi i figli hanno avuto figli, che sono già grandi. Sono 70, cosa vuole...».

Dopo l'esilio nella laguna veneta, il conte è rimasto in contatto solo con il fratello Umberto «perché si è pentito di come sono stato trattato in azienda. Gli altri sono quasi tutti morti». E le giovani generazioni? Il conte guarda Pier Leone come fosse l'unico degno di attenzione.

«Avevo coniato il termine family public company per Marzotto. Volevo dare continuità alla famiglia, non ce l'ho fatta. Ora vedo la disgregazione, un fenomeno che non mi stupisce. I Marzotto sembrano colpiti da una forza centrifuga, sembrano insofferenti alla misura e alla guida. Gli americani hanno studiato il fenomeno, le aziende durano fino alla seconda generazione, raramente alla terza. I Marzotto sono arrivati alla sesta, ma già alla terza si è capito come stava andando».

Aveva descritto le beghe di famiglia, qualche anno fa, come «cose da operetta». Ora parla di «episodi che, se fossero veri, sarebbero vergognosi». Ma subito sfuma: «Con l'ultima vicenda non c'entro nulla, ora mi godo il meritato riposo. Mi occupo di Peck».

 

 

2mar59 paola marzottoPAOLA MARZOTTO SU FACEBOOKPIETRO MARZOTTOlapo elkann e paola marzotto jpegMATTEO MARZOTTO Marzotto MatteoGaetano Marzotto Associazione gaetano marzotto DIAMANTE MARZOTTO

Ultimi Dagoreport

attentato sigfrido ranucci bomba valter lavitola clesio gomes tavares pellegrino d’avino davino antonio passariello saverio mutone

DAGOREPORT- PECCATO CHE SIANO SCOMPARSI I POLIZIOTTESCHI DEGLI ANNI ’70, TIPO: “LA CAMORRA SFIDA, NAPOLI RISPONDE’’. DAVANTI AI COLPI DI SCENA DEL GASTRO-CRIMINAL-SHOW, STARRING LAVITOLA E RANUCCI, AVREBBERO SCODELLATO UN BEL FILMONE, INTITOLATO: “LA CAMORRA INDAGA, LA LEGGE RINGRAZIA” – QUANDO RANUCCI INDIRIZZA LE INDAGINI SULLA PISTA DELLA CAMORRA, IL CLAN CAVA, STORICA ORGANIZZAZIONE IRPINA DI QUINDICI, NON HA PRESO PER NIENTE BENE DI FINIRE SOTTO PRESSIONE PER IL LAVORO INVESTIGATIVO DEI CARABINIERI – INDAGANO E SCOPRONO CHE ANTONIO PASSARIELLO, L’UNICO LORO AFFILIATO DEL QUARTETTO BOMBAROLO (GLI ALTRI TRE NON ERANO ORGANICI AL CLAN), NON SI ERA PREOCCUPATO DI INFORMARE IL VERTICE DEL CLAN, NÉ DI RICEVERE IL VIA LIBERA PER COMPIERE L’ATTENTATO - I CAMORRISTI DECIDONO ALLORA DI INDIRIZZARE GLI INQUIRENTI SULLA PISTA GIUSTA, INVIANDO UNA MAIL AL PM: “SE CE LO AVREBBE DETTO NON GLIELO AVREMMO MAI PERMESSO PERCHÉ RANUCCI A NOI NON CI HA FATTO NIENTE E QUESTO SONO GUAI CHE NON VOGLIAMO, ALLORA PRIMA CHE SI MISCHIANO LE CARTE, LE COSE STANNO COSI…”. E GIÙ UN NUMERO DI TELEFONO INTESTATO A UN’ALTRA PERSONA MA UTILIZZATO DA PASSARIELLO, CHE GLI INVESTIGATORI NON AVEVANO ANCORA SCOPERTO. DA LÌ, INTERCETTANDO INTERCETTANDO, SI È FINITI A TAVARES E LAVITOLA… - VIDEO

giorgia meloni sigfrido ranucci giampaolo rossi giovambattista fazzolari patrizia scurti antonio tajani matteo salvini

DAGOREPORT – GIORGIA MELONI È IN MODALITÀ “CATTIVISSIMA ME”: DOPO QUATTRO ANNI DI LUNA DI MIELE, PER LA DUCETTA È ARRIVATA LA TEMPESTA PERFETTA: LO STOP AL PREMIERATO, LA BATOSTA AL REFERENDUM, LE RAFFICHE DI “VAFFA” DI TRUMP, L'ESPLOSIONE DEL FENOMENO VANNACCI, IL CROLLO DELLA LEGA, FORZA ITALIA ALLA BERLUSCONINA, IL CAOS INTORNO ALLA NUOVA LEGGE ELETTORALE, L'AUTOGOL SULLA SOSTITUZIONE DI RANUCCI - PIU' IRRIDUCIBILE DELLA MALASORTE, ANZICHE' ASCOLTARE I CO-FONDATORI DI FDI, LA RUSSA E CROSETTO, L'UNDERDOG PREFERISCE CIRCONDARSI DALL'AFFETTO DEL SUO CIRCOLETTO DELLA GARBATELLA - DOMANI DA BARI, DOVE FESTEGGIA IL RECORD DI DURATA DEL SUO GOVERNO, L'UNDERDOG LANCERÀ IL SUO GRIDO DI RISCOSSA ELETTORALE - SA CHE L'ARMATA BRANCA-MELONI NON PUO' REGGERE FINO A OTTOBRE 2027, OCCORRE ANTICIPARE IL VOTO AD APRILE, LASCIANDO LE COMUNALI A GIUGNO - MA MATTARELLA VUOLE L’ELECTION-DAY A CUI SI OPPONE LA MELONI, TERRORIZZATA DALL’EFFETTO TRAINO DI UN FILOTTO DEL CENTROSINISTRA: CHE DECIDERA' IL COLLE? AH, SAPERLO...

crosetto calenda vannacci monti de bortoli forum ambrosetti cernobbio

DAGOREPORT - MENTRE LA PROCURA MILITARE DI ROMA AVVIA UN’INDAGINE SUGLI UFFICIALI CHE HANNO ADERITO ALLA "SPORCA DOZZINA" DI ROBERTO VANNACCI, IL RE-DUX DI FUTURO NAZIONALE MARCIA SU CERNOBBIO: SABATO È ATTESO IN POMPA MAGNA AL FORUM AMBROSETTI PER DIBATTERE CON L’EX PREMIER MARIO MONTI - DALL'IDEOLOGO DEL POPULISMO GRILLINO, GIAN ROBERTO CASALEGGIO AL LEADER SOVRANISTA OLANDESE, IL RAZZISTA GEERT WILDERS, LE PRESENZE PROVOCATORIE E ACCHIAPPA-TITOLI NON SONO UNA NOVITA' A VILLA D'ESTE - SDEGNATI PER LA PRESENZA E "TRATTAMENTO PREFERENZIALE" DEDICATO ALL’EX PARÀ(CULO) DELLA FOLGORE, CARLO CALENDA E GUIDO CROSETTO NON METTERANNO PIEDE A CERNOBBIO – ANCHE FERRUCCIO DE BORTOLI RIFIUTA DI DUETTARE CON L’EX GENERALE NOSTALGICO DEL MANGANELLO E DELL’OLIO DI RICINO - NON SOLO: E' L’EX DIRETTORE DEL “CORRIERE” IL PRIMO CHE SPARA LA NOTIZIA: “PURTROPPO A CERNOBBIO CI SARÀ VANNACCI'' (IL CAUTO DIRETTORE FONTANA È STATO BEN ATTENTO A NON PUBBLICARLA SUBITO SUL CARTACEO)...

rai via teulada paolo corsini giulia innocenzi presutti daniele piervincenzi danilo procaccianti report sigfrido ranucci

DAGOREPORT – RIUNIONE INTERLOCUTORIA MA CON QUALCHE PICCOLA APERTURA TRA IL DIRETTORE DELL'APPROFONDIMENTO RAI, PAOLO CORSINI, E I MEMBRI DELLA SQUADRA DI “REPORT”: I GIORNALISTI HANNO RIBADITO IL “NO” ALLA CONDUZIONE DI GIULIA PRESUTTI E DANIELE PIERVINCENZI, MA SU QUEST’ULTIMO LA POSIZIONE SAREBBE PIÙ MORBIDA: POTREBBE AVERE UN VIA LIBERA MAGARI COME CONDUTTORE DEL “REPORT LAB”, CON LA CONDUZIONE VERA E PROPRIA DA AFFIDARE A DUE “STORICI” (CHE DIVENTEREBBERO TRE NEL CASO DI UN REINTEGRO DI RANUCCI DA PARTE DEL TRIBUNALE).  SULLA PRESUTTI IL MURO RESTA GRANITICO – PALAZZO CHIGI, INVECE, SAREBBE IRREMOVIBILE SUI DUE NOMI – EPISODIO PITTORESCO NEL MEZZO DELLA RIUNIONE: UN GIORNALISTA DI UNA PRESTIGIOSA TESTATA DELLA RAI SAREBBE STATO BECCATO A ORIGLIARE DA UN BAGNO VICINO ALLA SALA…

trump modi xi jinping putin

DAGOREPORT – GRAZIE A TRUMP, IL DOLLARO RISCHIA DI DIVENTARE CARTA STRACCIA – IL PIATTO FORTE AL SUMMIT IN KIRGHIZISTAN DI XI JINPING, VLADIMIR PUTIN E NARENDRA MODI, HA FATTO STRA-INCAZZARE IL CALIGOLA DELLA CASA BIANCA: SUL TAVOLO, IL PROGETTO DEI ''BRICS'' (BRASILE, RUSSIA, INDIA, CINA, SUDAFRICA) DI DAR VITA A UNA “MONETA UNICA'', PER FAR FUORI IL DOLLARO NEGLI SCAMBI INTERNAZIONALI - CON UN DEBITO PUBBLICO MONSTRE DI 40MILA MILIARDI, LA DE-DOLLARIZZAZIONE SAREBBE LA FINE DELL'IMPERO AMERICANO: IL VERDONE" VIENE UTILIZZATO IN OLTRE L'80% DELLE TRANSAZIONI COMMERCIALI E IN PIÙ DELLA METÀ DEI PAGAMENTI INTERNAZIONALI DELLE MATERIE PRIME, COME IL PETROLIO - LA DECISIONE E' NELLE MANI DELLA CINA: RINUNCERA' ALLO MONETA NAZIONALE, LO YUAN, PER DIVENTARE LA LOCOMOTIVA DEI ''BRICS''? - SUL MAGGIORE IMPEGNO A FAVORE DELL’IRAN, PESANO I DUBBI DI MODI (GLI USA SONO IL PRIMO PARTNER COMMERCIALE DELL’INDIA) - PROSSIMO ROUND: IL VERTICE DI XI JIN PING DEL 24 SETTEMBRE CON IL "DERAGLIATO MENTALE" DELLA CASA BIANCA...