A FORZA DI METTERE TOPPE, FINMECCANICA S’INTOPPA: DIMISSIONI A RAFFICA E NOMINE INCERTE

Sergio Rizzo per "Il Corriere della Sera"


Per la Finmeccanica sono ore cruciali. Il consiglio di amministrazione del gruppo industriale tuttora controllato al 32,4% dal Tesoro è falcidiato dalle dimissioni. Tre giorni fa le ha rassegnate Christian Streiff, ex amministratore delegato dell'Airbus, motivandole con «sopraggiunti impegni non compatibili».

A settembre del 2012 se n'era andato Franco Bonferroni: analoghe le motivazioni, anche se va ricordato che nel maggio l'ex parlamentare democristiano aveva ricevuto un avviso di garanzia nell'ambito dell'inchiesta sugli appalti Enav. Quel che più conta, pochi giorni prima delle elezioni politiche di febbraio si era dimesso il presidente e amministratore delegato Giuseppe Orsi, raggiunto da un mandato di cattura per le presunte tangenti che avrebbero accompagnato in India una maxi fornitura di elicotteri.

Basterebbe questo per illustrare la delicatezza della situazione, considerando che la Finmeccanica è la principale impresa tecnologica italiana. Per esempio, partecipa al controverso programma degli aerei militari F35, rifornisce di sistemi d'arma elettronici gli eserciti di mezzo mondo, possiede negli Stati Uniti una società che lavora per la Cia, produce aeroplani, elicotteri, siluri, cannoni e costruisce pezzi dei jet Boeing oltre a carrozze ferroviarie, turbine per le centrali elettriche...

Insomma, un conglomerato capace di attirare gli interessi più disparati: militari, diplomatici, sindacali e politici. Nazionali o locali, ma soprattutto politici. Senza che però, autentico paradosso, i governi di turno abbiano mai posto reale attenzione agli obiettivi strategici di un gruppo del genere, limitandosi a gestire, spesso su indicazione dei partiti, le nomine di manager e dirigenti.

Adesso, complice anche la bufera giudiziaria che ha investito l'azienda, i nodi vengono al pettine nel momento peggiore. Superfluo ricordare quanto sia complicata la situazione politica con un governo appena insediato, del quale fanno parte la sinistra e la destra, che ha ben altre gatte da pelare. E questa proprio non ci voleva. L'assemblea che dovrà approvare il bilancio e procedere alle tre nomine è convocata per giovedì 30 maggio.

Oltre al presidente, le cui funzioni sono state affidate transitoriamente al vice, l'ammiraglio Guido Venturoni, devono essere rimpiazzati gli altri due dimissionari. Per la massima carica circolano nomi quali quello di Gianni De Gennaro, ex capo della Polizia e fino al 28 aprile scorso sottosegretario alla presidenza con il precedente governo, o di Giampiero Massolo, già capo dell'amministrazione della Farnesina con Gianfranco Fini, che Mario Monti aveva voluto alla guida del Dipartimento informazione e sicurezza di palazzo Chigi e in passato aveva sfiorato il prestigioso incarico di presidente dell'Antitrust.

Ma c'è chi invece nel governo punta su una figura di esperienza aziendale: Franco Bernabé, oggi presidente di Telecom Italia, al quale toccò guidare l'Eni negli anni difficili del dopo Tangentopoli. Se non addirittura Giuseppe Zampini, il capo dell'Ansaldo Energia già concorrente (sconfitto) di Orsi, contrarissimo alla cessione delle attività civili del gruppo.

La scelta tocca al ministro dell'Economia Fabrizio Saccomanni, ex direttore generale della Banca d'Italia. Ma non sarà facile. Anche perché nel governo si stanno materializzando spinte tese a rimandare tutto ancora una volta. Le nomine dovevano essere già decise lo scorso 15 aprile, se il clima di incertezza (erano i giorni in cui, con l'incarico di governo a bagnomaria, cominciava l'assurda vicenda del Quirinale) non avesse reso inevitabile un rinvio.

Ora nei partiti che sostengono l'esecutivo di Enrico Letta una scuola di pensiero vorrebbe che le nomine della Finmeccanica venissero decise insieme a quelle di altre aziende pubbliche in scadenza, come Ferrovie e Invitalia. La pratica finirebbe sul solito tavolo delle spartizioni fra i partiti. Dal quale potrebbero uscire soluzioni sorprendenti. Nei giorni scorsi è trapelata perfino l'ipotesi, difficile dire quanto fondata, di un trasferimento al vertice Finmeccanica dell'amministratore delegato delle Ferrovie rigorosamente bipartisan Mauro Moretti.

L'idea di un nuovo rinvio avrebbe comunque controindicazioni non trascurabili per gli effetti sui mercati, i quali potrebbero non gradire il perdurare dell'incertezza nelle decisioni. Tanto più vista la situazione del gruppo. Nel 2011 le perdite hanno raggiunto 2,3 miliardi. Presentando quei conti, l'ex direttore generale Alessandro Pansa, nominato amministratore delegato qualche settimana fa in seguito all'uscita di scena di Orsi, aveva dichiarato: «Finmeccanica tornerà all'utile netto nel 2012» (Ansa, 27 marzo 2012).

Il bilancio dello scorso anno si è invece chiuso ancora in rosso per 786 milioni, dopo le svalutazioni per 155 milioni della Selex e per quasi un miliardo di Drs (la società americana acquistata durante la gestione di Pierfrancesco Guarguaglini a un prezzo astronomico, del 32% superiore al valore di Borsa).

Ma quel che davvero fa pensare, al di là dei risultati, sono le prospettive di un gruppo che da troppo tempo, schiacciato fra pressioni interne ed esterne, dà l'impressione di vivere alla giornata senza avere una chiara prospettiva strategica.

E ora rischia di ricorrere un'altra volta alle toppe. Ma fino a quando si potrà andare avanti? Negli ambienti governativi ci si fa anche questa domanda. Che ha la sua sola risposta in un rinnovamento totale del management. Per arrivarci subito non c'è altro percorso che il ritiro dei rappresentanti del Tesoro con la decadenza immediata dell'attuale consiglio in scadenza il prossimo anno. E conseguente scelta di persone sulla base dell'esperienza, delle capacità e del merito. Quello che Monti forse avrebbe già dovuto fare un anno fa.

 

ALESSANDRO PANSA Alessandro PansaGianni De Gennarogiuseppe zampiniGUIDO VENTURONIFranco BernabèMAURO MORETTI

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