IL TEMPO È T-IRAN - L’ARABIA ESTRAE GREGGIO AL RITMO PIÙ INTENSO DEGLI ULTIMI 30 ANNI PER ARRICCHIRE LE RISERVE IN CASO DI GUERRA TRA ISRAELE E IRAN - UN EVENTUALE ATTACCO CONTRO TEHERAN RALLENTEREBBE LA PRODUZIONE MONDIALE FACENDONE SCHIZZARE IL PREZZO OLTRE I 200 $ AL BARILE INFARTANDO L’ECONOMIA MONDIALE - WASHINGTON STA IMPORTANDO IL 25% DEL PETROLIO SAUDITA E DAL IL PRIMO LUGLIO SCATTA L’EMBARGO QUASI TOTALE DELL’OCCIDENTE CONTRO L’ORO NERO IRANIANO…

Daniele Raineri per "il Foglio"

Questa arriva dalla squadra di ricerca che si occupa di commodity per la banca Goldman Sachs: "I sauditi hanno accumulato riserve di greggio per 35 milioni di barili nel periodo dicembre-febbraio. La prima domanda è: perché l'Arabia Saudita estrae greggio al ritmo più intenso degli ultimi trent'anni per metterlo semplicemente nelle riserve?". Aggiornamento di ieri: il ministro del Petrolio saudita, Ali al Naimi, ha detto che ora le scorte di petrolio sono arrivate a più del doppio, 80 milioni di barili.

La domanda se la pone anche Izabella Kaminska, analista del Financial Times: perché i sauditi - "che sono la banca centrale del petrolio" pompano freneticamente greggio dai pozzi e non lo mettono sul mercato? Il Brent è attorno ai 100 dollari al barile, e "fare scorta durante un periodo di prezzi alti è un controsenso economico", sarebbe il momento più adatto per vendere.

Tanto più che, secondo Reuters, per colpa delle sanzioni l'Iran trabocca di petrolio invenduto, tanto da essere costretta a tenere ferma metà della sua costosissima flotta di superpetroliere poco al largo della costa per usarle come magazzini galleggianti: "Diciannove navi, classe Suezmax e Very large crude carriers, per una capacità di 33 milioni di barili di petrolio". Ricapitolando: tra le scorte dei sauditi e quelle degli iraniani non c'è mai stato così tanto petrolio contemporaneamente sopra la crosta terrestre invece che sotto. Ci sono teorie diverse.

Una sostiene che i mesi del caldo stanno arrivando, in Arabia Saudita la domanda di energia aumenterà per colpa dei condizionatori d'aria e quindi i sauditi hanno pensato bene di fare scorta durante la stagione fredda, quando il clima è mite e la domanda è minore. Ma il picco nei consumi elettrici è un fatto stagionale che si ripete ogni anno. Un'altra spiegazione è che i sauditi si preparano a un forte periodo di tensioni nel Golfo. La capacità dell'Opec di aumentare la sua produzione, fa notare Kaminska, è di un milione di barili in più al giorno, ma la produzione dell'Iran è di 2,2 milioni di barili al giorno.

Se qualcosa privasse il mondo del greggio iraniano, gli altri paesi non riuscirebbero a soddisfare la domanda. Resta da capire che cosa può essere questo qualcosa a cui i sauditi si preparano. Aiuta un'altra notizia dal mercato petrolifero, da Reuters: i sauditi a marzo hanno esteso l'aumento di vendite di greggio agli Stati Uniti.

"Contrariamente alle aspettative, secondo cui l'aumento dell'estrazione del greggio saudita era destinato ai mercati asiatici in espansione, i dati mostrano che le spedizioni verso gli Stati Uniti sono salite con discrezione del 25 per cento, tornando al livello più alto dal 2008, quando il primo paese dell'Opec tentava con una superproduzione di calmare il prezzo record del greggio arrivato vicino ai 150 dollari al barile".

L'Arabia Saudita aumenta la produzione di petrolio ma in parte lo tiene e in parte lo spedisce a un mercato che non è quello che ti aspetti. Un meccanismo così previdente che ieri il ministro al Naimi ha aggiunto che "i prezzi sono troppo alti, possiamo farli scendere", come dire: "Forse abbiamo esagerato con le scorte, liberiamoci di un certo quantitativo". Riad e Washington tengono in considerazione la possibilità a breve termine di uno strike israeliano contro il programma atomico di Teheran e le sue conseguenze: la chiusura dello Stretto di Hormuz, il collo di bottiglia marittimo attraverso cui passa un terzo del petrolio mondiale, da parte degli iraniani; gli attacchi di rappresaglia contro Israele; l'intero quadrante mediorientale destabilizzato.

Sanno che in caso di attacco la produzione di petrolio subirà un rallentamento generale e non vogliono che - come minaccia Teheran - il prezzo schizzi oltre quota 200 dollari e provochi un infarto all'economia mondiale. Se non è per la guerra, potrebbe essere per le sanzioni. Il primo luglio scatta l'embargo quasi totale dell'occidente - Stati Uniti più Unione europea - contro il petrolio iraniano.

I produttori possono colmare la scomparsa dell'offerta iraniana dal mercato, ma sarà un periodo da amministrare con cautela: da qui la necessità di riserve. Intanto Teheran cerca altri acquirenti e strategie per aggirare le sanzioni: due giorni fa, secondo i banchieri di Dubai, ha cominciato ad accettare il pagamento da parte della Cina in yuan e non più in dollari. Per evitare di spendere troppo nel cambio, Teheran starebbe investendo i profitti direttamente in beni da comprare sul mercato cinese.

 

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